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19 febbraio 2006

>JARHEAD, CAZZO!

Sissignore, è facile cazzo fare un film di botta e risposta tra gli ufficiali dei marines e le reclute appena arrivate, con quei toni urlati a squarciagola sempre e solo dell’immaginario collettivo, battute che comunque fanno ridere e sorridere la platea e usano il rafforzativo cazzo per rendere il tutto ancora più duro e truce, cazzo! Sissignore, correre sotto il sole, strisciare e morire nel fango e nel filo spinato di un’esercitazione, subire l’umiliazione di compagni e superiori, cazzo! Sissignore, l’operazione Desert storm girando attorno al fucile che serve per sparare, allo sparo, alla voglia di provare, alla sensazione d’aver ucciso un uomo, al grido della guerra anche quando stare nei marines e partire non significa necessariamente farla questa cazzo di guerra, ma semplicemente passarsi il tempo tra uomini pensando alla fidanzata a casa e al suo nuovo amichetto del cazzo! Sissignore, Sam Mendes alla regia, e questa volta prova persino ad autolimitarsi, bottiglia d’acqua naturale contro il sole e poi tramonto rosa e viola nella sabbia incandescente cazzo, ma racconta anche un sacco di altre cose e gli attori, cazzo, bravi ed azzeccati, cazzo! Sissignore, piegamenti sulle braccia per averne fortemente dubitato, cazzo! Sissignore, comunque a parte la ricostruzione di un clima e di una situazione che poi alla fine si ripetono e non hanno molto più da dire, resterà un lavoro di autentica retorica, dove finalmente in primo piano ci stanno solo i gesti e le parole dell’appartenenza, cazzo! Sissignore, questo Mendes continua a non piacerci affatto, ma questo almeno, dei suoi tre, è per noi il suo migliore film, cazzo! Sissignore, adesso faccio la trombetta e di nuovo i piegamenti sulle braccia, cazzo!

Jarhead (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Sam Mendes




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18 febbraio 2006

>CARNEVALE

Gli aggiornamenti di questo blog riprenderanno quando meno ve l'aspetterete.




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14 febbraio 2006

>IL GIORNO DEL RICORDO

Ho ricordato, ho ricordato. Mi dà un po’ fastidio il fatto di giocare sempre sul «A voi la Shoah e a noi gli infiboibati» usando la Storia come clava politica, prima il 27 gennaio e poi il 10 febbraio, e niente tutto il resto dell’anno, ma ho ricordato, ho ricordato. Ma se allora proprio destra e sinistra dev’essere, allora anche un dibattito tra storici italiani (anche cosiddetti di destra) e storici jugoslavi (anche non cosiddetti di sinistra) sarebbe perlomeno auspicabile.

Toni Capuozzo si è elevato fino a scrivere di «Dio del comunismo», e che «il nazionalismo non spiega tutto e il comunismo invece sì». Io volo molto più basso, che di foibe e di infoibati a me alle medie me ne hanno parlato, e non ho il rancore di certi tizi che urlano e imprecano contro l’allora Pci che sicuramente insabbiò l’insabbiabile per occultare azioni e uccisioni più o meno dirette. Ma il dibattito perlomeno auspicabile si risolverebbe con una certezza di ferro: di quei fatti terribili accaduti nel Carso il regime fascista non fu certo una vittima, ma uno degli ultimi protagonisti sulla scena di una vicenda con radici complesse. Perché un conto è la responsabilità oggettiva del massacro, partigiani comunisti jugoslavi spalleggiati da partigiani comunisti italiani capaci solo di odio e vendetta, ma un’altra è la storia del confine orientale, che non comincia l’8 settembre 1943, quanto piuttosto alla fine della Prima guerra mondiale con l’annessione all’Italia di zone con popolazione slovena ed altre miste slavo-italiane. La storia del confine orientale non comincia nemmeno con le violenze e le sopraffazioni fasciste della Provincia di Lubiana, che furono causa di incendi e di esecuzioni.

La storia delle foibe comincia con il Regno d’Italia di casa Savoia, e lo stato cosiddetto liberale che produsse e condusse al regime fascista. E allora forse è per questo che citando sempre Capuozzo «il glorioso popolo italiano non sa che farsene, delle foibe… e in qualche modo, avendo gli esuli trovato appoggio, per decenni, solo nella pubblicistica di destra, gli è rimasto appiccicato qualcosa di nostalgico di sospetto, di estraneo». Mai aggettivi più azzeccati. Diventati Repubblica la prima questione fu subito destra e sinistra, e clava politica. E la pubblicistica nostalgica, sospetta ed estranea si rifaceva proprio alle radici monarchiche di quel crimine comunista delle foibe sul Carso.




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9 febbraio 2006

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO




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7 febbraio 2006

>ALLA DISTANZA, IL DESTINO

Le prime immagini sono di un bel color seppia, ma in poche parole tutto il film è fotografato sulle tonalità di un color seppia noioso. Caspita. Pare tutto male l’inizio tranquillo di una vicenda di Shoah ungherese, padre partito per il «lavoro obbligatorio» e quattordicenne che viene fatto scendere dall’autobus e ben presto portato ad Auschwitz, e poi a Buchenwald. Quando gli ebrei finalmente possono lavarsi, impariamo dove si annidano i vermi, e poi di corsa sotto il pallido sole del tramonto per asciugarsi e farsi scappare un sorriso. Ma siamo lontani dalla tragedia derisa, e nel campo e del campo da riferire c’è tanto, stenti, scabbia, freddo, e fame. Pare tutto male, con quelle scenette brevi o brevissime e poi lo stacco, montaggio sul nero, e si può continuare, sempre così, avanti così, Morricone alla musica, riedizione di note. Pare. Pare perché in realtà accanto alla storia del piccolo protagonista ce ne sono altre e ben tratteggiate, pare perché quando rientra in città dopo aver rinunciato all’America offertagli dal soldato alleato incontra un tipo che gli chiede delle camere a gas, se esistano o meno, e se le ha viste, oppure no. E lui non le ha viste, «Non sarei qui ora» prova a spiegare, comincia la negazione, blocco orientale, gli stenti continuano. Pare, perché la chiusura sulla felicità vale la pena, camminata di spalle ma volontà di non dimenticare e voler raccontare. Pare, perché cresce dentro, riflette e narra il supplizio. Non solo il viso emaciato, le occhiaie, la divisa a strisce, il triangolo giallo. Pare che le oltre due ore firmate Koltai siano tra le migliori della nostra Memoria.

Senza destino - Fateless (Sorstalanság, Ungheria/Germania/Regno Unito, 2005, sala)
Regia di Lajos Koltai




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6 febbraio 2006

>SE SPIELBERG FA MONACO

Il sangue ebreo e «Mio padre non ha mai gasato nessun ebreo». I compromessi con i valori e i valori in deposito pressoché illimitati. La morte dei terroristi, la morte del terrore e il terrore della morte. Israele, Palestina, Monaco di Baviera e New York. L’orticello dietro casa e la voglia di nazione. Servizi segreti più o meno deviati, segreti servizi ma mai ai Governi. La solita cucina sempre in vetrina, la madre, il padre e la figlia. La figlia, un’altra, la bomba, telefoni e telefonate. Il parto e ancora un amplesso, gli atleti, «e noi facciamo dei figli», una vita che nasce. Dio, Patria e Famiglia. E tutto firmato da Spielberg, divertito come non mai a mostrare che la gente muore ammazzata in modi diversi, chi con un buco nella faccia (nauseante), chi con la vestaglia aperta (terribile, e ancor di più la sceneggiatura che ci ritorna sopra in modalità parentesi psicologica), chi alzando la cornetta o stendendosi per riposare (tensione alle stelle, battito a mille, l’action si salva, e si salva alla grande). Sul piano politico, altro che storie simmetriche, si sa fin troppo bene dove si vuole parare. Colpe, ragioni, giustificazioni, coscienze in tumulto, cuore, dilemmi morali. Il racconto in sé è abbastanza noioso, dialoghi continui per l’analisi della questione e poi Louis, il bucolico francese nella casa patriarcale circondata da marmocchi che corrono e gridano, si rischia il ridicolo, con forti squilibri in una costruzione che prova ad essere drammatica facendosi documentaria e sgranata. Ancora Spielberg in versione tutto spettacolo. Il valore dell’opera è più che mai categoria che va rapportata al tipo di pubblico chiamato a servirsene. Il messaggio è la pace, da evocare attraverso l’abbraccio dei popoli.

Munich (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Steven Spielberg




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