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10 giugno 2005

>VERSO IL REFERENDUM - 9



Perché si chiamano «referendum popolari».
Perché il diritto di voto è un dovere civico.
Perché la vita e la procreazione assistita sono grandi occasioni di confronto, dibattito e di responsabilità personale e collettiva.
Perché la tendenza degli uomini a rappresentare il Bene contro il Male continua ad essere una grande tentazione che rischia continuamente di minare il confronto e il dialogo.
Perché solo la molteplicità delle voci è da sempre garanzia di crescita e di sviluppo.
Perché uno Stato ha bisogno di una continua tensione dialettica, piuttosto che di leggi etiche o imposte senza alcun dibattito o di esclusiva competenza parlamentare.
Perché la genitorialità biologica non può essere decisa dallo Stato.
Perché non è giusto né responsabile limitare i possibili progressi della scienza.
Perché non si può arrestare un medico che consiglia ad un paziente dove può curarsi.
Perché è sbagliato consentire solo a chi ha ottime disponibilità economiche di tentare di realizzare una genitorialità difficile, in uno dei tanti altri paesi europei che lo consentono.
Perché il corpo della donna non può essere un semplice contenitore nel quale inserire sempre e comunque tre embrioni, indipendentemente dall’età o dall’analisi della singola situazione.
Perché impiantare anche embrioni malati vuole dire davvero indurre ad abortire.
Perché ogni coppia abbia la possibilità di decidere in piena autonomia e responsabilità e secondo la propria coscienza se, come e fino a che punto avvalersi dei progressi della scienza.

Per tutto questo voto quattro volte Sì.




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10 giugno 2005

>FOTTUTISSIMA CITTÀ

Tipacci poco raccomandabili, sempre pronti a menar le mani e spesso, molto spesso, a premere il grilletto, circondati, per giunta, da donne di facili costumi, parecchio cattivelle pure loro. Questo per la cronaca. Poi però capita che qualcuno decida di andare lì dove tanti nemmeno vogliono guardare, e una volta sceso racconti cronache un po’ diverse, di tipacci sempre, forse, ancora più violenti, magari, ma un tantino più complessi nelle loro storie e nell’esercizio di una sopravvivenza dove, tanto per cominciare, le ragazze «della città vecchia» sono l’unico sfuggente e pericoloso piacere. Funziona così a Basin City, e tutto il resto conta poco quando il solito potere sta nelle mani del senatore corrotto, che protegge quel bastardo di figlio pedofilo che si ritrova, e che sta al posto suo anche grazie alla complicità della parentela stretta con l’alta gerarchia clericale. Nessuna morale, comunque. Meglio lo sguardo, la tecnica prodigiosa e assoluta di una ripresa proposta e imposta che sarebbe banale liquidare come perfettamente aderente ai disegni del fumetto capolavoro di Frank Miller. In fondo questo è solo un film con Willis, Owen e Mickey Rourke, nero e bianco e verniciato di colore quando serve, con l’odore di femmina addosso e quello di sangue tutto intorno, potente, espressivo, finalmente nuovo e fottutamente bello.

Sin City (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Robert Rodriguez e Frank Miller




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9 giugno 2005

>VERSO IL REFERENDUM - 8 (quelli che il far west)

La minaccia minacciosa del far west che incombe, per chi come me ama il cinema e i suoi luoghi, emana pure un certo fascino. Certo invece che il far west procreativo evocato dagli astensionisti in caso di vittoria dei quattro Sì sarebbe invece certamente più preoccupante, se solo il panorama prospettato avesse un minimo fondamento.

Solo che quest’argomentazione, come tante altre, è una bufala bella e buona, perché fu proprio la Corte costituzionale, pronunciandosi nel giudizio di ammissibilità sui quattro referendum parziali e bocciando invece quello totalmente abrogativo, a rilevare che non si aprirebbe nessun tipo di vuoto legislativo. Lo capirebbe pure il meno informato che se di referendum ne sono stati ammessi quattro, rimarrebbero in vigore tutte le disposizioni che rappresentano un’organica disciplina della materia. E se la legge 40 ve la foste letta, e aveste contato tutti quanti i suoi divieti, cioè ventuno, sapreste alla perfezione che con la vittoria dei quattro Sì resterebbero quelli di ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni, di clonazione umana e riproduttiva, di uteri in affitto e di commercializzazione di gameti od embrioni.

Il far west, poi, non esisteva nemmeno prima, e se si vuole affermare questo, diventa poi difficile sostenere che è stato abolito dalla legge 40. Sulla base delle ispezioni dell’International standard organization per le procedure medico-biologiche, che svolge controlli con ispettori esterni sull’attività delle strutture mediche che ne facciano domanda, il sessanta percento dei centri di fecondazione assistita aveva ottenuto la certificazione di idoneità. Tale percentuale è di gran lunga superiore a quella richiesta ed ottenuta da ogni altra attività medica esercitata in Italia. E comunque, ad oltre un anno dall’approvazione della legge, non avendo le regioni (ad eccezion fatta del Veneto, della Toscana e della Sicilia) definito i requisiti tecnico-scientifici ed i criteri per la durata delle autorizzazioni e lo svolgimento dei controlli relativi alle strutture che praticano la fecondazione artificiale, la normativa di riferimento resta quella stabilita dalle circolari Bindi.

Circolari, guarda un po’, preesistenti rispetto alla 40, cioè proprio quella legge senza cui si torna indietro nel far west.




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8 giugno 2005

>VERSO IL REFERENDUM - 7 (quelli che la domenica)

Tralascio ogni tipo di commento sulle prestazioni dei sostenitori del Sì durante le Tribune referendum, perché a volte mi sembrava che certuni fossero stati mandati lì da Scienza e vita talmente erano incapaci di argomentare con efficacia e convinzione. Tralascio anche ogni tipo di valutazione sulla conduzione della campagna referendaria in generale e tralascio infine ogni tipo di giudizio sulle scelte fatte dai referendari in queste settimane di dibattito.

Non tralascio invece l’aspetto strategico della faccenda, dimenticato da tutti quanti i sostenitori del Sì e che alla fine ha dato un altro notevole vantaggio agli astensionisti. Perché la strategia, in democrazia, conta ancora parecchio.

Solo una cosa, e soltanto quella, i referendari dovevano ripetere fino all’esasperazione: tutti voi cittadini già orientati con decisione a votare a favore delle modifiche alla legge e desiderosi di vincere per davvero questo referendum, andate assolutamente al seggio entro la giornata di domenica. Tra voi nemmeno uno deve andare al seggio di lunedì.

Il motivo è molto semplice. L’elettorato di questa consultazione grosso modo è diviso tra sostenitori attivi del Sì, astensionisti attivi, astensionisti passivi e un gruppone unico di sostenitori del No, indecisi e persone che rinunceranno al loro voto solo perché credono la sfida sia persa già in partenza. È necessario dunque che chi come me ha deciso da tempo e con fermezza di votare 1, 2, 3, 4 volte Sì lo faccia domenica 12 giugno. Se quella sera, alla chiusura dei seggi, la percentuale dei votanti fino a quel momento dovesse aggirarsi anche solo attorno al 40 percento, risultato che badate bene con questo sforzo non è un sogno, a quel punto la sfida referendaria comincerebbe a farsi interessante. La positività inattesa di quel risultato smuoverebbe gli indecisi a schierarsi, il giorno seguente, cioè lunedì 13, e questo porterebbe ancora più su il quorum. Anche gli scettici avvertirebbero la speranza di potercela fare e correrebbero a votare. E poi il fronte astensionista, che non dimentichiamo sta radicato sul territorio con 25 mila parrocchie, come reagirebbe? Io credo che alcuni si prenderebbero pure paura e d’istinto potrebbero decidere di andare al seggio a votare No, ma ad aumentare le fila dell’impegno e della partecipazione.

Per questo chiunque creda non solo a parole in questa battaglia referendaria, non solo voti e faccia votare Sì, ma soprattutto vada e porti al seggio parenti e amici domenica 12 giugno.




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7 giugno 2005

>VERSO IL REFERENDUM - 6 (quello che le parentesi)

Dopo il papa che stava male, il papa che era morto, la fila della gente per il papa, i papa boys, il funerale del papa, il papa il Grande, il conclave per eleggere il papa, Il Foglio per il papa, il papa nuovo, il nome del nuovo papa, il primo discorso del papa dal balcone, la prima messa da papa e tutte le faccende del papa, insomma quando finalmente sembrava fosse tutto finito, ci si è messo pure il nostro caro referendum a riportare tutti quanti quei preti in televisione.

A questo punto e a proposito di questo, cioè di sacerdoti e fecondazione: che sia davvero arrivato il momento di recensire un bel film porno?




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7 giugno 2005

>CON IL DOCUMENTARIO IL CAMMELLO PUÒ SORRIDERE

Per Dude e Ugna va sempre tutto bene. La neve dell’inverno in fondo non è stata «troppo male» e la tempesta di vento è «sopportabile». I loro cammelli viaggiano fino alla città e tornano indietro da quella loro cammella che il suo piccolo puledro albino ha deciso di non allattarlo mai. Alla fine non c’è in fondo molto da spiegare in questa storia che ci arriva da un deserto tanto freddo, tanto lontano, tanto sconosciuto e affascinante, e anche quelle che sono le piccole curiosità di noi occidentali stravaccati sulle poltroncine e stupiti dalle immagini del grande schermo, non vengono chiarite nemmeno un po’. Ormai il documentario è diventato un mezzo puro, svuotato da significati di didattica e col fine di raccogliere la bella sfida di chi crede ancora che ci sia spazio per una narrazione che finalmente si ribelli alla volgarità dei ritmi e dei montaggi forzati continuamente propinati. Con la stessa naturalezza della vita quotidiana di una famiglia mongola, si possono raccontare, e bene come fanno Falorni e la sua socia, storie che immediatamente sorprendono forse più per il contorno, ma che poi diventano subito come libri, da risfogliare ancora e ancora, e leggere e rileggere ognuno coi suoi occhi. Quanto a quelli del cammello invece, aspetteranno ancora, sempre fissi all’orizzonte, nella pacifica attesa che ritorni il cervo a riportargli le sue corna.

La storia del Cammello che piange (Die Geschichte vom weinenden Kamel, Germania/Mongolia, 2003, sala)
Regia di Byambasuren Davaa e Luigi Falorni




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