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21 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 2

Se c’è un rischio latente, nell’approssimarsi del bicentenario del Maestro, è proprio, e per l’ennesima volta, l’uso politico del mazzinianesimo. Che è poi la ragione vera della mancata nazionalizzazzione od universalizzazione di Giuseppe Mazzini, ad oltre 130 anni dalla data della sua scomparsa.

In altre parole Mazzini non è ancora un padre della patria accettato da tutti, come invece dovrebbe e come auspicato autorevolmente anche dal presidente della Repubblica Ciampi, perché è sempre finito schiacciato su singole parti politiche, che lo hanno usato senza farsi troppi problemi e spesso attribuendogli significati opposti. Basti pensare, per esempio, al periodo 1943-1945, quando Mazzini divenne un emblema della Repubblica sociale italiana di Benito Mussolini e, nello stesso tempo, la radice morale del Partito d’Azione, che dal Risorgimento democratico traeva addirittura il proprio nome, in una sorta di rivendicazione filologica della matrice originaria.

Ciò è accaduto perché Mazzini è davvero il punto d’intersezione di più piani e di più urgenze. C’è «l’urgenza nazionale», la costruzione, anche nella penisola italiana, dello stato-nazione occidentale. Mazzini inventa il discorso pubblico nazionale, lo rende socialmente disponibile, definisce il perimetro di questa inedita dimensione della socialità.

Viene poi «l’urgenza repubblicana», o democratica: l’esigenza cioè di stabilire un quadro di istituzioni e di leggi per assicurare la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. La cornice di norme, «Poche e caute» secondo il monito di Mazzini del 1849, che definisce il confine formale della Repubblica appare inutile, se non sono vivificate da una passione civile dal basso, attraverso lo strumento associativo, quello che già Gaetano Salvemini aveva brillantemente definito il «Precursore collettivo».

C’è, infine, un’ultima urgenza, quella più tipica e più peculiare del mazzinianesimo: la dimensione religiosa. Attualissima. Il tema della fratellanza e quella del dialogo interreligioso, riscoperto dalla Chiesa postconciliare, non sono una novità. Mazzini individuava nella religione, intesa come sedimentazione delle massime universali portate come contributo dalle varie fedi positive alla vicenda collettiva, il terreno propizio alla riconciliazione della «famiglia umana», il contesto all’interno del quale si sarebbe più facilmente passati dalla frantumazione egoistica delle religioni, dei poteri, delle civiltà, alla ricomposizione finale della specie. Per questo Mazzini definiva il suo movimento un «partito religioso», a differenza degli altri, partiti politici destinati a perire. (1.continua)

Roberto Balzani




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20 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 1

Quando Mazzini nacque a Genova, duecento anni fa, in Europa comandava Napoleone. Giuseppe era figlio di un medico e di una signora molto austera e rigorosa. Una famiglia borghese come tante.

A quel mondo, segnato dal potere dei nobili, dal primato dell’uomo sulla donna, dalla subalternità e dalla miseria dei lavoratori, Mazzini voltò le spalle. Decise di inaugurare un’esperienza nuova, costruendo a partire dai suoi amici un’associazione di liberi ed eguali: la Giovine Italia. Obiettivo: l’unità politica della penisola italiana.

Non avevano molti mezzi, salvo uno davvero importante: la testimonianza. E molti di loro decisero di dare l’esempio. Mazzini pensava che l’umanità potesse vivere in pace attraverso la progressiva aggregazione di popoli sulla base di nazioni democratiche prima, e poi di realtà politiche più vaste. Pensava che la Repubblica avrebbe dovuto sostituire le teste coronate. Che donne e uomini fossero uguali ed avessero stessi doveri e stessi diritti. Che lo spirito di fratellanza avrebbe dovuto consentire l’unione del capitale con il lavoro in nome del bene comune e superando gli odi di classe.

Mazzini ha vissuto così. Decine d’anni d’esilio, una sostanziale povertà, le condanne a morte in contumacia hanno scandito un’esistenza fuori dagli schemi, fuori dalle regole. Pazzo, sognatore o precursore?

A duecento anni dalla nascita, a noi piace ricordarlo solo come un uomo, coerente fino in fondo nella sua scelta di Democrazia.

(credits)




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20 giugno 2005

>CROCIATE POPOLARI

Se vi piacciono quegli attori belli e così tanto di moda, con delle belle barbe curate come quella di Irons, con dei begli occhioni come quelli della Green, con delle belle spalle larghe come quelle di Neeson, con un bel visino come quello di Norton, epperò celato da una maschera talmente liscia e lucida che subito pare sia lì per fare pubblicità a un brillantante e invece, caspita, in realtà si è beccato la lebbra, e con qualcosa di bello che avrà pure Bloom, perché se gli fanno sempre fare il maniscalco, o combattere un po’ con vari tipi di armi, o insanguinarsi, o correre come un invasato, o indossare costumini storici, o muovere al vento i suoi capelli come neanche un divo riuscirebbe a fare, un motivo ci sarà. Ecco, se vi piace tutto questo, e si vi esalta una fotografia che riassumerà pure la quintessenza di un po’ tutto quanto, ma che dopo dieci minuti si capisce che è un trucchetto per emanare pericolosi raggi freddi che rendano un po’ più difficili gli abbiocchi di chi sommessamente teme a breve l’effetto polpettone, ben confezionato certo, e non c’è che dire, che rende giustizia alle spedizioni in Terra santa come iniziative soprattutto di fanatici e che si inalbera fin da subito nella critica ai tempi moderni di noi oggi, insomma se vi piace un film che riesce ad andare avanti solo per inerzia, allora forse vostro e folgorante sarà il Regno dei Cieli.

Le Crociate – Kingdom of Heaven (Kingdom of Heaven, Stati Uniti/Spagna/Regno Unito, 2005, sala)
Regia di Ridley Scott




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16 giugno 2005

>PREGIUDIZI MOTIVATI

Moti passionali che rispondono al bisogno di vedere il mondo in un certo modo.




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14 giugno 2005

>UN APPLAUSO ALLE SINISTRE, PLEASE

«Anche qui hanno fatto finta di fare la campagna per il referendum. A Siena i DS sanno pure quante volte scopi, figurati se non riescono a farti andare a votare!». titollo.


La sensibilità è una di quelle qualità importanti, di quelle che contano nella vita e ancora di più nei rapporti con gli altri e sempre di più nelle alleanze politiche. E i Ds sono così sensibili, ma così sensibili, ma così tanto sensibili, che potrebbero pure chiamarsi Democratici di sensibilità invece che Democratici di sinistra, che la sigla resterebbe la stessa e difficilmente qualcuno si lamenterebbe per l’aver tolto la collocazione politica, «di sinistra», dal nome del partito.

Sono così sensibili e così attenti a non urtare la sensibilità della Margherita con cui governano città e province, che fin da subito non hanno occupato il suolo pubblico delle piazze per raccogliere le firme a sostegno dei referendum sulla legge 40, e poi, riusciti ad ottenere dalla Cassazione il via libera alla consultazione, hanno pensato bene di usare estrema delicatezza nella propaganda per il Sì. La Margherita intanto cominciava a martellare sull’astensione, ma, si sa, quelli sono moderati per definizione, e dunque sensibili per natura, e dunque la loro discrezionalità politica non si può discutere.

I Ds invece sono «di sinistra» per statuto, quindi attenzione, mica facile su temi di coscienza come vita ed embrione intraprendere un’azione a tappeto per mobilitare il proprio elettorato, che quando si vota per il consiglio comunale la sezione si scatena con santini, manifestazioni, aperitivi, manifesti, volantini, pieghevoli, comizi, piantine, cene, bandiere, fiaccolate, orari di apertura straordinari, conferenze stampa, magliette, banchetti, Sinistra giovanile, portachiavi, gadget e cazzi vari, ma invece la legge 40 è un tema complesso, e si lascia libertà di voto, che mica si può forzare la mano, diciamo di votare Sì, ma lo lasciamo fare alla segreteria nazionale, la sezione, per carità, quella non può esporsi più di tanto, che poi arriva il richiamo all’ordine dei margheritoni.

Sensibilità, appunto.




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13 giugno 2005

>FINO ALLA FINE

Non esiste nessun tipo di sconfitta per chi come me ha creduto in questi referendum firmandone la richiesta alla Cassazione nell’aprile di un anno fa e ripetendo l’operazione a luglio essendo ormai il suo sostegno caduto per termini di legge. Non esiste nessun tipo di sconfitta per chi come me ha aperto il suo blog il 23 settembre e subito il giorno dopo ha cominciato a scrivere della battaglia referendaria. Non esiste nessun tipo di sconfitta per chi, qualunque siano, rimane convinto fino in fondo delle proprie idee, cercando il dialogo con gli avversari e rivolgendo loro precise domande, parlando alla propria parte, piuttosto che insultare o demonizzare quelli del lato opposto.

Solo delusione e tristezza, perché alla fine è sempre l’indifferenza a prevalere e a sorridere, a sovrastare qualsiasi impegno di questo Paese infinitamente ricco eppure così povero. Indifferenza questa volta aiutata a trionfare persino dalla chiesa, e da Giuliano Ferrara, che con coerenza, passione e impegno, hanno scelto di valorizzare esattamente quel relativismo etico che a parole dicono di voler sconfiggere, invece di sconfiggere con una valanga di No noi che abbiamo infranto il quinto comandamento.

Solo delusione e tristezza, perché chi mette impegno, anche solo quello di presentarsi al seggio, è deriso da chi decide che la testimonianza della massima espressione della democrazia è inutile e retorica, e si compiace di non «aver perso tempo».

Solo delusione e tristezza per politici che non credono in nulla, al di là certo del loro stipendio e del potere che vogliono raggiungere. Delusione e tristezza perché a tutti quanti i partiti che hanno dichiarato di sostenere le motivazioni del Sì, in verità non è mai interessato nulla, perché è impensabile che la loro massima mobilitazione si riduca ai dieci milioni di voti favorevoli alle abrogazioni parziali. Delusione e tristezza per i cinquecentomila elettori pugliesi partecipanti in tutto, contro gli almeno settecentomila voti laici raccolti da Vendola solo due mesi e mezzo fa. Delusione e tristezza, comunque, perché il 25,9% è suppergiù la stessa percentuale degli astensionisti passivi.

Eppure questa battaglia ci ha fatto scrivere, parlare e pensare di sperma e ovociti, bombardamenti ormonali, masturbazione per una donazione eterologa e fecondazione artificiale di una donna, argomenti di cui altrimenti avrebbero discusso soltanto grigi politici o alcuni tra medici, pazienti interessati e amministratori delegati di grosse case farmaceutiche. Questa battaglia ci lascia i dubbi della data balneare, dell’intervento del braccio armato della Chiesa, della pessima informazione tv e delle strategie adottate da quelli che Quattro volte Sì. Questa battaglia ci consegna la solita Italia che a cuore ha soprattutto i soldi dentro al suo portafoglio, l’organizzazione delle ferie estive e le feste con gli amici, e non i diritti dell’embrione, la ricerca sulle cellule staminali e la vita che comincia dal concepimento.

Sono triste e deluso. Ma non venite a spiegarmi che lo sconfitto dovrei essere io.




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