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>GIORNO DELLA MEMORIA - 6

Collina dell’Ettersberg, Weimar, Turingia. Più semplicemente, Buchenwald, campo di concentramento. Presenti internati delle nazioni più lontane e distanti, dal Brasile all’Iran. Perché, nonostante le uccisioni di massa e la morte di moltissimi prigionieri in seguito agli esperimenti medici e agli abusi delle SS, quel campo era stato concepito come luogo di selezione e smistamento di coloro che erano destinati ai campi di sterminio. E proprio per questo era parte integrante dell’apparato di morte messo a punto dal nazionalsocialismo.

All’interno, la torre principale di guardia nei cui edifici laterali si trovavano le celle per gli arresti e gli uffici della direzione del campo. Nel cortile d’appello, il luogo dove ogni giorno, al mattino e alla sera, i prigionieri venivano contati, puniti, semplicemente umiliati o addirittura eliminati, battevano il sole e il silenzio. L’aria era come se fosse assente e dentro rimbombava la stessa domanda, quella che da Dachau mi aveva accompagnato fino lì.

La morte era una presenza costante, in quel campo. Viva, intensa, acuta, incancellabile. La morte era ancora la padrona di quel luogo di fame e distruzione, vergogna e bestiale follia. La morte cercava di fare sì che il campo e gli edifici ancora visibili, ma anche la zona delle SS con le residenze, la falconara dove vennero tenuti rinchiusi Leon Blum ed Edouard Deladier, le scuderie, il maneggio e l’armeria, fossero considerate come entità statiche e museali, residui di una storia finita e abbandonata.

Alle mie spalle il portone d’ingresso non aveva la scritta del lavoro che rende liberi, ma un più cupo «A ciascuno il suo».

E il mio, erano lacrime d’impotenza, il più grande dolore che mai ho provato.

Pubblicato il 26/1/2005 alle 23.54 nella rubrica Ego.

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