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23 gennaio 2006

>CON IL GUSTO DELLA MORALE

C’è l’uomo pene e l’uomo sirena, ognuno con il suo siparietto musicale. Una chiave schiacciata in strada, che levarla dalla mescola d’asfalto ormai raffreddata e solidificata è cosa dura, anche se poi il sottosuolo regalerà quell’acqua ormai tagliata da ogni tubatura di Taipei, città deserta afflitta da una siccità indomabile. La telecamera fissa di Tsai Ming-liang regala un sollievo di freschezza in un film che sete e caldo e sudore li fa sentire veramente. C’è una continua produzione di pornazzi, all’inizio utilizzando questa miracolosa anguria, unico sospiro di sollievo dalla calura infernale che affligge e non lascia scampo, poi dentro ad una doccia all’acqua minerale. I personaggi principali non si parlano, la solitudine è un lunghissimo corridoio mal illuminato dalla luce fredda e spenta di neon quasi esauriti o un ascensore automatico senza fotocellula, dalla porta che sbatte e tenta di chiudersi in continuazione. Neanche a dirlo, l'aggettivo più indicato è decisamente crudo, come lo squallore e la miseria di un sesso disgustoso e doloroso, sbattuto senza storie in faccia allo spettatore che dal materiale hard cerca una fonte di piacere proprio nella sua autentica dimensione più spiacevole e deplorevole. È molto raro che il cinema riesca a dare un’impressione così dura. Se lo fa, significa che le scene sono uscite dalle mani di un creatore vero. Qui non abbiamo nulla contro mercificazione del corpo o contro produzione e visione di filmini porno, ma cercare nell’opera di Tsai troppi significati moralistici equivale a ridurne la sua statura, la sua cifra e la sua personalità artistica e stilistica.

Il gusto dell’anguria (Tian bian yi duo yun, Francia/Taiwan, 2005, sala)
Regia di Tsai Ming-liang




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22 gennaio 2006

>ME AND YOU AND MY

Si chiamerà pure malafede. Quella per cui, cioè, un film come quello della July ci piace a prescindere. Personaggi, fatti, idee, intrecci. Un sottogenere, d’accordo. Ma non chiediamo altro, e non chiediamo di meglio. Come la sequenza iniziale del pesce rosso, o come l’anziano con le scarpe da ginnastica blu e la moglie alla fine dei suoi giorni, come le due amichette che si contendono il titolo di miglior esecutrice di pompini con una prova pratica e professionale (caramelle e asciugamanino a lavoro terminato), o come i «maccheroni» parola segreta di un video digitale. Relazioni casuali tra diversi personaggi, solito tema dell’incomunicabilità contemporanea, con un prefinale che purtroppo è quello che è, bambina con il corredo già pronto, segreto da non rivelare alle evidentemente poco fidate compagne di classe ma talmente importante da non poterlo tenere tutto per sé, che stesa sul pavimento di casa si immedesima mentre dirà ai suoi bambini ciò che vorrebbe sentirsi dire lei ora e qui. Alla prova della chat -appuntatevi ))<>(( che non si sa mai- la regista dimostra di essere ispirata e di sapere bene dirigere gli attori, suscitando comunque sia una raffica di impressioni (positive o negative, comunque sensazioni) anche allo spettatore più indifferente. La singola battuta del protagonista «Potrei essere uno che ammazza i bambini» tiene in tensione fino a quello che sbatte la monetina sul palo in cemento, quando è definitivamente chiaro e pacifico che di incredibile od originale c’è proprio ben poco. Malafede, allora, ma provate. Poi la July l’attendiamo al varco.

Me and you and everyone we know (id., Stati Uniti/Regno Unito, 2005, sala)
Regia di Miranda July




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20 gennaio 2006

>NON CHIAMATELO SOLO BROKEBACK

In Tempesta di ghiaccio c’era il materasso ad acqua, questa volta il trinciapollo elettrico. Ang Lee è ormai talmente americano da permettersi di distinguere le famiglie a seconda di come tagliano il tacchino ripieno nel Giorno del ringraziamento. Il tanto acclamato western gay è in realtà e innanzi tutto uno di quei film che una volta si sarebbero detti intimisti, introspezione psicologica aiutata dalla cornice ambientale. Vent’anni di storia americana dunque, cominciando da quel ’63 in Wyoming in cui Jack ed Ennis fanno pascolare pecore per guadagnarsi qualche soldo in un panorama mozzafiato, prima di tornare alla loro vita quotidiana ed essere costretti a farsi una normale vita. Moglie ricca per uno, due figlie a carico per l’altro. Più che il western omosessuale interessa una storia che racconta l’amore degli uomini, desideri repressi e sentimenti soffocati, difficoltà ad accettarsi ed essere accettati, di comprendersi come e in quanto maschi e di essere compresi tanto dalle mogli quanto dalla donna. Un filmone delicato di grandi spazi e veri amori, che cresce progressivamente con lo scorrere della pellicola, più pudico di quanto il lancio e il battage pubblicitario facciano pensare. Il motivetto di colonna sonora si ripete appena può, i personaggi principali restano spesso un po’ isolati dal contesto, il cielo appare sempre e solo affrescato con i più classici dei colori pastello, la regia propone la più tradizionale delle narrazioni. Con un Gyllenhaal sempre più bravo, Ang Lee punta ben più in alto dell’apologia dell’amore gay, chiedendosi piuttosto cosa sia e dove il labile confine tra la presunta normalità della famiglia e la sospirata felicità di un’identità in cerca di coraggio.

I segreti di Brokeback Mountain (Brokeback Mountain, Stati Uniti, 2005, venezia 62)
Regia di Ang Lee




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19 gennaio 2006

>LE MIE DONNE PREFERITE - 3

Aveva i capelli ancora bagnati, e quella sera fu l’ultima a non perdersi nel conto delle ultime volte. Aveva i capelli ancora bagnati, i suoi occhi, il suo sorriso, la sua fretta e la nostra circostanza. Ci si poteva persino credere, quella sera, di rivederla ancora, il mio sforzo, il giorno dopo l’eclissi, era una conquista di coraggio, il coraggio di una conquista.

La scuola certo, le nuove e diverse amicizie, la volontà improvvisa e imprevista di liberarsi e cambiare. Nel corso o in via Pistocchi oppure al fast food importava poi poco, batticuore mio, indifferenza totale sua. E allora giù alla serie infinita e pronta per l’uso di rimpianti rimorsi malinconie e ricordi. E tutto alle medie, amplificato non dall’età, ma da un tempo che corre e che sfugge, ma che sembra infinito, infinito e cortissimo. Prima, un taglio dei lunghissimi capelli, quelli ancora bagnati, quando già erano corti e ancora più belli. Dopo, i pomeriggi in parrocchia, andandosene appena possibile, sosta al tabacchi per lei, cioccolato al latte in ovetti e caramelle a volontà.

E la mia settimana bianca, e un pullman in partenza per Roma, e un’altra sera, quella davvero serata, su per le scale di Trinità dei Monti, e poi giù in piazza di Spagna nell’aria tiepida di un qualsiasi martedì di marzo. Ma la città vera era Los Angeles, e quelle grandi e piccole dei misteri di Mulder e Scully. La Tata, naturalmente, e tanta altra televisione. Il lavoro in un pub in America, il padre di un suo ex compagno di classe, Londra infine, e Faenza di nuovo, ormai già con l’inglese, capelli biondi e visiera per il sole del Palio.

Un’estate arrivò l’effetto acqua, cartolina dal mare in cui si sottolineava un impegno che non mi era sfuggito, pur nella gioia e illusione di ritrovare chi oramai era persa per sempre. Ancora flashback, di luoghi e di attimi. Castelnuovo, l’invito di Halloween «solo perché hanno insistito le altre», Piamaggio, e un sentiero di ritorno fin troppo lungo per sopportare giochi e corse degli altri. Ancora flashback, di luoghi e di attimi. La navigazione in un internet nel ‘98 per Leonardo Di Caprio, la sorella che tifava per me, «a casa io sento i discorsi che fa», e un’altra serata, di quelle calde di luglio, niente si ricordava, o niente più ricordare voleva.

Diari di scritte, diari di foto, stupidaggini a carte e ideali realtà. L’accontentarsi di una sola parola, non voler credere a quelle degli altri. Il Suzuki Vitara e quei capelli bagnati. Somiglianze, memoria, pensieri, ricordi. La prima lei, il primo noi. Non si scorda mai.




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17 gennaio 2006

>MONDO CHE NUOVO, MALICK CHE RESTA

Prima di ogni altra considerazione bisogna avanzare una premessa. Alle volte si capisce più quanto sia bello e ricco e molto interessante il film di quanto in realtà lo stesso film piaccia fino in fondo. Succede raramente, ma aiuta il fatto che alla regia e alla sceneggiatura ci sia un tipo che forse è un genio e che di certo ha un pessimo carattere, ombroso, forse pure presuntuoso, che non concede interviste, che non si fa fotografare, anche se poi tanto cattivo non sarà se lascia così mano libera alla distribuzione su locandine e trailer. Dopo la prima ora, della foresta e del villaggio indiano, dell’antropologia e della complessità dei mondi culturali, e dell’idea di civiltà che già costringe pubblico e critica a sfibranti capriole per determinare cosa sia, bene o male, a Terrence Malick interessa solo fino ad un certo punto. Quella tra John Smith e Pocahontas, tanto bella quanto brava, è una delle migliori storie d’amore da raccontate e il suo film storia d’amore lo è fino in fondo. Ad accompagnare il visivo di un ruscello che bagna come un velo il sasso levigato e liscio, o momenti che non si pensava potessero persino essere colti e mostrati su un grande schermo ancor più splendidi e meravigliosi come un lampo che illumina il cielo plumbeo, o anche le perplessità degli indiani della Virginia arrivati al porto della madrepatria dei loro scopritori, o le scarpe con un po’ di tacco di chi ha camminato sempre scalza, c’è il sonoro delle voci fuori campo dei due protagonisti, che poi usano solamente frasi del tipo «Realtà, ciò che ritenevo un sogno». E allora per questo giro passiamo la mano, questo è grande cinema per davvero, ma per noi davvero troppo grande.

The New World - Il nuovo mondo (The New World, Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Terrence Malick




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16 gennaio 2006

>LA FAVOLINA DELL'ARCO

Quello con la maglietta dell'Everlast e con la felpa dell'Everlast dalla lampo semiaperta per far capire che sotto ha proprio la maglietta dell'Everlast, ad un certo punto comincia a schiaffeggiare il pollo. Il suo amore (evidentemente il coreano crede sempre più ai colpi di fulmine) se ne sta sul barcone vestita di tutto punto e con gli adesivi rossi tondi attaccati sulla faccia. Matrimonio tipico, con il vecchio che l'ha raccolta in strada e lavandole la schiena e tenendole la mano dall'alto del loro letto a castello, l'ha tenuta in mezzo alle acque aspettando compisse l'età da sposa. Per arrotondare il vecchio porta gente da far accomodare in divanetti lerci di colori vari con la scusa della pesca, ma la sua fama di divinatore quasi lo precede. Come consuetudine i due protagonisti non si parlano, se non piano piano all'orecchio e mai di cose loro. Beato allora chi può dire con fermezza che tutto ciò sia assolutamente trasparente, perché la metafora investe e accavalla più e più simboli. Il dodicesimo di film di Kim Ki-duk è una favoletta allegorica che vale un po' per tutto, natura, società, crudeltà del fato (l'arco, pure strumento musicale non credibile, scaglia le sue frecce mentre l'altalena dondola avanti e indietro, e i piedi della ragazza si bagnano nel mare). Meno male che gli attori si calano così benissimo nei loro personaggi, dando al tutto un caldo alito di umano che si sbarazza presto d'ogni sospetto intellettualoide. Meno male, perché altrimenti sarebbe cinema carico solo di poesia, per di più non spontanea e perfettamente convivente con la violenza sua contraria, e pertanto incapace di salvare il mondo. Massì dai, promosso, e comunque mozzafiato.

L'arco (Hwal, Corea del Sud/Giappone, 2005, sala)
Regia di Kim Ki-duk




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