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>UFFICIO DI TRIGESIMA

Era una comune professione di fede nella civiltà occidentale. Era un dispositivo militare integrato composto da contingenti dei singoli paesi membri. Era l'Organizzazione del trattato del nord Atlantico.
Era lunedì 4 aprile 1949.


June parlava quattro lingue, e ne scriveva e leggeva tre. Per il giapponese, prima delle quattro e codice domestico, occorreva ancora qualche lezioncina. Gli ideogrammi, in Occidente, fanno questo effetto anche per chi è di madrelingua. Per il resto era una ragazzina come le altre, consapevole però di non poter essere come tutte le altre.

Quello che ci colpì subito era che suo padre aveva lineamenti troppo italiani per convincerci con il suo tedesco perfetto, e che sua madre era troppo minuta e mora e con gli occhi a mandorla per passare come purosangue teutonica. Il fratello, poi, più piccolo, sembrava un folletto, saltellava come un matto e rideva in continuazione. Shion pareva uscito direttamente da un manga.

Dopo poco trovammo subito un’identificazione razziale: nippo-tedeschi, li chiamavano tra noi, che ad oltre 1000 metri in un paesino di un centinaio d’abitanti in Val Gardena, non ci si poteva confondere. Solo che, come previsto, il babbo dei nippo-tedeschi era italiano, di cognome faceva Maggio e i suoi genitori erano pugliesi, ma emigranti prima in Belgio e poi in Germania. Da lì lui prese il volo per il Sol levante. Motivi di lavoro, ci disse, una lingua terribile da imparare, la fame e come sempre i pochi soldi, poi l’amore, il matrimonio, i figli e di nuovo la Germania. Le vacanze, quell’anno, in Alto Adige, qualche passeggiata (ma la signora camminava poco), molto silenzio e tanto riposo.

Io, affascinato da June, intelligente e gentile, passavo le serate a giocare a Uno e a imparare parole e pronunce giapponesi, fino a che le ferie, brevi per i nippo-tedeschi, finirono e June non dovette far ritorno a casa, per tornare alla sua scuola dove le prime due lingue erano l’inglese e il francese, e la terza, poiché in Germania, il tedesco. Un college diplomatico, pensammo subito. Le lasciai il mio indirizzo, io, che con i corrispondenti non ho mai avuto fortuna e che l’inglese dovevo soprattutto studiarlo. Lei, invece, doveva cambiare casa, mi avrebbe scritto per prima, mi spiegò, ma l’indirizzo suo non me lo lasciò.

Mantenne la parola, e addirittura riprese con quelle parole giapponesi che aveva cominciato a scrivermi in montagna. Disegnava, e mi mandava i suoi fumetti, tali e quali a quelli che leggevo, come dire che quel tratto, quegli occhi, sono quasi innati, in Giappone.

Furono tre, o quattro, le lettere che partirono e arrivarono, poi, per oltre dieci mesi, di June, più niente. L’Occidente intanto sferrava il suo attacco decisivo sui Balcani, le mie lettere tornavano indietro, fino a quando non persi la speranza e ancora molto dopo, ecco, di nuovo lei, tornava a scrivermi, da una nuova casa, sempre in Germania, al confine con l’Olanda.

Durò poco, pochissimo. Dopo pochi mesi e un altro paio di scambi, più nulla. La corrispondenza cominciò a ritornare indietro. Mi chiedevo quale guerra si stesse preparando, mi convinsi subito che in realtà, forse, la situazione era più complessa.

Suo babbo, l’italiano, il pugliese, Maggio, aveva provato a spiegarci cosa faceva in Val Gardena. Una vacanza, veloce, senza dar nell’occhio, per lui, funzionario Nato, e la sua famiglia, costretta a seguirlo.

Dedicato alle figlie e ai figli di chi ogni giorno compie qualcosa di troppo grande e difficile da spiegare con un ideogramma giapponese. Dedicato alle figlie e ai figli delle donne e degli uomini che lavorano per l’Occidente, per la sicurezza, per la pace nel mondo. Dedicato a Nicola Calipari, agente segreto, eroe per caso.

Pubblicato il 4/4/2005 alle 6.48 nella rubrica Oggi, ieri.

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