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>UN VOTO REPUBBLICANO - 1

Deluso irrimediabilmente ormai da anni dal mio partito di riferimento, anche questa volta registro solamente un Pri che continua nel massacro identitario, culturale e di visibilità di un’intera tradizione politica. La rinuncia della dirigenza nazionale a presentare il simbolo nella corsa a Montecitorio (dove lo sbarramento tra l’altro è solo al 2 percento nazionale, con recupero della prima lista sotto tale soglia), costringe iscritti e simpatizzanti a dover tracciare altrove la propria croce di voto: votare per l’Edera apparentata al centrodestra, al di là di un’alleanza che personalmente non ho mai condiviso, per un repubblicano è comunque cosa ben diversa dal votare Forza Italia solo per la presenza (invisibile) del proprio segretario e presidente in quelle liste.

Non solo. Perché se La Malfa e Nucara (unici repubblicani in corsa) pensassero alla conservazione della loro poltrona (da qui la decisione della candidatura azzurra), almeno il ragionamento si collocherebbe in una perfetta logica opportunista (altra categoria è poi l’apprezzabilità o meno della stessa) che darebbe al Partito repubblicano italiano quel minimo di visibilità che il diritto di tribuna garantisce. E invece no, perché allora nelle lunghissime liste per la Camera, almeno un altro repubblicano in ogni circoscrizione andava inserito, magari pure in ultima posizione, che la testimonianza si porta avanti anche con la presenza di bandiera.

Ancora. Francesco Nucara, ospite di una tribuna radiofonica che anticipava la diretta sanremese, ha utilizzato i suoi tre minuti in tutto a disposizione senza nemmeno riuscire a pronunciare il nome del partito. E in questo tempo naturalmente non è riuscito ad esprimere neanche una priorità programmatica repubblicana. Primo minuto: lamentele per la mancata diretta Rai del discorso al Congresso degli Stati Uniti del presidente del Consiglio dei ministri italiano, etichettata come «morte dell’informazione pubblica» (ripeto, non perdiamo tempo a discutere di merito, qui interessa solo il metodo). Secondo minuto: minuto di silenzio per la «morte dell’informazione pubblica». Terzo minuto: apologia dell’intervento del presidente del Consiglio dei ministri italiano al Congresso degli Stati Uniti. Tutto questo in risposta ad una precisa domanda del giornalista in materia economica.

Infine. Il simbolo del partito sarà presente, sempre apparentato al centrodestra, sulla scheda per l’elezione del Senato della Repubblica in nove regioni, tra cui spicca l’assenza totale di quelle del nord Italia e di quella del Lazio. Nella mia Emilia-Romagna, regione a maggioranza aderente alla corrente interna di Riscossa (avversaria di La Malfa-Nucara nel loro traghettare il partito con la Casa delle libertà), i candidati sono stati racimolati da Mario Guidazzi e dalla consociazione cosiddetta autonomista di Cesena. Le motivazioni, a sentir loro, stanno tutte in «principi politico-programmatici: necessità di una politica estera che abbia come perno una stretta alleanza atlantica e che quest’asse diventi posizione di una politica estera europea; rilancio economico interno comprendente un nuovo piano energetico, per le infrastrutture, per la ricerca scientifica e per le liberalizzazioni, all’interno di un impegno per il rilancio laico e rispettoso, come la Costituzione stabilisce, della libertà di coscienza».

A parte l’estrema vaghezza, condivido pienamente questi principi. E proprio per questo voterò Rosa nel Pugno, che allo stesso programma aggiunge i più classici e tradizionali temi repubblicani: superamento del Concordato e dell’otto permille, nuova rete di sicurezze sociali, divorzio breve, abolizione del valore legale del titolo di studio e degli ordini professionali, amnistia e indulto.

Pubblicato il 28/3/2006 alle 1.25 nella rubrica Diario.

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