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>BUBBLE BOBBLE

Regole della catena di montaggio e relativi riflessi comportamentali nell’incolore routine dei protagonisti: riduzione della necessità di pensare da parte degli operai, eliminazione d’ogni loro movimento superfluo, cancellazione del loro bisogno d’abilità. Il volto umano è quello del pacioso e tranquillo direttore dello stabilimento, l’altro volto quello di bambolotti da costruire la cui espressione cinematografica continua a destare preoccupazione. Il sogno è quello di andare in vacanza nelle spiagge viste alla tv, l’alimentazione tradizionale si adegua ad una pausa pranzo in cui inevitabilmente non si sa che dire. Di contorno i genitori, anche qui due generazioni a confronto e forme diverse di disabilità per diversi e incrociati destini finali. La vicenda è sfumata di toni da indagine e di polizia e ne aggiorna persino i ritmi musicali e le sequenze più proprie del genere (su tutte Martha al distretto per lasciare le impronte digitali). Ma il grido di allarme di Steven Soderbergh, sempre interessante se non giochicchia col glamour, rifiuta ogni tono melodrammatico e ogni componente psicologistica: tutto resta compresso in immagini che prima segmentano l’intera catena di montaggio con tutta l’evidenza figurativa dei dettagli e poi esplodono nella forza di due occhi azzurri e di uno sguardo sul proprio passato geloso della grande conquista della piatta normalità in cui è certo di trovare sicurezze e riferimenti. Da verificare, allora, resta solo la tenuta del progetto sperimental-digital-distributivo.

Bubble (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Steven Soderbergh

Pubblicato il 21/5/2006 alle 19.36 nella rubrica Cinemio.

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