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Si metteva in sella di buon mattino e in bicicletta mi ci metteva pure me. Il seggiolino, prima davanti, quello attaccato al manubrio, poi dietro, quello sopra la ruota, non avrei la memoria per ricordarlo, ma sulla mia di bicicletta ricordo chiaramente i semafori, il ponte, la strada in salita, la fatica, l’aria fresca del primo mattino. Ci andavamo di primo mattino, e non per l’aria fresca, ma perché quel giorno così doveva cominciare, e solo così.

Arrivati c’era il solito prato verde e splendente, il silenzio, l’ombra dei due grandi alberi centrali, e un lago bianco di sassi scolpiti piantati a terra. 1152. Quel numero mio babbo me lo ripeteva tutti quanti gli anni, non appena arrivati, scesi dalle nostre biciclette, entrati in quel luogo che avrebbe continuato ad accogliermi anche da solo, non appena percorsa la strada che per prima avevo imparato a memoria.

Il Venticinque aprile, per me, non ha mai nessuna polemica, egemonia culturale o di partito, non riecheggia l’eco della guerra civile, dei partigiani assassini, dei repubblichini traditori e della Resistenza dimenticata. Il Venticinque aprile, per me, è quello dell’aria fresca, del ponte sul fiume che durante l’autunno ’44 fu frontiera interna alla città, della strada in salita e delle 1152 lapidi del Commonwealth war cemetery di Santa Lucia. Inglesi, neozelandesi, egiziani, sudafricani, indiani, tutti troppo giovani per morire in una guerra lontano da casa. Il Venticinque aprile, per me, è il compleanno della Libertà. «Libertà dalla miseria, libertà dalla paura, libertà di parola e libertà religiosa».

Pubblicato il 25/4/2005 alle 19.47 nella rubrica Diario.

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