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>MOSTRA DI VENEZIA 2006 - 13

Da Venezia torno con in tasca le visioni da qui ad un bel pezzo. Da Venezia torno con diverse strette di mano, anche se non è facile sapere quelle che contano. Da Venezia torno con qualche fotografia, e mi accorgo ben presto che in mezzo a quel pubblico delle serate importanti sono tutti politici, imprenditori, Marta Marzotto e Ripa di Meana, piuttosto che attori, registi, scenografi e gente di cinema come invece ci si potrebbe aspettare. Da Venezia torno con un bel po’ di autografi, per scoprire che i miei preferiti non entusiasmano proprio nessuno. Da Venezia torno con appunti e un po’ di quelle frasi da segnarsi sul taccuino. La migliore arriva da un bellissimo film cinese intitolato internazionalmente Do over (in originale sarebbe Yi Nian Zhi Chu, ovvero L’inizio di un anno) che non ha vinto un bel nulla e dunque non vedrà mai la distribuzione in questo paese: «Il futuro e il passato non esistono: ovunque vada mi trovo nel presente». Da Venezia semplicemente torno, nonostante la minaccia della Festa di Roma, che incombe in piena ottobrata capitolina e a cui è praticamente certo non sarò presente.

Da Venezia torno dopo una Mostra del cinema che presentava film che spesso e volentieri indagavano su se stessi, e sul proprio ruolo. The Black Dahlia, Hollywodland, Paprika, INLAND EMPIRE, persino il già citato Do over. Tra le opere più importanti presentate alcune portavano una riflessione sul proprio impatto, sulla forza e il valore del cinema, anche solo di genere, sulla necessità e l’orgoglio di un film, altre includevano nella loro trama il tema della lavorazione di un’opera, o le sue immagini, oppure raccontavano il lavoro di un set, foss’anche solo quello di un prodotto televisivo. È stata metacinematografica e metafilmica la Mostra di Venezia, quasi un segno di questi tempi tutti dvd, emule e videofonini.

È stata una Mostra di grande livello, di cui come al solito è difficile condividere non solo i premi della giuria (quelli, nonostante quel poveretto di Placido* voglia farci credere si voti per alzata di mano e finisca 4-3 a sfavore di Nuovomondo (Golden Door) di Emanuele Crialese, si assegnano dopo contrattazioni convulse, equilibrismi precari e telefonate di mamma Rai che non sopporta e non si capacita che il pubblico fischi e che alla giuria internazionale non piacciano i suoi film italiani, che non c’è mica niente di male, anche se, quest’anno, i due in concorso erano eccome buoni prodotti), ma piuttosto, si diceva, è difficile condividere i premi collaterali.

Tralasciando la Settimana internazionale della critica, dove non ho visto il trionfatore di entrambe le categorie A Guide to Recognizing Your Saints, vediamo i cosiddetti ggiovani che cos’hanno premiato. Quelli di Agiscuola, che hanno in mano il più prestigioso dei riconoscimenti minori, il Leoncino d’oro, hanno deciso che il loro film preferito del concorso fosse Ejforija (Euphoria), per niente male, sia chiaro, ma questo la dice lunga su quanto conti più passare per intellettuali impegnati che lasciare liberi i propri gusti. Quelli di Arca Cinemagiovani invece si sono immedesimati nel grande pubblico, facendo vincere nella categoria miglior film internazionale il bruttissimo Zwartboek di Paul Verhoeven, a metà tra Robocop e Showgirls però con di mezzo lo sterminio nazista del popolo ebraico. Fate voi. Anche perché il miglior film italiano l’hanno pescato nella Sic e l’Altre Visioni dato ad Offscreen di Christoffer Boe. Niente da dire invece su Cinemavvenire, almeno loro sono coerenti; il premio Cinema d’Essai è andato al mediocrissimo The U.S. vs. John Lennon, patrocinato e benedetto prima che dagli antiamericani da quel livore che soltanto la bandierina arcobaleno sventolante consente di esprimere in maniera così politicamente corretta.

Per quanto mi riguarda (vi basta una cinquina ordinata?) questi i closleoni, con il limite della scelta preventiva che inevitabilmente mi ha fatto perdere parecchio: Paprika, Bobby, Yi nian zhichu (Do over), Daratt (Dry Season), Tachiguishi retsuden (The Amazing Lives of the Fast Food Grifters), con segnalazione per The Hottest StateFangzhu (Exiled) e Nuovomondo (Golden Door). Premio passerete sul mio cadavere ex aequo a World Trade Center e Mushishi (Bugmaster)* (che si aggiudica anche il Katsuhiro Otomo ti amo).

*(A proposito di quel poveretto di Placido e di Mushishi: il giurato italiano a domanda ha risposto «Film destestati?» «Un giapponese, un francese». Mushishi era l’unico film giapponese di venezia 63. Come volevasi dimostrare, nel caso ce ne fosse mai stato veramente bisogno)


Insieme a me alla 63^ Mostra internazionale d'arte cinematografica: kekkoz, irraggiungibile come solo le blogstar, infamous, sorridente e simpatico come solo i toscani, jecke, invisibile presenza miyazakiana che ha dimenticato di avvisarmi, coma, il professional evocato. Ma soprattutto ho finalmente potuto stringere la mano ad ohdaesu, il più grande che non t'aspetti, che sorprendondomi e illuminandomi in quei dieci minuti che lo sono andato a tormentare, mi ha regalato una piccola prova del suo magnifico assoluto genio incontrastato.

Pubblicato il 14/9/2006 alle 19.7 nella rubrica Cinemio.

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