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>UN VOTO REPUBBLICANO - 3

Per la serie Voi repubblicani siete proprio come l’edera: vi attaccate dappertutto (sempre considerato come un complimento, da queste parti), e per raccontarla il meglio possibile, c’è da dire che a caccia del voto repubblicano, almeno a tempo perso, vanno pure gli incredibili Democratici di sinistra. Una volta la loro pattuglia era un pochettino più folta: Giuseppe Maria Ayala, Andrea Manzella, Stefano Passigli e Giorgio Bogi. Questo giro tocca invece, fermo restando Andrea Manzella di cui scriverò tra un attimo, a Maria Pia Brunato e a Massimo Livi Bacci, il demografo, tra l’altro candidato indipendente, categoria che a me fa sempre piuttosto simpatia.

«Un’esperienza di riformismo repubblicano» è invece il gruppo sotto cui (secondo la definizione ufficiale Ds) vanno queste candidature, autorevoli certo, prestigiose e serie certo, invotabili certo. Perché il discorso è sempre lo stesso: i repubblicani che si accasarono sotto la Quercia quando questa era ancora Partito democratico della sinistra, a differenza dei loro colleghi socialisti (Valdo Spini & co.), ambientalisti (Edo Ronchi & co.) o cristiano-sociali (Giorgio Tonini & co.) non fecero mai crescere la loro cultura politica di provenienza in maniera forte, decisa e visibile.

Andrea Manzella è amico di Ciampi (il matrimonio di un figlio l’ha anche imparentato con i Segni, altra famiglia quirinalizia), un ottimo costituzionalista, un intellettuale di una preparazione strepitosa. Semplicemente, anche se si diletta ancora a regalare copie del suo «Il tentativo La Malfa» con tanto di dedica giustamente e simpaticamente polemica («…ricordo di quando La Malfa significava Ugo La Malfa»), è ormai un vero diessino in tutto e per tutto. La sua ultima intervista credo di averla fatta io: mai che abbia sfiorato il tema della laicità, per esempio, che i Ds sull’elettorato cattolico questa volta ci puntano molto, mentre per esempio il ritiro delle truppe dall’Iraq trova subito il suo spazio. Poi dice cose condivisibilissime, ma tutta la solfa sui Ds «country party, già governo profondo e responsabile del Paese» è il segno legittimo di un’appartenenza ormai consolidata e ben diversa da quella repubblicana.

E poi tanto è inutile, da mazziniano vero ho come una sottile e borghese puzza sotto al naso: i partiti di massa, quelli da doppia cifra percentuale in cui magari la prima è pure un 2, cioè un venti alla lettura, proprio non mi piacciono. Il vero voto repubblicano, come ci ha insegnato Giovanni Spadolini, è sempre quello dell'«Italia delle minoranze».

Non ci sentiamo soli, né abbiamo fretta.

Pubblicato il 3/4/2006 alle 18.0 nella rubrica Diario.

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