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>LA FAVOLINA DELL'ARCO

Quello con la maglietta dell'Everlast e con la felpa dell'Everlast dalla lampo semiaperta per far capire che sotto ha proprio la maglietta dell'Everlast, ad un certo punto comincia a schiaffeggiare il pollo. Il suo amore (evidentemente il coreano crede sempre più ai colpi di fulmine) se ne sta sul barcone vestita di tutto punto e con gli adesivi rossi tondi attaccati sulla faccia. Matrimonio tipico, con il vecchio che l'ha raccolta in strada e lavandole la schiena e tenendole la mano dall'alto del loro letto a castello, l'ha tenuta in mezzo alle acque aspettando compisse l'età da sposa. Per arrotondare il vecchio porta gente da far accomodare in divanetti lerci di colori vari con la scusa della pesca, ma la sua fama di divinatore quasi lo precede. Come consuetudine i due protagonisti non si parlano, se non piano piano all'orecchio e mai di cose loro. Beato allora chi può dire con fermezza che tutto ciò sia assolutamente trasparente, perché la metafora investe e accavalla più e più simboli. Il dodicesimo di film di Kim Ki-duk è una favoletta allegorica che vale un po' per tutto, natura, società, crudeltà del fato (l'arco, pure strumento musicale non credibile, scaglia le sue frecce mentre l'altalena dondola avanti e indietro, e i piedi della ragazza si bagnano nel mare). Meno male che gli attori si calano così benissimo nei loro personaggi, dando al tutto un caldo alito di umano che si sbarazza presto d'ogni sospetto intellettualoide. Meno male, perché altrimenti sarebbe cinema carico solo di poesia, per di più non spontanea e perfettamente convivente con la violenza sua contraria, e pertanto incapace di salvare il mondo. Massì dai, promosso, e comunque mozzafiato.

L'arco (Hwal, Corea del Sud/Giappone, 2005, sala)
Regia di Kim Ki-duk

Pubblicato il 16/1/2006 alle 18.17 nella rubrica Cinemio.

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