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>MOSTRA DI VENEZIA 2013 - 1

Proiezione unica e obbligata, L’Arbitro (giornate degli autori proiezione speciale) è il battesimo stravagante della preapertura di Mostra. Desiderato, ben pensato e diretto con grande cura, il film sardo di Paolo Zucca ha presupposti e balletti da operetta, giochini di polvere da richiamo western, rimandi grotteschi e troppo artificiosi alla Cinico Tv e il vezzo di un bianco/nero alla fine totalmente improduttivo. Insomma, giocando sugli stereotipi del calcio e della piccolissima provincia, con Geppi Cucciari, un bravo Stefano Accorsi, due sketch di Pannofino nel ruolo malandrino e ormai fuori tempo massimo dell’arbitro Mureno (sigh) e alcuni caratteristi elevati al ruolo, l’operazione simpatia non basta però a farne qualcosa di consistente. L’arbitro del titolo, fischietto e crocifisso e religione di superstizione, vive nell’immaginario profano del tonfo dai quarti della Champions alla Terza categoria, mentre l’oriundo ritornato al paesello regalerà la gloria allo sgarrupato Atletico Pabarile. L’allenatore è cieco e sulle tute delle giacchette nere c’è scritto Fefa per questioni di diritti.

Alfonsone Cuarón regala a Venezia il più incredibile dei film, la più incredibile delle visioni, la più incredibile delle ricostruzioni: il suo grande e ignoto spazio profondo ha immagini, sensazioni, sguardi e illusioni e che, davvero, segnano uno dei momenti più stupefacenti e importanti non solo di un festival del cinema. Il suo Gravity (fuori concorso) è un capolavoro di fantascienza e spettacolo, studio e ricerca, dove la forma è l’arte pura cinematografica e la sostanza la classicità della storia, della narrazione, della grandezza anche ironica degli studios hollywoodiani. Colpita e affondata da detriti spaziali, rottami che viaggiano a oltre 130mila chilometri all’ora, la navicella di Bullock (protagonista totale) e Clooney (rinforzo ideale) è andata distrutta e l’unica speranza di salvezza è ora raggiungere la stazione orbitante cinese. Fino a quando non vedrete il ranocchio finale, vi mancherà il fiato. La tecnica è grande come il mondo, la creazione e ricostruzione è perfetta e non dimentica il cuore, e c’è pure il battito ritrovato del grande cuore d’attore.

Alessandro Rak ha scritto le sue note di regia cercando rima e poesia. Ma L’Arte della Felicità (settimana della critica evento speciale – film d’apertura), che a Napoli è anche un festival evento e che qui vorrebbe essere un gioiellino d’animazione, comincia con un gabbiano che plana sulla città partenopea, la pioggia, i pensierini sull’anima, le lacrime, l’esegesi dei ricordi e dei tuffi nei ricordi, e tante metafore a iniziare dall’ostacolo casuali che sui binari altrui farà trovare un’altra strada alla macchinina a molla. C’è una battuta sul pianto provocata dal nuovo presidente del Consiglio, riconducibile a Berlusconi, ma le tempistiche di lavorazione del film hanno incrociato tecnici e larghe intese, e questo gli giova. Ci sono aforismetti del tipo «Crescere da soli è come giocare a palla contro un muro». Il tassista, e questo si sa, raccoglie invettive e flussi di coscienza. Il titolo è il nome della stazione radio, che trasmetta colta musica d’autore. Sì, insomma: illustrazioni di pregio, dichiarato sguardo a Oriente, tanto senso della vita e un po’ di quello della morte, linguaggio, linguaggi e filosofia spirituale. Appena fuori dall’habitat Mostra, partirà il flop.

A confermare ancora la grinta del cinema israeliano, qui in coproduzione belga tedesca, arriva Bethlehem (giornate degli autori), prodigiosa opera prima che porta dritti al cuore del dramma e del conflitto palestinese: soprattutto quello interno alla cosiddetta Autorità nazionale. Tra l’attività dei servizi segreti ebraici e dei loro infiltrati, questioni di soldi, gruppuscoli combattenti, divergenze tra Hamas e brigate di al–Aqsa, martiri di Allah e vendette private, il 34enne Yuval Adler racconta e mostra con un’efficacia raramente vista prima d’ora chi sono e quanti quelli che vorrebbero unirsi, non sempre riuscendoci, contro Israele. Merito di una sceneggiatura senza paura e sempre sul campo, prima del romanzo di formazione con Sanfur e il suo gruppo di coetanei, poi del thrillerone con l’agente Razi e il bellissimo legame tra i due, poi del dramma e della guerra, con tanto di realistici e consistenti scontri a fuoco.

Pubblicato il 28/8/2013 alle 15.56 nella rubrica Cinemio.

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