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>SUPERDIO, PER DIO

Nessun dubbio su Bryan Singer. Saranno in molti, ora, a dover e voler fare i conti con lui. Non perché il suo superuomo abbia a che fare con il miracolo o sia così geniale da cambiare chissà quali regole dei film di genere. Ma di certo è il traguardo più chiassoso raggiunto sinora dal cinema dei ragazzi e dei fumetti perché, senza mai nominarlo invano ma evocandolo con estrema chiarezza, pronuncia il nome di Dio per mostrarsi aggiornato ai tempi che corrono, spera così di esorcizzare il presente (Clark, l’alter ego del Salvatore con la esse rossa sul petto, guarda la tv e ci vede la guerra in tutti i canali) e sogna un mondo futuro che non abbia più bisogno di supereroi, in cui magari giornaliste nemmeno trentenni vincano il Pulitzer proprio per averlo capito di già. Forse, unico dubbio di questa ubriacatura conservatrice (si sa, i giganti buoni piacciono e vincono sempre), basterebbe anche solo un più pagano (un cattivo?) nuovo Prometeo che riporti il fuoco a questa disastrata umanità contemporanea. Da qui, poi, le soluzioni visive, che a cominciare dal ragazzo sulla destra dello schermo che scansa di scatto la macchina in volo della pupa di Luthor, meritano sicuramente l’applauso e consentono al film di superare a noia zero l’eccessiva lunghezza della pellicola. Giocando su sorriso ed ironia, abusandone spesso e volentieri e recuperando tutte le possibili dimensioni dell’avventura tradizionale, Superman ovviamente si riprende e la madre che lo ha cresciuto nella fattoria in mezzo ai campi appare fuori dall’ospedale e ci regala un brivido inaspettato. Metropolis dall’alto ha troppo le forme di New York, Spacey è un gigione bravo ma Pedicini compie il danno e tutte quelle scarpe-piedi-nudi-unghie-smaltate di Lois Lane hanno un sapore vagamente feticista.

Superman Returns (id., Australia/Stati Uniti, 2006, sala)
Regia di Bryan Singer

Pubblicato il 18/8/2006 alle 12.11 nella rubrica Cinemio.

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