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>I DUBBI NEL VERO CINEMA DI SAIMIR

Mishel Manoku sta sulla scena con un’intensità impressionante, di quelle che fatichi a reggere il suo sguardo, che pure è costretto sempre a tenere abbassato. Fa tutto da solo, in un film e in una storia che del resto è intitolata al suo personaggio, e assieme a diversi notevoli spunti di regia, tiene in piedi da solo tutta la baracca. Munzi si cimenta subito con il tema dell’immigrazione, e dunque anche con quel genere tanto impegnato e tanto retorico, evitando qualcuno degli errori commessi da colleghi più famosi ma facendo affidamento su una poco convincente sceneggiatura ad episodi, che se da una parte è efficace nel raccontare più aspetti e avvenimenti della vita disperata di questo giovane albanese sul litorale laziale (dove non è che gli sbarchi di clandestini abbondino come viene fatto perlomeno sembrare), dall’altra obbliga ad accelerare e a banalizzare vicende come quella del rapporto tra il protagonista e Michela (impossibile che una ragazza italiana, nel clima di oggi verso albanesi e marocchini, presti subito quella confidenza) o quella del padre che scappa dalla sua festa di matrimonio per rimediare alla spavalderia di Saimir che non si capisce bene come pensava di salvare quella quindicenne da avviare al marciapiede. Alla fine, insomma, le perplessità sono più d’una, anche se senza nessun dubbio questa pellicola italiana può fregiarsi del titolo di vero cinema d’autore.

Saimir (id., Italia, 2004, sala)
Regia di Francesco Munzi

Pubblicato il 5/8/2005 alle 18.34 nella rubrica Cinemio.

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