Blog: http://clos.ilcannocchiale.it

>KIRIKÙ: INTRAPRENDENZA E ADATTAMENTO

Ma la strega non era diventata buona? Non era addirittura convolata a nozze con il piccolo eroe, diventato grande e ancora più forte? Il nonno dice che non c’è stato il tempo per raccontare tutte quante le imprese del bambino Kirikù, e dunque pare voglia narrare gli avvenimenti successi dopo la nascita del piccolo eroe ma prima di quelli che hanno consentito alla strega di liberarsi del maleficio che la rendeva malvagia, in una storia che dunque dovrebbe essere una specie di prequel. Però l’acqua al villaggio era già ritornata alla fine del primo episodio e il nuovo film comincia esattamente così, con i campi che finalmente possono crescere forti e rigogliosi. Un minimo di spaesamento temporale si crea bello che subito e le avventure del caparbio bambino africano tornano così a grande richiesta, pensando forse che sarebbero bastate una decina di capanne di paglia, un po’ di paesaggi assolati e qualche nota di musica etnica per ritrovare la gioia di estimatori grandi e piccini. Ma i problemi stanno tutti nell’idea di partenza, dalla sceneggiatura ad episodi di cui probabilmente soltanto l’ultimo si salva (Kirikù si traveste da feticcio per cogliere i fiori gialli dalla terra della strega, per guarire le donne dagli effetti nocivi della birra), il voler calcare fino allo sfinimento la poesia dei (bellissimi) panorami africani (il viaggio sul capo della giraffa), frettolose soluzioni più infantili che altro. Eppure anche questa volta, tra i corpi nudi delle donne e la scoperta dell’argilla come fonte di guadagno, Ocelot (questa volta con Galup) firma un nuovo manifesto dell’intraprendenza e dell’adattamento di cui difficilmente possiamo fare a meno.

Kirikù e gli animali selvaggi (Kirikou et les bêtes sauvages, Francia, 2005, sala)
Regia di Michel Ocelot e Bénédicte Galup

Pubblicato il 28/12/2005 alle 1.17 nella rubrica Cinemio.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web