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>MOSTRA DI VENEZIA 2005 - 5

Credo di essere insospettabile nei confronti di Pupi Avati, caduto un po’ in disgrazia con i suoi ultimi lavori. Ma La seconda notte di Nozze (venezia 62) l’ho applaudito senza pensarci troppo, tirandomi dietro altri pochi timidi battiti di mano. È stata la miglior opera italiana di questa Mostra, un bel film di un signor regista che con interpretazioni decisamente buone ha affrescato l’Italia che usciva con le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale, quella dei furbi, delle mine, delle strade sterrate e del sogno del cinematografo, quella che dormiva nei vagoni ferroviari, quella del nord e del sud del Paese. È stato il miglior film italiano in concorso perché dice per bene quello che vuole raccontare. Certo, è simile a tanti altri film di Pupi Avati, ma questo ha personaggi decisamente migliori e un montaggio davvero ispirato.

I cortometraggi, a proposito di ispirazione. Sette, per la precisione, tutti in corsa all’interno della sezione corto cortissimo. Da ikhos dghech chveni dghe dghegrdzeli di Georgi Paradzhanov, che ispirandosi alle lapidi del cimitero di Tbilisi ricostruisce in un bianco e nero di inizio Novecento le morti di un autista, di un meccanico, di una farmacista, del marito della farmacista, dei genitori orfani della farmacista, di un macellaio e di un vinaiolo. Biografico.
Au Petit Matin di Xavier Gens, che basandosi su una storia vera racconta una rapina all’alba di un tossicodipendente al negozio della madre che ha abbandonato da tempo. Americano.
La Apertura di Duska Zagorac, un’audizione di danza in stile Amici. Sexy.
Happy Birthday di Hong Jun-won, che mostra un padre nano che fa compiere gli anni al figlio ogni giorno e lo allunga all’inverosimile per farlo diventare «una persona speciale». Cult.
The Mechanicals di Leon Ford, che omaggia il duro lavoro di cinque uomini rinchiusi all’opera per fornire tutti i servizi (luce, acqua, radio…) al loro padrone attraverso lo sferragliamento di un vecchio e grosso macchinario. Illuminante.
113 di Jason Brandenberg, che fa scoprire e poi distruggere al suo protagonista una fabbrica di clessidre abbandonata. Soporifero.
Ballada di Marcell Ivànyi, che dà vita alle figure del Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Proletario.

E poi il Leone d’oro, quel Brokeback Mountain (venezia 62) di Ang Lee che molto freddo all’inizio ha cominciato a prendermi sempre di più strada facendo, lasciandomi come ricordino un insolito nodino alla gola, da affrontare però alla luce della ragione. È un film che finalmente racconta l’amore degli uomini, anche non necessariamente tra di loro, e che forse per questo mi ha colpito più di altri. Però anche un film che ripete lo stesso motivetto di colonna sonora appena può, che isola completamente i quattro-cinque personaggi principali, che ambientato negli anni dell’emancipazione femminile dà della donna un’immagine non proprio felice. È un film sorprendente, da un regista che non mi ha mai impressionato, ma che stavolta, tra i colori pastello del cielo, aveva qualcosa da dire. E io qualcosa da ascoltare.

E per finire il povero The Descent (fuori concorso) di Neil Marshall, a suo modo l’evento che ha chiuso il festival. La classica occasione sprecata di una sceneggiatura con il coraggio necessario e l’idea giusta di eliminare gli uomini e piazzare cinque giovani donne con la passione per la speleologia in cunicoli a mio modo di vedere resi splendidamente da fotografia e regia, e per quel che riguarda la parte girata in studio ricostruiti alla grandissima. Ma volevo un film horror con sangue che sgorga dalle ferite, crepacci, ossa che si spaccano e si fracassano, facce devastate, corde che si spezzano, picchetti che si staccano, torce che si spengono, protagoniste che si picchiano, rocce che franano, luce del sole che finisce lì, in fondo a quei cunicoli di morte e distruzione che inghiottono tutto senza sputare nulla. E invece no, perché poi purtroppo arrivano dei mostricciatoli mezz’uomini affamati e cannibali, con movenze simil Gollum che rovinano tutto. E quindi, come al solito, farà paura solo ai sedicenni del sabato sera.

Pubblicato il 11/9/2005 alle 20.45 nella rubrica Cinemio.

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