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>SETTE SPADE E NEMMENO UNA TRAMA

Finché la storia è uno snodarsi confuso di paesaggi, tramonti, bianche caprette, teste rotolanti, spade sguainate, villaggi impolverati, montagne innevate, ricche pagode, qualche schizzo di sangue, vecchi cinesi, bambini pelati, else pregiate, scudi rotanti, cavalli veloci, non è esattamente il massimo della chiarezza. Il punto è che questa pappardella orientale che ha aperto la sessantaduesima edizione della Mostra del cinema di Venezia dura quasi tre ore, e tutte e tre di questo tenore. Dunque si capisce poco e niente, epperò intanto si rimane attenti e si accumulano indizi, annoiati dal triangolo amoroso e in attesa spasmodica di identificare finalmente un guerriero fortissimo con una di quelle spade tanto ammirate in locandina, magari conferitagli ufficialmente in una scena dalla banalità tutta occidentale. Ma non è così che funziona, e lontani dalla cultura wuxiapian si continua a brancolare nel buio fino alla sfida finale con Vento di fuoco, arrogante come non mai per evitare, questa volta in maniera universale, l’etichettatura di cattivo di turno. Alla fine, dopo tanto penare, arriva qualche flashback, che se proprio non riordina e spiega con chiarezza, almeno è utile per quel paio di conferme basilari di cui si sentiva tanta necessità. Eppure, nonostante tutto e peggio ancora, è come se le mani volessero battere spontanee. Confuse, e felici.

Seven swords (Qi jian, Corea del Sud/Cina, 2005, sala)
Regia di Tsui Hark

Pubblicato il 4/9/2005 alle 0.26 nella rubrica Cinemio.

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