Blog: http://clos.ilcannocchiale.it

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 4

La Giovane Italia è stata per alcuni anni, fino verso la metà del decennio Trenta, l’unica agenzia di nazionalizzazione presente nel Paese. Si comprende bene, dunque, la ragione per cui gran parte della classe dirigente risorgimentale, nata nei primi anni XIX secolo sia passata, sia pure marginalmente, attraverso quella esperienza: per essere italiani bisognava contaminarsi, allora, con il mazzinianesimo.

Ciò induce ad alcune considerazioni. In primo luogo spinge a comprendere il motivo per cui molte tradizioni politiche, nel Novecento, abbiano guardato a Mazzini come precursore: l’oggetto Italia, in termini politico-culturali moderni, è invenzione sua. In secondo luogo suggerisce cautele circa l’effettiva diffusione di un modello statal-nazionale predominante nella fase anteriore al 1848. Non c’è dubbio che Mazzini abbia avuto un’idea molto precisa dell’Italia da realizzare, almeno nei suoi tratti essenziali («Una, libera, repubblicana», secondo la nota formula); è meno sicuro che la percezione del suo messaggio sia stata altrettanto chiara nelle varie periferie del Paese, soggette a disturbi di ricezione, per così dire, indotti da interferenze culturali e sociali locali, spesso molto forti. In terzo luogo mette in luce la natura concentrica dell’itinerario mazziniano: il giro largo è la nazione, poi si entra in un giro più stretto –Repubblica, Democrazia e i relativi corollari politico-sociali– ; infine c’è la religione, cioè l’approdo definitivo al «Progetto umanitario». Via via che i cerchi si stringono, i seguaci di Mazzini si riducono progressivamente.

Il disegno nazionale ha un successo colossale, al punto che, alla fine, l’Italia si farà sul serio, ed effettivamente offre al suo autore una visibilità ed una centralità politica inusitate. Già intorno al nodo democratico-repubblicano, le schiere si assottigliano, e molti patrioti manifestano idee diverse ancor prima del ’48. Poi le diaspore continuano, negli anni Cinquanta e nel decennio successivo, fino all’ultima emorragia, quella del 1871, a vantaggio dell’Internazionale socialista.

Giuseppe Mazzini sembra spesso ermetico, il suo disegno sfugge, la sua democrazia pare troppo blanda, ora addirittura misticheggiante, con il persistente riferimento a Dio, con l’idea di un governo dei migliori al di sopra delle parti, quasi un sacerdozio civile a tutela del «fuoco sacro» dei valori condivisi. Non la si riesce a stabilizzare e quando lo si fa ecco che il sistema fa acqua da diverse parti. Il punto fermo è l’umanità, ma stranamente nessuno di coloro che si occupano della traduzione politica del fenomeno Mazzini, lui vivente, prende sul serio questo problema.

Perché? Perché il nodo dell’umanità non è solubile politicamente; ci vuole, per affrontarlo, un respiro esistenziale, una predisposizione anteriore alla politica, che molti interlocutori non percepiscono.

Qui l’intelluttuale genovese patisce un autentico scacco. E non perché la Repubblica, in Italia, non si realizza, ma perché molti esponenti di quella comunità in cerca della democrazia, decidono di tirarsi indietro. (2.fine)

Roberto Balzani

Pubblicato il 23/6/2005 alle 0.38 nella rubrica Mazziniana.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web