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>QUANDO TORNA DUE CALZINI

Diciamo che la mia fede repubblicana era ancora in via di formazione. O diciamo più semplicemente che ero un piccolo bambino felice, o diciamo, ancora meglio, che ancora oggi quando vado al cinema la politica resta fuori, vicino alla rastrelliera delle biciclette diciamo. Però quella volta, la prima che mi ricordi in sala, non seppi resistere, e tra l’imbarazzo dei miei genitori che mi avevano accompagnato mi issai sulla poltroncina a urlare: «Vinci principe, vinci principe!». Proiettavano «La bella addormentata nel bosco», di Walt Diseny, e il principe Filippo stava combattendo contro quella cattivissima di Malefica trasformata in drago.

Ma la prima volta che andai al cinema a vedere un film vero, avevo sette anni, faceva caldo e in biglietteria ti davano pure lo zampirone, che l’estate nelle valli di Comacchio le zanzare sembrano dei B52. Il mio primo film, e dunque quello a cui sono più affettivamente legato, quella sera era «Balla coi lupi», e giuro che tre ore a sette anni si ricordano piuttosto a lungo.

Oggi stefanello ci è tornato sopra, e su quel film e dopo quel film, ha scritto le parole più belle e emozionanti, quelle di un simbolismo, appunto, che aveva capito anche un bambino.

«Balla coi lupi ha deciso di abbandonare il villaggio, che l'esercito lo insegue ed è meglio per tutti che se ne vada. Sta partendo, a cavallo, nella neve, con la moglie. E ci sono tutti, a salutarlo, anche Ride coi denti, che ha ritrovato il suo diario. Non c’è invece, Vento nei capelli, che è salito su un’altura poco distante. E lì aspetta. Lui, che è un guerriero sioux, non uno qualsiasi, e odia i bianchi, che gli stanno rubando anche l’aria che respira. Li odia di un odio cristallino, limpido, meraviglioso per quanto meraviglioso possa essere questo sentimento. Lui, che a Balla coi lupi l’ha fatto scontare, eccome, l’essere un bianco, ma che alla fine l’ha accettato. E da lì, dall’alto, lo saluta. Piangendo, ed urlando, come impazzito, ossessionato, una cosa sola: ‘Lo capisci che sono tuo amico? Lo capisci, che sono tuo amico?’. E io credo che non ci sia niente di più bello, e spontaneo, e gratuito, e incondizionato, di un urlo come quello, di un affetto come quello. Lo sa anche Costner, e piange, ma se ne va, senza girarsi. Che se si girasse sarebbe finita, non andrebbe più via, e ci vuole molto più coraggio a far finta di non sentire».

Pubblicato il 8/2/2005 alle 16.7 nella rubrica Cinemio.

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