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>TEMPO DI POLITICA

«È stata un'ecatombe, ma la politica non finisce oggi». Francesco Storace.

A volerlo guardare bene, questo voto, a volerlo giudicare con calma, dopo lo stupore e l'incredulità, quello che sorprende di più non è la quantità, ma la qualità del trionfo del centrosinistra. Perché l'11-2 che diventerà 13-2 e che alla fine è un 16-4, lascia poco spazio alle interpretazioni, ma i nomi vittoriosi e le percentuali nascoste nelle pieghe di queste regionali offrono riflessioni importanti e convinte letture politiche.

Il successo di Nichi Vendola in Puglia è tale che farà passare in secondo piano il calo di quasi un punto percentuale di Rifondazione comunista. Probabilmente non c'è storia: meglio un presidente di regione, per di più quel presidente e in quella regione, di un risultato migliore del successo delle ultime europee. Ma è anche vero che ha vinto soltanto Vendola (o ha perso l'ottimo Fitto), perché in Puglia Rifondazione rimane inchiodata a poco più del 5%. Nessun effetto traino sul partito, dunque, stesso dato calabrese, in un quadro generale che vede appunto Bertinotti restare al palo dopo un congresso sofferto e un clima di conflitto sociale che al sud avrebbe dovuto essergli favorevole.

E allora Rifondazione continuerà ad essere una spina del fianco di Romano Prodi, ma una spina che potrebbe staccarsi presto. Perché queste elezioni hanno segnato il trionfo della lista unitaria del centrosinistra, quell'Uniti nell'Ulivo che alla fine ha mantenuto il nome ed è stato assolutamente premiata dai cittadini. Su tutti, bastino i dati di Lombardia e Veneto, regioni dove la Casa delle libertà ha vinto e l'Unione, invece, è stata sconfitta: l'Ulivo è comunque senza rivali, supera Forza Italia per voti e per seggi e doppia quasi la Lega nord.

Inutile girarci intorno: gli elettori premiano l'unità e l'aggregazione delle forze, gli elettori riconoscono nel simbolo dell'Ulivo (e non in quello terribilmente brutto e vuoto dell'Unione) la forza del cambiamento e i ricordi vivi (anno 1996) della grande stagione del centrosinistra italiano, gli elettori votano per una forza alternativa a Berlusconi, sì, ma più è grande, più riscuote successo. Tutto gli altri (ridicoli i risultati di Di Pietro e di Mastella, alla fine quasi inutili quelli di Diliberto e Pecoraro Scanio) vengono fagocitati dall'unitarietà e se il bravissimo Fassino, il buon Boselli, il triste Rutelli e la comparsa Sbarbati sapranno gestire, come ha detto Prodi, «con serenità» questa incredibile risorsa, l'Ulivo potrà diventare un vero partito che da solo rappresenterà oltre il trenta per cento dei cittadini su tutto il territorio nazionale e dettare le regole a chi con questo soggetto vorrà governare il Paese. È anche una speranza: l'Italia finalmente potrebbe essere pronta per fare a meno dei comunisti e dei verdi e proporre un suo modello di centrosinistra come tanti altri in Europa.

Dispiace per Ghigo, anche grande presidente della Conferenza Stato-Regioni, mentre alla vigilia già era chiara la vittoria di Marrazzo, anche se certo non così netta (3,3% di scarto su Storace) come si è concretizzata. Tra l'altro quella disperata della Mussolini, ridotta ad alleanze con criminali reazionari al limite del neonazismo, ha fatto tanto casino per il Lazio e poi ha preso più voti in Campania.

E mentre il terzismo sembra morire, e le forze socialiste, liberali e repubblicane agonizzare, cresce nel Paese un sentimento di sdegno verso Berlusconi, anche se in realtà più verso la sua persona che verso le sue politiche e decisioni. Noi vogliamo che rimanga al suo posto con lo stesso identico assetto di governo. Chiediamo solo che si cominci a concentrare sul da farsi, e lasci perdere comunisti e magistrati. Gli chiediamo un anno di lavoro, e gli chiediamo, se ne è capace, di abbandonare la presidenza del Consiglio dopo un anno di impegno e di volontà. «La politica non finisce oggi». Berlusconi dimostri almeno che è ancora in tempo per trovarne una.

Pubblicato il 5/4/2005 alle 18.42 nella rubrica Diario.

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