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>IL CINEMA DELLA MEMORIA - 1

I film che hanno cercato di ricostruire il meccanismo della Shoah sono largamente minoritari rispetto alla produzione cinematografica tutta. Come sosteneva André Malraux, il cinema è un arte, ma anche un’industria. È dunque un investimento finanziario che deve generare dei profitti, come qualsiasi altro prodotto industriale nell’economia di mercato.

Una storia situata in un campo nazista non attira a priori il pubblico. Il successo che hanno avuto alcuni film, quali Schindler’s List (id., Stati Uniti, 1993) di Steven Spielberg o La Vita è bella (id., Italia, 1997) di Roberto Benigni, deve essere considerato eccezionale e va posto accanto ai più numerosi flop, si pensi solo a quello di Jakob il bugiardo (Jakob the liar, Francia/Stati Uniti/Ungheria, 1999) di Peter Kassovitz. Dunque, un produttore si assume a fatica il rischio di produrre un film su questo tema, e in realtà pochissimi hanno accettato di correrlo negli anni compresi tra il 1945 e gli inizi dei Novanta. Nel lasso di tempo che intercorre tra la fine della guerra la caduta del muro di Berlino, si contano circa duecento film su questo tema, sia in America che in Europa.

Tuttavia, la maggior parte di questi film sono stati prodotti dalla cinematografia dei paesi comunisti (in particolare sono numerosi i film polacchi), prevalentemente perché la politica cinematografica di quegli stati non si curava innanzitutto del rendimento economico dei suoi prodotti, ma perseguiva piuttosto scopi di prestigio, e in piena Guerra fredda il cinema svolgeva un ruolo di propaganda ideologica di primaria importanza. Almeno fino alla fine degli anni Settanta, inoltre, l’ottanta percento dei film sulla Shoah vedono la loro uscita in Europa. Gli Stati Uniti, ovvero i primi produttori del cinema occidentale, in realtà girano la metà delle produzioni che i francesi dedicano a questo specifico tema. È importante rilevare, poi, che la maggior parte di questi film, a parte pochissime eccezioni, sono ben lontani dall’esprimere quello che noi oggi sappiamo sulla questione. Per fare un esempio tra i più significativi: la maggior parte delle vittime rappresentate o evocate non sono connotate come appartenenti al popolo ebraico, ovvero al gruppo la cui distruzione rappresenta l’obiettivo primario del sistema di oppressione nazista, e se questo avviene, non si fa riferimento al vissuto ebraico dei protagonisti, né specifico riferimento alle procedure della loro messa a morte.

Il più delle volte viene offuscata la specificità della Shoah.

Il cinema del primo dopoguerra. Nel 1945 la maggior parte dell’Europa era stata toccata dalle fasi conclusive della Seconda guerra mondiale e soprattutto la Germania era ridotta ad un paese fantasma, un paese di macerie. L’esigenza primaria era dunque quella di iniziare la ricostruzione.

I film prodotti nei primi anni del dopoguerra rappresentano quindi necessariamente uno specchio fedele della realtà e non a caso sono stati definiti Trümmerfilme, Film di macerie. Ciò avviene innanzitutto in Germania, con la comparsa di opere come Gli assassini sono tra noi (Die mörder sind unter uns, 1946) di Wolfgang Staudte, Liebe ‘47 (id., 1949) di Wolfgang Liebeneiner e Ballata berlinese (Berliner Ballade, 1948) di Robert A. Stemmle, ma anche in Francia con Mentre Parigi dorme (Les Portes de la nuit, 1946) di Marcel Carné, Ritorna la vita (Retour à la vie, 1949) di Georges Lampin, André Cayatte, Henri-Georges Clouzot e Jean Dréville e Le Bal de pompiers (id., 1949) di André Berthomieu, in Inghilterra con Piccoli detectives (Hue and Cry, 1947) di Charles Crichton e Passaporto per Pimlico (Passport to Pimlico, 1949) di Henry Cornelius, in Polonia con L’ultima tappa (Ostatni etap, 1948) di Wanda Jakubowska e Fiamme su Varsavia (Ulica Graniczna, 1949) di Aleksander Ford, in Ungheria con È accaduto in Europa (Valahol Európában, 1947) di Géza von Radványi e senza dimenticare l’Italia con la comparsa di Roma, città aperta (id., 1945), Germania anno zero (id., 1948), Paisà (id., 1946) di Roberto Rossellini, Sciuscià (id., 1946) di Vittorio De Sica, Il bandito (id., 1946) di Alberto Lattuada e Sono un criminale (They made me a fugitive, 1947) di Alberto Cavalcanti.

Questi film di macerie mettono in primo piano la situazione disastrosa sia da un punto vista materiale che morale in cui l’Europa era caduta; tuttavia essi si caratterizzano, in genere, per la mancanza di un’analisi delle ragioni che stavano alla base di quella situazione catastrofica, ovvero dei meccanismi totalitari, imperialisti e razzisti che erano stati le cause del conflitto, così come delle dinamiche dei gruppi sociali che avevano agito in quegli anni. I film in oggetto, invece, danno maggiore spazio all’introspezione psicologica dei vari personaggi, alla loro miseria, alla loro interiorità. Non è un caso che questi film, che pure danno spazio alle vicende della occupazione nazi-fascista e alle sue conseguenze, non considerino, se non in misura puramente marginale, quelle relative alla discriminazione alla persecuzione e infine allo sterminio degli ebrei.

Non si occupano di Shoah.

di Marcello Pezzettidi Marcello Pezzetti

Pubblicato il 25/1/2006 alle 23.43 nella rubrica Cinemio.

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