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>ALLA DISTANZA, IL DESTINO

Le prime immagini sono di un bel color seppia, ma in poche parole tutto il film è fotografato sulle tonalità di un color seppia noioso. Caspita. Pare tutto male l’inizio tranquillo di una vicenda di Shoah ungherese, padre partito per il «lavoro obbligatorio» e quattordicenne che viene fatto scendere dall’autobus e ben presto portato ad Auschwitz, e poi a Buchenwald. Quando gli ebrei finalmente possono lavarsi, impariamo dove si annidano i vermi, e poi di corsa sotto il pallido sole del tramonto per asciugarsi e farsi scappare un sorriso. Ma siamo lontani dalla tragedia derisa, e nel campo e del campo da riferire c’è tanto, stenti, scabbia, freddo, e fame. Pare tutto male, con quelle scenette brevi o brevissime e poi lo stacco, montaggio sul nero, e si può continuare, sempre così, avanti così, Morricone alla musica, riedizione di note. Pare. Pare perché in realtà accanto alla storia del piccolo protagonista ce ne sono altre e ben tratteggiate, pare perché quando rientra in città dopo aver rinunciato all’America offertagli dal soldato alleato incontra un tipo che gli chiede delle camere a gas, se esistano o meno, e se le ha viste, oppure no. E lui non le ha viste, «Non sarei qui ora» prova a spiegare, comincia la negazione, blocco orientale, gli stenti continuano. Pare, perché la chiusura sulla felicità vale la pena, camminata di spalle ma volontà di non dimenticare e voler raccontare. Pare, perché cresce dentro, riflette e narra il supplizio. Non solo il viso emaciato, le occhiaie, la divisa a strisce, il triangolo giallo. Pare che le oltre due ore firmate Koltai siano tra le migliori della nostra Memoria.

Senza destino - Fateless (Sorstalanság, Ungheria/Germania/Regno Unito, 2005, sala)
Regia di Lajos Koltai

Pubblicato il 7/2/2006 alle 1.27 nella rubrica Cinemio.

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