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>THE AVIATOR DA OSCAR, NEL BENE E NEL MALE

Allora ci deve essere qualcosa che non va nella sceneggiatura, perché tutto il resto ci pareva davvero a posto. Molto a posto, toccando la perfezione addirittura, a cominciare da quei meravigliosi movimenti con la cinepresa che solo Scorsese riesce a portare a irraggiungibili livelli. Trionfali le interpretazioni, con Di Caprio sempre adeguato in quel ruolo di pioniere della cinematografia e dell’aviazione, un Howard Hughes convincente e deciso, e con una Cate Blanchett divina nei panni, pantaloni e scarpe di cuoio di Katharine Hepburn, e con Alec Baldwin, come fondatore della Pan–Am, bello ingrassato e grandioso. Fantastica la fotografia, incendiata, cupa, marmorea, giocata sui molteplici registri dell’epopea di un’America ruggente, raggiante e compromessa tra lusso e politica, che il glamour abbagliante, fulminato e calpestato delle macchine fotografiche spiegano meglio di tante parole. Si dice tanto, tutto, si esagera, e si resta sempre sul protagonista, divo, spregiudicato, ricco, affascinante, coraggioso, e malato. Infettato dal potere e dalla paura, dalla volontà e dalla pazzia, infettato dal terrore di contaminarsi. Ed ecco che la sceneggiatura, spinta anch’essa fino al culmine dell’estetismo, smette prima di appassionare e subito dopo di emozionare, stancando e appesantendo tutta la parte finale. Perché le immagini, la storia, la curiosità e la gloria, resteranno scolpite per non tramontare mai. Manca l’anima, e dispiace troppo.

The Aviator (id., Stati Uniti/Giappone/Germania, 2004, sala)
Regia di Martin Scorsese

Pubblicato il 1/2/2005 alle 18.26 nella rubrica Cinemio.

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