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>FERRO GIOIELLO

Chi gioca a golf sa bene che la mazza numero tre è la meno utilizzata. Il protagonista però usa sempre soltanto quella, provando via via potenza, precisione, giocando di sponda o mirando bene al punto da colpire e da centrare. Siccome è «anche laureato», ne sa numerose altre, soprattutto in termini di riparazioni. Poi ha il motore di grossa cilindrata e il telefono cellulare con fotocamera digitale. Alta tecnologia e desolazione, spazi urbani violenti e mai frenetici, indifferenza e diffidenza in quel carcere che diventa per un po’ casa vuota e che tra le prepotenze dei carcerieri e l’anonimato della tuta 2904, si trasforma nella palestra dove portare a compiutezza la capacità di rendersi visibili solo per chi è capace di porsi nella giusta prospettiva. L’amore, che non ha bisogno di parole, appunto, ma che c’è modo e modo per rendere e presentare silenzioso, per esprimere e ritrarre nella bellezza e purezza di uno sguardo, di un soffio, di un dono assoluto. Di tutti gli altri si può fare a meno, evitando di entrare nella loro ridotta visuale, segno netto di vedute, possibilità, profondità limitate. Non importa il ferro che usi e non importa se sei solo ad usarlo. Il grande cinema si fa senza tante parole e secondo ragioni di un linguaggio visivo profondo e grandioso.

Ferro 3la casa vuota (Bin–jip, Corea del Sud, 2004, sala)
Regia di Kim Ki–duk

Pubblicato il 26/12/2004 alle 23.58 nella rubrica Cinemio.

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