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>TRUMAN CAPOTE, SANGUE DA OSCAR

Fa delle ricerche, Capote. Non proprio giornalismo d’inchiesta, lui sa bene che i fatti scrivono le storie, e allora da una breve di cronaca quei fatti li vuole cercare, approfondire, raccontare. Ma non è esattamente l’interpretazione di un pezzo di nera in maniera letteraria, quanto più un lavoro giornalistico ad un romanzo che forse gli frullava in mente già da tempo. Emozioni forti, emozioni solenni, lasciate sotto pelle, nella più piena e impenetrabile e disturbante dimensione di Capote, uno che non si studia abbastanza, il cui nome riecheggia dimenticato nel mito. Dal famous murder del ritaglio ad un libro intero, tutto nasce come intreccio, giornalismo e letteratura, indagine e romanzo, esistenza e violenza, fino ad una squisita genesi non solo della banalità del male, ma proprio della sua più tremenda gratuità, sangue freddo, appunto. E poi c’è lui, Truman, una continua lezione di stile, anche di linguaggio, perché «non c’è espressione che tu possa illustrarmi», anche di idee e capacità, perché dal carcere al party fino all’amica scrittrice, Bennett Miller, magistrale, e con lui Capote, descrivono i bianchi del sud in questa America di metà secolo, e il sogno, l’apoteosi e la caduta di un uomo e del suo essere diverso, per diventare famoso, diventarlo in fretta e nel modo più difficile: scrivendo libri. E proprio per questo il parallelo sembra doppio. Perché alla fine, un attimo prima di quei titoli di coda in cui il primo ad essere ringraziato è un certo Paul Thomas Anderson, ci si rende conto che quella celebrità è la stessa di Philip Seymour Hoffman ora, all'indomani di un Oscar: talento sperticato, gran bei film, ma capolavori neanche a parlarne. Questa volta, invece, siamo proprio da quelle parti.

Truman Capote - A sangue freddo (Capote, Canada/Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Bennett Miller

Pubblicato il 7/3/2006 alle 17.34 nella rubrica Cinemio.

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