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>RISPONDONO I SICILIANI

Ringrazio clos per avermi invitata. Angela, siciliana, quasi 25 anni (25 ad ottobre, mi concedo 24 piuttosto!), Università di Pisa, anno di nuova immatricolazione: 2005.

Perché nuova immatricolazione? Ho interrotto gli studi, causa perdita di motivazione nei confronti della facoltà scelta in precedenza. I motivi sono diversi. A parte questioni di lavoro, ad essere sincera la realtà universitaria catanese, sotto diversi punti di vista sembra quasi connotata da ostruzionismo. Il numero elevato di studenti, la scarsa organizzazione, la mancanza di aule e strutture adeguate allo studio, la totale assenza di un tutoraggio da parte di insegnanti, ecco, questi per me sono ostacoli. I vecchi professori sono figli di una Sicilia diversa. Per molti che oramai sono pilastri della cultura universitaria non solo siciliana, ma anche nazionale, la cultura resta quasi ferma alla nozione. Ho diversi amici iscritti alle più varie facoltà che fanno fatica ad uscirne fuori senza pensare di essere immeritevoli o incapaci o delusi o senza futuro. L’amico che fa ingegneria è fermo da un anno per un progetto. Il suo professore prima dà il benestare per usare il laboratorio poi non si fa trovare. La mia compagna di banco storica, un genio, probabilmente si laurea in medicina a luglio, ma se è arrivata dov’è è perché oltre ad essere davvero in gamba non si è lasciata scoraggiare dal suo non essere figlia di un medico e ha avuto la fortuna di trovare un giovane chirurgo che ha creduto in lei e nelle sue capacità. L’amica che studia giurisprudenza… beh, lei non so quando riuscirà a finire.

Ovviamente questo non esclude che abbia avuto ottimi professori, specie tra quelli più giovani o che ci siano ragazzi che all’università si perdono.

Da quello scritto finora sembra che sia tutto allo sfacelo. Essendone fuori da tre anni il mio punto di vista potrebbe essere disapprovato da chi invece vive gli atenei siciliani da studente post-riforma.

In Toscana, lavoro e continuo gli studi. Ultimamente è più difficile. Quando cambi lavoro, cambi orari e ritmi e anche ritrovare un metodo di studio efficace alla situazione del momento richiede sforzo e coraggio. Però è diverso. Ci sono i corsi di approfondimento per gli studenti lavoratori, puoi chiedere al professore di chiarirti un concetto anche via mail, le aule studio e la mensa ti aiutano a mantenere una certa continuità, i professori, i miei perlomeno, sono abbastanza disponibili. Per carità, i pezzi di merda esistono eccome, ma in proporzione li senti meno quando il resto fila liscio.

Non nascondo che mi piacerebbe che le cose fossero andate diversamente. Avere avuto più possibilità a casa mi avrebbe evitato l’allontanamento dalla mia famiglia e dalle mie radici, quelle che, in molti, vorremmo sanare dai mali che l’affliggono. La Mafia, la malasanità, l’oligopolio delle industrie, l’arretratezza dei trasporti, gli sbarchi di clandestini…

Chi non ha mai sentito parlare dell’acqua al mercurio, di bambini malformati? Ho i brividi solo al pensiero che quella sorte sarebbe potuta toccare a me o alle mie sorelle.

E vieni invaso da profonda rabbia quando nei campi limitrofi alle raffinerie vedi coltivati carciofi, patate, cocomeri che finiscono sulle tavole di mio padre o di mia madre; quando chi ha il potere per fare rispettare le leggi per la tutela dell’ambiente non lo usa; quando un dipendente di una delle più importanti società petrolifere, intervistato, in dialetto dice «Megghiu moriri i cancru ca moriri i fami»; quando il prezzo dei carburanti, nonostante tutto questo, è tra i più alti d’Italia. Chi è che fa rispettare i diritti dei cittadini siciliani? Chi si è mai realmente preoccupato della nostra salute obbligando quelle aziende a usare i depuratori? Chi ha detto basta alla mafia dei colletti bianchi che una sera sì e una no fa bruciare il locale di un giovane imprenditore che si è rifiutato e continua a rifiutarsi di pagare il pizzo?

Sono convinta che tutte queste domande possono sembrare retoriche perché se dico che in Sicilia l’amministrazione della vecchia Dc si sente e continuerà a sentirsi ancora per chissà quanto tempo, io, sicura e certa di quello che dico, sono anche pronta a subirmi gli insulti di chi invece non la pensa così.

Mio padre è dipendente comunale e ha 55 anni. Mio padre fino al 1988 non aveva un lavoro stabile. Io nel 1988 avevo 7 anni, mia sorella più piccola 2. Mio padre non è siciliano ed era nell’esercito fino al 1973. Mio padre è diventato dipendente comunale con un concorso e una spintarella di un allora onorevole che mio nonno materno conosceva. Onorevole della vecchia Dc. Con tre figlie cosa avrebbe dovuto fare?

Oggi cos’è cambiato? Nulla. Sono cambiati solo i nomi. Cuffaro è figlio di quei partiti e di quella mentalità. Forse anche lui è rimasto invischiato in quel morbo che ha dato il via al luogo comune che «Tuttu u munnu è paisi» come dice mia madre. Forse è per questo che si vuole cambiare faccia alla Sicilia.

Le primarie ci hanno dato un piccolo barlume di speranza chiamato Rita Borsellino. Una donna coraggiosa che non ha usato il suo cognome per muovere a compassione gli elettori siciliani, ma che ha dalla sua la forza delle parole e della voce. Non so esattamente quali strumenti si stiano utilizzando nella campagna elettorale. In tutta sincerità, tanti dei ragazzi siciliani in Sicilia che conosco, ne rimangono fuori. Sembra che per alcuni sia più importante identificare il nome del candidato al colore del partito che non a delle idee e programmi ben definiti. Una delle cose più strane che ho notato è che è maggiore l’interresse da parte di giovani studenti fuori sede che hanno scelto università prestigiose del centro-nord. Ovviamente faccio un discorso piuttosto generale.

Il Rita Express è uno degli strumenti messi a disposizione. L’altra sera ad un concerto mi sono avvicinata allo stand di un movimento studentesco che sponsorizzava il progetto proponendo cene e feste per autofinanziarsi. Momenti di aggregazione perché no, senza che però vengano confusi con momenti goliardici di chi «Unn’avi nenti cchi ffari» (di chi non ha nulla da fare).

Mi sono chiesta del «Perché noi?». Perché quando vai fuori a studiare ti trovi catapultato in realtà diverse. E non ci stai molto a fare il confronto tra quello che hai lasciato e quello che hai trovato. Non è sempre tutto rose e fiori. Molti studenti del sud non sempre vengono ben’accolti, diciamoci la verità. Siamo quelli che usufruiamo di servizi migliori rispetto a quelli che avremmo avuto nelle università casalinghe, laddove ovviamente esistono, e nondimeno un giorno potremmo togliere il lavoro a quelli che da sempre abitano quelle città.

La Toscana è bella, ricca, giovane, piena di servizi per tutto e tutti. Sembra la Regione che tutti meriterebbero di avere. E lo dico perché la abito da due anni.

Non sono né egoista né ipocrita. Mi piacerebbe tornare giù, ma non se tutto resta così com’è. Non se niente e nessuno cambia quella realtà che io, come altri, ho avuto il coraggio di lasciare perché mi stava stretta. Sembra facile aspettare che al posto nostro qualcun altro cambi le cose, che le sistemi per farci tornare allegri e felici a vivere la nostra terra. Non lo è. Anche noi vorremmo metterci in prima linea a difendere e a combattere, ma non abbiamo i mezzi. Abbiamo bisogno di qualcuno che parta bonificando tutto ciò che è stato sporcato dalla mafia per secoli.

Cos’è la mafia? In Sociologia viene identificata come sfiducia nei confronti della società circostante. È il mafioso che ti tiene al sicuro, che ti protegge quando commerci, che non ti conviene farti nemico perché «È sempre meglio essere amico di un mafioso, ricordalo». E niente può essere più emblematico di ciò che Provenzano ha detto appena arrestato.

La Sicilia è un gioiello, ma ogni tanto ti chiedi se brilli perché è un diamante o uno zircone.

L’altro giorno un cliente calabrese mi ha detto: «Ma come non vai giù a votare? Rita ha bisogno di forza. Datele una mano!». Io sono con lei. Siamo in parecchi. E che le motivazioni che ci spingono all’impegno siano sempre valide, pulite, inconfondibili, perché i ragazzi siciliani non hanno niente di meno di quelli lombardi, veneti o umbri, perché i più piccoli possano presto diventare dei grandi adulti, perché anche la Sicilia un po’ di tranquillità se la merita.

Pubblicato il 26/5/2006 alle 21.4 nella rubrica Diario.

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