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>MOSTRA DI VENEZIA 2006 - 1

All’inizio di Khadak (giornate degli autori) sembra di stare ne La storia del cammello che piange, ma questo solo perché nel frattempo non hanno cambiato il paesaggio desertico della Mongolia. Anche le tende e gli inquilini delle tende non gli hanno cambiati e gli animali sono malati. Mezz’ora di umorismo un po’ surreale (suonano lo scacciapensieri come lo suonerei io) e poi un film pieno zeppo di simboli. Il re del mercato nero, per salvare la sorella, arriva con un cofano stracarico di pesci gigante.

Il cortometraggio David 50 (eventi speciali) vanta persino l’alto patronato del presidente della Repubblica, oltre alla sua galleria di grandi del cinema che vanno a ritirare la statuetta di Donatello. Di Marlon Brando si capisce subito che era una gran chiavatore e infatti l’unico divertimento di questa clip che ha il difetto di voler far la simpatica sta nel mettere in luce chi ha un certo carisma e a chi invece è rimasto soltanto un nome famoso. In un angolino per un attimino appare anche Harry Potter e ovviamente sono Benigni e Almodovar a riscuotere il maggiore successo.

L’etoile du soldat (giornate degli autori) è la storia di un ragazzo sovietico che sembra un vecchio ma che vive con i suoi genitori, che non si sa se ama i Beatles e i Rolling Stones e nulla nemmeno delle canzoni che canta e che ad un certo punto fu chiamato in Afghanistan. Lui non sparerebbe a nessuno, chiaramente si comincia dall’Undici di settembre, a raccontare tutto c’è la voce fuori campo che a volte è del reporter e altre volte è onnisciente, si dice che i russi hanno sparso il germe della guerra civile e poi si specifica subito che la Cia finanzia gli islamici più radicali. Il soldato che diceva che il suo paese «è la musica» viene rapito dai mujaheddin, incontra il fotografo e questo gli appunta di «Non scordare mai da dove viene». Il film insegna che in Afghanistan si ripete sempre la stessa storia ma che magari «Un giorno ci saranno così tante stelle che la notte sparirà dal nostro mondo».

Tecnicamente The U.S. vs. John Lennon (orizzonti) è il solito biografilm montato per bene, patinato e ricco d’archivio che ormai chiunque regista abbia un po’ di soldi e pazienza riesce a confezionare. Non si capisce perché il titolo debba prendere di mezzo un intero paese, quando semmai contro John Lennon si misero l’amministrazione Nixon, l’Fbi e al massimo l’ufficio immigrazione. Paese tra l’altro che Lennon lo adorava e che a Nixon fece fare il secondo mandato. Ma questo naturalmente a Leaf e Scheinfeld interessa ben poco, tanto è vero che l’artista morto ammazzato anni e anni dopo, non viene nettamente separato dal resto della vicenda raccontata ma utilizzato come finale. Alla fine, tra un santino e l’altro di John, Yoko Ono che fa Yoko Ono con gli occhiali da sole sulla punta del naso e il basco bianco sopra i capelli, ci si fa pure qualche risata e si ha piacere di risparmiare gli applausi per roba politicamente un po’ meno corretta e film di denuncia meno smagosi di un peace and love tutto griffato.

Pubblicato il 30/8/2006 alle 17.54 nella rubrica Cinemio.

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