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>L'IGNOTO PALATO PIÙ FINE E PROFONDO

Di sensi ce ne sono di vari tipi e questo è il senso poetico, per il quale alla fine si ringrazia pure la Nasa di averne avuto almeno un pochettino. L’Herzog sci-fi, o come sostiene lui nei titoli di testa, science fiction fantasy, è così rarefatto che per la sua visione è indispensabile essere a mente riposata, e a mente riposata si vuol però anche dire che resta poco o nulla di un film di alta autorità che non è un lamento o un reportage sulla sorte di tutti, ma una desolata meditazione su tecnologia, curiosità e scienza e un esercizio di fisicità fin troppo geniale sui rapporti di convivenza tra popoli di origine diversa. Il bavarese, premio Fipresci a Venezia 2005 per quest’opera il cui titolo originale Il selvaggio blu lassù sarebbe risultato troppo buffo, è insomma convinto dell’insanabile conflitto tra natura e società, fissato in dinamiche antiverniane e deciso a spiegarci che non siamo soli e i soli nell’universo. L’ultimo sopravvissuto del pianeta sommerso, angosciato da clienti e supermercati, e gli astronauti alle prese con i lacci dei letti spaziali, non eliminano la macchinosità di un impianto che, consapevole del suo medio costo e del suo alto tasso lirico, ambisce sempre a trarre i massimi effetti spettacolari da ogni sequenza, per rendere attraverso la limpidezza delle immagini azzurre e il cinema puro l’inquietudine ostile di chi capovolge l’oceano piuttosto che spiegare un po’ meglio il tutto, trasparente agli occhi, un po’ meno alla testa. Alla ricerca del nostro palato più fine lasciamo scorrere, assordati dalle musiche sarde, non assopiti ma assolutamente spaesati da un entusiasmo che non ci appartiene.

L’Ignoto Spazio Profondo (The Wild Blue Yonder, Regno Unito/Stati Uniti/Francia/Germania, 2005, sala)
Regia di Werner Herzog

Pubblicato il 23/2/2006 alle 20.8 nella rubrica Cinemio.

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