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>IL BUFFONE DI PIETRA

Poi non lamentatevi dell’egemonia pacifondaia. Delle Perugia-Assisi dove si bruciano stendardi a stelle e strisce e si agitano bandierine arcobaleno. Se le tesi dell’Occidente fiacco e dell’inesistenza di un Islam moderato vengono marginalizzate in beceri ambiti ideologici, derise dal ghigno sinistro dei benpensanti. Quando si ha l’occasione di essere distribuiti nei multiplex, buona campagna pubblicitaria alle spalle e weekend cinematograficamente strategico, con l’aiuto persino di un maltempo imperversante in tutta la penisola, non ci si può presentare con una buffonata di questo livello. Dove quel moncherino del prof/giornalista (gambe tagliate via come ricordino di vittima nell’attentato in ambasciata a Nairobi) si allena girando le impalcature, i quadri svedesi, le scalette, i tubetti d’acciaio che ha montato per casa, ma viene cornificato lo stesso da una delle mogli più zoccole mai viste prima. Una che quando Harvey Keitel le dice di essere musulmano risponde «Sì, capisco» prima di baciargli il pelo sullo stomaco. Martinelli, con clan femminile al seguito (Eleonora, Federica, Ludovica), non ha nemmeno il coraggio di insistere con quelle pessime trovate digitali, portando alle estreme conseguenze la bruttezza del film (che non si può descrivere per non spoilerare ma anche perché proprio non si riesce a descrivere) dimostrandosi però almeno coerente con se stesso. Tra l’utilizzo della parola perpendicolo, un’imitazione del cammello che pare un omaggio a Biagio Izzo (!), le lezioni all’università che finiscono sempre così e uno scambio preventivo di autoassoluzione («Che film c’è?», «Uno che i critici hanno fatto a pezzi, quindi sarà un buon film», «I critici sono persone molto frustrate»), Jane March usa però un lucidalabbra parecchio incantevole.

Il mercante di pietre (id., Italia, 2006, sala)
Regia di Renzo Martinelli

Pubblicato il 18/9/2006 alle 15.27 nella rubrica Cinemio.

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