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>LE PAROLE DELLO SCHERMO

Alla fine anche chi bolognese non è e mai vorrebbe esserlo, ringrazia volentieri l’assessore Guglielmi. L’unico e solo inconveniente a cui l’organizzazione poteva porre rimedio era quello di una certa sovrapposizione di eventi che, forse, interessavano quello stesso pubblico tenuto, invece, nel frattempo occupato in un’altra sala. Voglio dire, con un esempio: possibile che il ritratto di Barry Gifford dovesse per forza essere un’alternativa in contemporanea al film tratto dal romanzo di Barry Gifford, in modo da costringere alla scelta tra il film «Cuore Selvaggio» e l’incontro con Conversano e Grignaffini che del romanziere hanno curato quella che viene definita un’«Immagine di scrittore» della durata di poco più di un’oretta? Possibile che nessuno abbia pensato che, forse, a grande parte dello stesso pubblico sarebbero interessate entrambe le proiezioni?

Ma comunque. Intanto devo dire che non ho visto moltissimo, di certo tantissimo meno di quello che avrei dovuto, molto meno di quello che avrei potuto e meno di quello che avrei voluto. Ho scelto solo di non stancarmi troppo e, anche, giusto o sbagliato, di continuare a frequentare il cinema ufficiale, anche se quello di un’arena estiva, proprio negli stessi giorni.

E allora mi sono accontentato di America Oggi (Short Cuts, Stati Uniti, 1993), che La Polla aveva poca voglia di mettersi a raccontare, che alla mia vicina non è piaciuto affatto, che la signora dietro non ha gradito e ha abbandonato, ma che per me è stato un trionfo. A parte che se guardi l’orologio dopo due ore e mezza in un film di tre, comunque vada sarà un successo, e poi questo è Robert Altman, lui è sempre capace di tenermi incollato allo schermo, e poi più personaggi ci sono e più il regista è bravo a tenerli sempre un filo sotto la storia, più io mi diverto. Il miglior film del festival. Senza se e senza ma.

Il ritratto di Mario Rigoni Stern (Italia, 1999), intervistato da quel grandissimo che è Marco Paolini e ripreso nel bianco della neve invernale e nel freddo della montagna dal buon Carlo Mazzacurati, non è arrivato a toccare nessuna corda particolare, e forse perché le ha toccate tutte e tutte insieme. Perché «Il sergente della neve» è uno dei libri più belli e importanti che mi siano passati sotto le dita e gli occhi e la testa e il cuore, e perché quando Rigoni racconta che i professoroni delle scuole, tiravano fuori le penne blu e rosse solo per aver letto nel suo capolavoro una frase come «I topi!», con il punto esclamativo in fondo a chiudere una frase di soli due termini, capisci come nessuno mai sia stato in grado di ascoltare e capire le parole, quelle giuste, dei ragazzi di ogni tempo.

La Maschera di Scimmia (The Monkey’s Mask, Australia/Canada/Francia/Italia/Giappone, 2000), è invece il classico film mediocre che il classico giallista famoso legato alla classica casa di distribuzione pseudoindipendente deve promuovere per contratto. Il giallista è Carlo Lucarelli, che parla tanto bene in tv quanto spiega meglio dal vivo, e il film è uscito per Fandango, insieme, guarda un po’, al libro di cui lo stesso Lucarelli ha curato il risvolto in seconda di copertina. E allora il libro sì, di Dorothy Porter, è notevole e unico come solo un romanzo scritto con trecento pagine di poesia sa essere, ma il film, di Samantha Lang, al di là del fornire (giustamente, ma ne avrei da dire) un po’ di materiale alla comunità lesbo, proprio non va. Lucarelli dice che accompagnato al libro (che esce sempre insieme al film, come detto, nella collana «Mine vaganti», che così l’ho scritto e Lucarelli è più contento), l’impressione è tutta un’altra, e via con i suoi discorsi. Io ho letto subito il libro (non l’ho comprato però, sarei caduto nella rete). Si legge in settanta minuti. Ma poi il film mi è piaciuto ancora meno.

Tempesta di ghiaccio (The Ice Storm, Stati Uniti, 1997) mi dicono ItaliaUno l’abbia già trasmesso in uno dei suoi cicli estivi adolescenziali. È quello che ci si aspetta, che poi Ang Lee tanto di meglio non ha mai fatto. Ci sono Frodo, l’Uomo Ragno e la tipa di Tom Cruise da quasi piccoli, tantissimi snodi di sceneggiatura che proprio non vanno (dell’attacco di cleptomania di Elena Hood che diciamo, ad esempio?) e alla fine non mi ha preso per niente. Ma la mia Christina Ricci prediletta e brava bravissima è sempre una soddisfazione. (Joan Allen invece non è impeccabile. È solo una mestierante).

Di Salò o le 120 giornate di Sodoma (id., Italia/Francia, 1975), non dirò nulla, che tanto non sono in grado. Fa esattamente ancora tutto quello che Pier Paolo Pasolini volle: scandalizza, lascia sgomenti, fa venire il voltastomaco. Il valore incalcolabile del film non si discute, ma mi farebbe molto piacere che tutti lasciassero in disparte ridicoli orgogli cinefili, false competenze e linguaggi psicodemenziali. Se c’è qualcuno che ne sa veramente tanta, ma veramente e veramente parecchia, e ha la pazienza di spiegartelo e ti metti in testa di resistere, allora arrivi alla fine. In tutti gli altri casi, non è roba commestibile.

In Cuore Selvaggio (Wild at Heart, Stati Uniti, 1990) c’è tanto del mio racconto preferito ormai da sedici anni, e qualcosa del mio narratore preferito fin dalla terza elementare: «Il Mago di Oz» e Lyman Frank Baum. Solo che «Cuore Selvaggio», oltre a essermi apparso troppo lungo e faticoso, ed avermi fatto sbraitare contro un Nicholas Cage che sarebbe potuto diventare l’attore più cool del pianeta se solo poi non avesse accettato di recitare cazzate, oltre a tutto questo, dicevo, «Cuore Selvaggio» è però un film di David Lynch. E come più o meno tutti i film di David Lynch mi è piaciuto un sacco e non l’ho capito affatto.

Pubblicato il 3/7/2005 alle 13.12 nella rubrica Cinemio.

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