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>MOSTRA DI VENEZIA 2006 - 6

Infingardo, in perfetto british style. The Queen (venezia 63) di davvero tagliente contro la casa reale inglese ha proprio pochino. Qualche battuta e definizione fulminante («Un pugno di mangiapane a sbafo con lo sviluppo emotivo bloccato»), o il principe Filippo in kilt scozzese, o la discussione sull’opportunità, per distrarli, di avviare alla caccia i nipoti mentre la tv fa rimbalzare il cordoglio di Clinton e Annan per la morte di Diana Spencer, non sono neanche per un attimo quella critica feroce ad un’istituzione, la monarchia, che comunque, questo almeno si dice chiaro, si sta esaurendo. A cominciare dal titolo, il sempre ottimo Stephen Frears calibra e costruisce per Elisabetta un’autentica ovazione crescente, mentre su Tony Blair spara, da sinistra, una raffica di dubbi sulla sua condotta al governo, perchè non solo, come dice sua moglie Cherie a cui la sceneggiatura affida il ruolo di grillo parlante, i progressisti amano la regina, ma su questo premier che doveva essere rivoluzionario pesa sempre (ne è la conferma il tempismo di uscita della pellicola), l’intervento in Iraq a fianco di George W. Bush. Corona salva dunque, e film che resta godibilissimo e magnificamente interpretato.

Fumettone fantaetico intriso di Testamento vecchio e nuovo, Children of men (venezia 63) mi è piaciuto in realtà più di quanto il mix guerra-terrorismo-immigrazione-procreazione avrebbe potuto sulla carta. Merito di questo Cuaron che snobbavo, più che bravo con la macchina da presa e abilissimo soprattutto a gestire con continue interruzioni e rilanci il ritmo intero della vicenda. Merito anche di Clive Owen e delle memorabili interpretazioni secondarie di gente come Mullan e Caine, merito di una rappresentazione del futuro prossimo, ventuno anni avanti, angosciante e schiacciante. Tra una metafora religiosa e un’altra (dai soldati/pastori che salutano la lieta novella della nascita di una nuova bambina agli eserciti che si aprono come neanche il mar Rosso per consentire il passaggio della madre), anche questo messicano si affretta a piazzare un vecchio volantino sull’Iraq per chiarire da dove tutto il disatro è cominciato.

Il bisogno di schierarsi su questa guerra lo sente pure Fallen (venezia 63), in assoluto ciò che di peggio presenta la Mostra quest’anno. Un quarto d’ora di assordante musica house, con queste zoccole che ballano e poi cominciano a svestirsi perchè si vedeva da subito che avevano parecchi problemi, la figlia, la galera, finire a darla via nel cesso della discoteca di cui sopra, fanno da avvenimenti di contorno a questo funerale del loro amato professore di liceo. Il finale, poi, è una vera bomba: si ritorna in classe e gli alunni stanno discutendo di capitalismo e terzo mondo, interrogandosi sul modello occidentale che abbandona i più sfortunati di loro. Aspettate solo un attimo, che esce l’hamburger come riassunto della crisi in cui versa la nostra società e che Barbara Albert, invece che raccontare, contribuisce ad aggravare.

Con Non prendere impegni stasera (orizzonti) il cinema italiano si presenta a Venezia restando nel tinello. Tavarelli pretende di girare una commedia impegnata e il carnet di attori diretti gli basta per aggiudicarsi la catalogazione alla voce film corale. Zingaretti è rimasto dall’anno scorso il cinquantenne che si fa come amante una ventenne, l’Inaudi si prende della «gran puttana», Tirabassi ha un tumore ma nessuno se la passa granchè bene e tutti quanti hanno una faccenda da risolvere prima di tutto con loro stessi. Marginalizzata Paola Cortellesi ed esaurito tutto il copione di Battiston in un’unica scenetta al tavolino, si sorride qualche volta.

Bellissimo e da rivedere è Yi nian zhichu (Do over) (settimana della critica), visionario, impaziente, esteticamente superlativo e metacinematografico al punto giusto (la matita che da sola scrive il copione mi resterrà impressa a lungo). I vari personaggi si sfidano nella lunghissima notte di San Silvestro, ognuno con una storia capace di attraversare lo specchio del gioco del film di genere. Complesso e sapientemente compiuto, l'opera prima di Yu-chieh Cheng aggiunge al divertimento un sacco di frasi da appuntarsi sul taccuino, tra cui un aforisma che da solo è un trattato su speranze e destino: «Il presente e il passato non esistono: ovunque vada mi trovo nel presente».

La notizia, però, è che ora, anche nei film di Tsai Ming-Liang ci sono i numeri brevi a cui inviare gli sms solidali. In Hei yanquan (I Don’t Want to Sleep Alone) (venezia 63) lo annuncia la radio, mentre tutti sono indaffarati nella pulizia dei corpi. A differenza de Il gusto dell’anguria ci si diverte molto meno. Mica perchè il sesso manchi. Questa volta, per la serie dell'incomunicabilità, il regista affronta pure la masturbazione, in cui in realtà la mano diventa uno strumento di potere perchè capace di assicurare il contatto, primario bisogno avvertito dagli abitanti di una Kuala Lumpur che di tigre dell’Asia non ha quasi nulla. Ma i truffatori agli angoli delle strade o le lacrime sul viso sono uguali in tutto il mondo.

Storia di fantasmi in Sakebi (Retribution) (fuori concorso) di Kurosawa non Akira, cioè di gente che ha rimasto qualcosa in sospeso. Detto sinceramente: mi ha fatto cagare in mano. Altro che le stronzate (a proposito di escrementi in mano) degli horror orientali e non con mostri e affini, qui ci sono i terremoti, le pozzanghere di acqua salata, le macerie di costruzioni periferiche e della coscienza, le indifferenze e un assordante spirito di donna malvagia che vola vestita di rosso. Cercando di controllare la paura, ci si accorge che grazie all’indagine di un detective, il regista ha firmato un giallo a tinte cupe che diventa un’attenta riflessione per una società che ha smesso di osservare e chiedere perdono.

Pubblicato il 4/9/2006 alle 21.15 nella rubrica Cinemio.

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