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>SE SPIELBERG FA MONACO

Il sangue ebreo e «Mio padre non ha mai gasato nessun ebreo». I compromessi con i valori e i valori in deposito pressoché illimitati. La morte dei terroristi, la morte del terrore e il terrore della morte. Israele, Palestina, Monaco di Baviera e New York. L’orticello dietro casa e la voglia di nazione. Servizi segreti più o meno deviati, segreti servizi ma mai ai Governi. La solita cucina sempre in vetrina, la madre, il padre e la figlia. La figlia, un’altra, la bomba, telefoni e telefonate. Il parto e ancora un amplesso, gli atleti, «e noi facciamo dei figli», una vita che nasce. Dio, Patria e Famiglia. E tutto firmato da Spielberg, divertito come non mai a mostrare che la gente muore ammazzata in modi diversi, chi con un buco nella faccia (nauseante), chi con la vestaglia aperta (terribile, e ancor di più la sceneggiatura che ci ritorna sopra in modalità parentesi psicologica), chi alzando la cornetta o stendendosi per riposare (tensione alle stelle, battito a mille, l’action si salva, e si salva alla grande). Sul piano politico, altro che storie simmetriche, si sa fin troppo bene dove si vuole parare. Colpe, ragioni, giustificazioni, coscienze in tumulto, cuore, dilemmi morali. Il racconto in sé è abbastanza noioso, dialoghi continui per l’analisi della questione e poi Louis, il bucolico francese nella casa patriarcale circondata da marmocchi che corrono e gridano, si rischia il ridicolo, con forti squilibri in una costruzione che prova ad essere drammatica facendosi documentaria e sgranata. Ancora Spielberg in versione tutto spettacolo. Il valore dell’opera è più che mai categoria che va rapportata al tipo di pubblico chiamato a servirsene. Il messaggio è la pace, da evocare attraverso l’abbraccio dei popoli.

Munich (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Steven Spielberg

Pubblicato il 6/2/2006 alle 0.10 nella rubrica Cinemio.

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