Blog: http://clos.ilcannocchiale.it

>MOSTRA DI VENEZIA 2005 - 3

Nonostante quel che si dice, e cioè che questa Mostra fa schifo, che non c’è niente di buono o che comunque è una brutta edizione, io continuo a vedere film che in un modo o nell'altro mi piacciono e giudico interessanti. Prendete ad esempio Tim Burton’s Corpse Bride (fuori concorso), che è un capolavoro. Vabbè questo era facile, ormai qua lo sanno pure i vaporetti. Comunque anche chi sopporta malvolentieri i cartoni animati pieni di canzonette, e questo con una canzonetta comincia addirittura, rimarrà a bocca aperta. E anche chi crede che i morti non se la spassino, nel loro mondo grigio e triste, dovrà ricredersi. E anche chi non si fida di Tim Burton, dovrà deporre le armi. E anche chi non crede nelle favole, sarà costretto a cominciare ad ascoltarle. Benvenuti nel miglior film dell'anno.

Garpastum (venezia 62) forse, di Alexey German jr., questo è meno scontato. E invece sarà perché come i protagonisti in pantaloni, camicia e bretelle sguazzano nel fango per giocare a pallone, allo stesso modo io sguazzo nella grande Storia della Grande guerra e della Rivoluzione d’ottobre con la stessa facilità con cui gli altri, appunto, giocano a pallone. Oppure sarà perché ci sono delle scene di sesso simpatiche, che così seppiate sanno tanto di calendari da portafoglio del barbiere. Oppure sarà perché dal sangue ai libri sulle vagine, ai sogni («Eravamo aringhe con patate») fino alla voglia di emergere di un regista che sono convinto farà ancora parlare di sé non manca proprio nulla, per tutto ciò la visione di questo bel romanzone mi ha lasciato parecchio soddisfatto.

È The Constant Gardener (venezia 62) che mi convince meno. Per carità, Fernando Meirelles è sempre convincente almeno tanto quanto la sua regia invadente (cioè tantissimo), e questa volta riesce con equilibrio nella difficile impresa di trovare una certa armonia tra Rachel Weisz, Ralph Fiennes, la denuncia politica, belle riprese da documentario, i bambini africani e i colori infiniti di quel continente, il thriller di Le Carrè che per le recensioni del Premio Bancarella evitai accuratamente e l’aumento della sua autostima personale. Se però per caso, ma non succederà, dovesse vincere, ci sarebbe un po’ da arrabbiarsi, visto che mi pare un po’ troppo semplice prendere applausi sull’indignazione per un Occidente che abbandona-sfrutta-uccide l’Africa da chi in sala Grande va con un vestitino firmato Armani, Gucci o Valentino.

Così che poi ho deciso di tornarmente in est Europa e ricordare il mio viaggio nei luoghi della Memoria ed una tragedia sulla quale scusatemi non riesco proprio a scherzare. E nemmeno Guillaume Moscovitz, evidentemente, tanto è vero che il suo documentario, Belzec (settimana della critica), parecchio economico dal punto di vista delle spese di produzione, ci racconta con una serie di interviste in loco e supperggiù ai giorni nostri (anno 2002) dell'omonimo campo di sterminio nazista polacco in cui morirono poco meno di un milione di ebrei nel giro di un anno. Quelli che amano «La vita è bella di Benigni» se ne andavano di corsa dopo un quarto d’ora, ma con me del valore di questo importantissimo documentario digitale ne potranno cominciare a discutere quando riusciranno ad entrare in un negozio di parrucchiera e parlare di Shoah.

Pubblicato il 9/9/2005 alle 21.37 nella rubrica Cinemio.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web