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15 gennaio 2006

>CHICKEN VERY LITTLE

In America le villette hanno gli steccati. Se fate caso a come sono disegnati questi, specialmente nel finale, quando ormai, nel tentativo di arrivare a vedere la luce (in sala), noterete i dettagli più insignificanti, vi accorgerete presto dello stato pietoso in cui l’animazione in computer grafica versa dopo gl’indimenticabili Incredibili. Il pulcino con gli occhiali e senza orecchie per le stanghette, il pulcino bianco che usa l’aranciata come motore propulsore per saltare come un razzo, il pulcino rimasto senza mamma e a cui giustamente l’occasione di riconquistare l’orgoglio del padre capita sotto forma di inning decisivo in una partita di baseball in cui inspiegabilmente scendono nel diamante pure le ragazze, è il protagonista dell’ultimo film Disney, solo scarso nella prima parte e proprio brutto nella seconda, quando ad Oakey Oaks arrivano tripodi più dotati di quelli spielberghiani e cominciano a polverizzare un po’ di abitanti e un po’ a caso. Tra l’altro Chicken Little parla come Ned Flanders («Qualche qualcosina» e battute del genere) e anche se solo per poco più di un’ora ci disturba con la sola presenza. Alla voce da salvare mettiamo invece tutti i suoi amichetti, a cominciare da Alba Papera, tutta quanta la sequenza finale, un’ottima e divertente parodia degli eroi sci-fi hollywoodiani (per di più inserita in un meccanismo scorrevole che prova pure a farsi film nel film, e che incredibilmente riesce a regalare al tutto un minimo di dignità), e lo staff del sindaco tacchino sempre pronto con cartelli ad indicare cosa fare al primo cittadino. Wannabe delle Spice fa sempre un figurone.

Chicken little - amici per le penne (Chicken Little, Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Mark Dindal




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14 gennaio 2006

>LADY HENDERSON PRESENTA LA MIGLIOR COMMEDIA INGLESE

Arriva a sorpresa durante le prove. Sul palco gli attori, in platea il direttore artistico. Nudi. Senza scomporsi nemmeno un attimino, la proprietaria del Windmill Theatre, una signora dell’ottava decade rimasta vedova dell’aristocratico marito, un ricchissimo uomo pieno d’affari nella colonia indiana, trova le sue conferme: «Vede signor Van Damm, lei è ebreo». Spettacoli non stop, pure quando la guerra arriva a Londra, e l’idea di portare il nudo anche nei palcoscenici d'Inghilterra. «Come faremo con il… cespuglio?» chiede allora il Gran ciambellano, depositario del potere atroce della censura. «La passera» risponde Lady Henderson, interpretata da una Judi Dench per cui vale la pena sprecare complimenti, e che dà il meglio di sé stessa nei duetti di odio e affetto con il solito irresistibile Bob Hoskins, il direttore giudaico-olandese. «Non sono solo frivola, e prendo sul serio la guerra più di quanto lei possa immaginare» gli dice nel principio di una seconda parte in cui, senza mai abbandonare il sentiero della miglior commedia inglese, il regista Frears si dimentica della simpaticissima amica della signora e comincia piuttosto a montare le immagini d’archivio dei bombardamenti della Luftwaffe e di una città in ginocchio. La cartolina francese del figlio Alec e l’amore tra la prima ballerina ed un giovanissimo soldato in partenza per il fronte fanno il resto. Ben girato, sempre perspicace, spesso gaudioso e talvolta ghiottissimo. La lezione di Lady Henderson è indimenticabile: «Com’è dura la vostra generazione. Volete tutti l’amore. Noi ce la siamo cavata benissimo anche senza».

Lady Henderson Presenta (Mrs. Henderson Presents, Regno Unito, 2005, sala)
Regia di Stephen Frears




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13 gennaio 2006

>5 MARZO




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12 gennaio 2006

>L'ENFANT PRODIGE?

Cinema-verità dei fratelli Dardenne, così è se vi pare. La Palma d’oro a Cannes, un’altra ancora, d’altronde è arrivata per questo, riconoscimento ad un film che prova ad essere insieme sgradevole, austero e a suscitare stupore perché comunque incute rispetto, e riverenza, per la forma, meno per la sostanza. Il premio per lo spettatore è il finale, breve e lunghissimo, in cui finalmente può fermarsi a piangere, concessione che francamente stona con la radicalità dell’impianto della struttura generale. Per noi invece il premio va ad un attore con la faccia butterata, cioè il protagonista, tanto bravo quanto intenso, uno capace di esprimere tutto quanto il disagio della periferia, le zone d’ombra, la tragica disperazione delle scelte e l’immaturità, pestando fango con vecchie scarpe da ginnastica e saltando poi più volte su un muro di cemento soltanto e solamente per sporcarlo con un segno del proprio inevitabile passaggio. Poi c’è Sonia, che sarebbe la sua ragazza, ragazza madre, che si ammala di dolore e impara presto ad accudire quel figlio che tornato a casa dalla nursery trova il piccolo appartamento affittato dal padre ad un amico, e impara subito a dormire alla Caritas. Questo è il cinema-verità dei Dardenne, prendere o lasciare. Bruno, intanto e naturalmente, si vende il fanciullo e resta coinvolto in giri ancora più brutti di quelli che lo vedono in fondo appena a capo di due ragazzini delle medie con l’orecchino, pronti a scippi e furtarelli per il dieci percento. Dopo essere scappati in scooter, l’immersione nelle acque gelide aggrappati al ferro arrugginito (ennesimo pianosequenza) è quanto di più drammatico possiate vedere al cinema.

L’enfant – una storia d’amore (L’enfant, Belgio/Francia, 2005, sala)
Regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne




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11 gennaio 2006

>LA VENDETTA PERFETTA

Con ringraziamenti doverosi ad ohdaesu e a tutti quelli che hanno fatto sì che conoscessi Park e sostenevano che questo era il più bel film in concorso a Venezia

Non è solo l’ombretto rosso, lo sa bene pure lei quando glielo chiedono che quello è un trucco di scena. Forse i capelli, più corti, più mossi, senza la riga nel mezzo di quando se ne stava in galera, rea confessa di un omicidio, un bambino, rea confessa per proteggere sua figlia, adottata in Australia, ritrovata a fatica. Ovvio che dopo aver conosciuto in prigione anziane spie del regime comunista del nord, obese maniache cannibali e adultere sottomesse un po’ sia cambiata. Non più la dolce Geum-ja, ma scarpe rosse col tacco e impermeabile lungo. Uscita dal carcere, tredici anni dopo essere stata quella ragazzina ingenua che aveva chiesto al suo professore un posto per la notte, trova subito lavoro in pasticceria, e comincia la caccia all’uomo che s’è giovato del suo sacrificio per continuare i suoi crimini su innocenti fanciulli. Meno patinato di Old boy ma decisamente più complesso e superbo nella struttura e nella scrittura narrativa, il terzo capitolo della trilogia sulla vendetta del coreano Park è molto più misurato del precedente nelle scene di efferatezza, ma colpisce in pieno perché eccita entusiasmo e intelligenza, rapisce l’attenzione nel tortuoso, magistrale ed esperto gioco di flashback, e riceve un’ammirazione seria, ferma e convinta per una morale non urlata eppure alta e profonda, che ci lascia pensosi e storditi per la sua terribilità: «Chiamiamo la polizia o ci togliamo lo sfizio da soli?». Che poi l’ispettore è già è lì, a legittimare la vendetta privata e a servire un po’ di thè caldo. Una voce fuori campo (svelata solo nello stupendo finale) guida lo spettatore, e appena qualcosa della parte centrale pare avanzare a fatica. La madonnina che in cella ha conquistato il cuore delle compagne e alla tv le news in prime time, raduna i famigliari dei piccoli, chi con l’ascia, chi col coltello. L’inquadratura di gruppo è davvero perfetta.

Lady Vendetta (Chinjeolhan geumjassi, Corea del Sud, 2005, sala)
Regia di Park Chan-wook




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7 gennaio 2006

>SIMPATIA VALIANT

Coloratissimo. Banalissimo. Divertente. Infantile. Che poi: all’inizio ci sono pure le immagini della tv in bianco e nero, e la sceneggiatura riadatta la vecchia storia per un piccione di campagna, il piccolo protagonista, e un altro di città, il grasso Bugsy, il ritmo è vivace e incalzante ma di gag decenti non se ne ricorda una, e lo scenario di guerra, con falchi tedeschi e nuclei di resistenza, topi partigiani francesi e appunto pennuti per sua maestà britannica, è più roba per seri appassionati che vivaci fanciulli. È che più che mai è soltanto un cartone animato, ma comunque va bene così, originalità quasi a zero e simpatia tutta europea. Prestigiosa Medaglia Dickin si chiama il riconoscimento per quegli animali che nel corso della Seconda guerra mondiale salvarono vite umane, e ancora oggi le divisioni militari, più per vezzo che per altro, fanno affidamento sui piccioni, altrimenti disprezzati abbastanza spesso. Vabbé dai: c’è un messaggio da far arrivare al comando americano (un messaggio, ma non proprio uno qualsiasi…) e la missione tocca allo Stormo F, che chiaramente è composto da un gruppo di uccelli sfigati che se la dovrà vedere con antagonisti stupidi e ancora più buffi. Niente di che, certo, occhioni azzurri del protagonista, penne delle ali utilizzate come dita, siparietti, inseguimento finale ed happy end conclusivo. E non manca ovviamente la colomba bianca crocerissima. Eppure è carino perché innocente, stupidotto, prevedibile e dolce, e perché il topo Sabotage, sempre pronto ad accendere i suoi fiammiferi e ad appiccare fuoco e fiamme, ci sta parecchio simpatico.

Valiant (id., Regno Unito, 2005, sala)
Regia di Gary Chapman




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