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25 giugno 2005

>DA SPOSARE DAVVERO

Di Sibel ci siamo innamorati anche noi. Ci è bastato molto meno che al protagonista in realtà, che da sfatto com’era, alla fine diventa pure un bell’uomo, nonostante, o grazie, alle strisce di coca, alla galera e alla lontananza da una donna a cui voleva davvero bene. Impara pure ad attaccarsi alla bottiglia di plastica dell’acqua minerale con lo stesso gusto con cui si scolava la birra, Cahit, ma nel frattempo, diciamo quando stivaletti e gonnellina al ginocchio Sibel va al luna park, noi eravamo già caduti ai suoi piedi. Poi sarà lei a cadere, aspirante suicida, figlia ribelle, parrucchiera provetta e turca per forza in una Germania quasi senza tedeschi. In realtà ci aspettavamo tutt’altro dal vincitore dell’Orso, anche se in fondo questo è un film che si colloca nella migliore tradizione teutonica, con le stesse atmosfere, e lo stesso piglio violento. E la cosa più strana è che senza aver nulla di così eccellente e memorabile, il film procede tra bruschi cambiamenti di ritmo e regia, raccontando, a chi ne avesse bisogno, di una Turchia più libera ed europea di quella che si ha comunemente in testa. Meno squallida, per giunta, della notturna Amburgo in cui si consuma, letteralmente, l’immigrazione di due ragazzi che perdendo la loro tradizione hanno perso se stessi. È un film spiazzante. È un film curioso. È un film tremendo. È un gran film. Un gran film e basta.

La sposa turca (Gegen die Wand, Germania/Turchia, 2004, sala)
Regia di Fatih Akin




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24 giugno 2005

>UN FIUME SUPERBO

Intanto sembra incredibilmente più breve, e la scusa dell’indagine di polizia, che sarà trama portante ma che solo in trama rimane, coinvolge e appassiona fregandosene di chi già sa. Perché se su quella macchina ci fosse salito un altro di quei tre amici in strada e con la passione per la mazza da hockey, è il concetto primo che tiene a dire la pellicola, tutto sarebbe stato diverso. Ma il punto è un altro, che su quella macchina, di lupi mannari, non doveva salirci proprio nessuno. Quell’altra di macchina, invece, quella da presa, la tiene il solito immenso Clint, che siccome non ha bisogno di dirigere il talento straordinario di tre attori che insieme paiono semplicemente una sorta di dream team, decide di proporre allo spettatore tutta la spettralità di un quartiere, di una parata, di tre mogli che oltre ad essersi dimenticate la fede nuziale al dito, non sanno più essere nemmeno le donne di cui avrebbero bisogno i loro tre uomini. Costruisce poco la regia artigianale del maestro, e molto invece la discussione, opposta all’inutilità delle lacrime. È perfettibile, e rivendendolo si nota eccome, e gli ultimissimi fotogrammi, prima di staccare sui nomi scritti nel cemento fresco e ora asciutto del marciapiede, restano solo un esercizio. Ma proprio per questo è clamorosamente un’opera cinematografica inarrivabile.

Mystic River (id., Stati Uniti, 2003, sala)
Regia di Clint Eastwood




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24 giugno 2005

>DA NON SCHIVARE

Tanto quando hai quattordici o quindici anni il laboratorio teatrale, o anche solo una scenetta improvvisata di fronte agli amici al campeggio, finisce sempre per far strage di cuori. Tanto la più carina di tutte sarà sempre la protagonista, e per quanto inaccessibile tra i banchi di scuola, nella rappresentazione sarà sempre più bella e ammiccante, sempre più dolce, e gentile. Krimo vende tutto quello che ha pur di recitare con lei, pure la Playstation e del caviale in scatoletta. Lydia, invece, ha esattamente il comportamento che da lei ci si aspetta, così occupata prima a stressare l’anima a tutti per avere le conferme che cerca sul suo vestito di scena, e poi così tremenda nel prendere troppo tempo per decidere se uscire o meno con quel ragazzo a cui basterebbe anche solo un suo sorriso per toccare il cielo con un dito. E allora tra i film porno dell’amico, la fidanzatina che rivendica ancora l’esclusiva sul morosino appena mollato, le conseguenze adulte, impreviste e spaventose di un’adolescenza periferica, presa sul serio e presa per gioco, presa da problemi di integrazione e familiari, Marivaux e «Il gioco dell’amore e del caso», Kechiche riesce a destreggiarsi a meraviglia tra i tantissimi e velocissimi dialoghi dei personaggi, senza mai urtare lo scorrere di quelle emozioni che infatti arrivano una sola volta nella nostra vita.

La schivata (L’esquive, Francia, 2003, sala)
Regia di Abdellatif Kechiche




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24 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 5

Non crediate di essere soli e i soli. Non crediate di esservela fatta soltanto voi pochi che in questi giorni avete continuato a visitare le modeste pagine di questo bloguzzo. La domanda «Ma cosa sopravvive oggi di Mazzini?» ce la siamo posti tutti, specialmente chi mazziniano lo è o si considera tale. Perché considerando la dimensione mondiale di Giuseppe Mazzini e i tratti moderni della sua opera, la questione resta sempre la stessa: come infrangere la barriera che da sempre ha separato il patriota dal grande pubblico? Mattarelli pensa di chiederlo direttamente allo stesso Mazzini, in una sfida la cui posta in palio è quella di evidenziare la forza innovativa del pensiero mazziniano attraverso un percorso che appare imprescindibile per chiunque abbia oggi a cuore la costruzione di una religione laica e civile che armonizzi le esigenze dei singoli, dia nuovo senso al concetto di cittadinanza, di libertà, al ruolo della patria, dell’Europa e dell’umanità, poste di fronte alle suggestive ma ostiche e irte incognite delle sfide globali. Un Mazzini, dunque, che «Scende dal piedistallo agiografico inaccessibile, freddo e talvolta polveroso», che incalzato spiega perché ha posto «Dio e il Popolo» quale principio del Dovere e fondamento di tutta la sua teoria politica. Che ci spiega, soprattutto, perché il suo pensiero può ancora aiutarci a vivere liberi.

Dialogo sui Doveri – Il pensiero di Giuseppe Mazzini (id., Venezia, 2005, tascabili Marsilio Editori/Saggi)
di Sauro Mattarelli




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23 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 4

La Giovane Italia è stata per alcuni anni, fino verso la metà del decennio Trenta, l’unica agenzia di nazionalizzazione presente nel Paese. Si comprende bene, dunque, la ragione per cui gran parte della classe dirigente risorgimentale, nata nei primi anni XIX secolo sia passata, sia pure marginalmente, attraverso quella esperienza: per essere italiani bisognava contaminarsi, allora, con il mazzinianesimo.

Ciò induce ad alcune considerazioni. In primo luogo spinge a comprendere il motivo per cui molte tradizioni politiche, nel Novecento, abbiano guardato a Mazzini come precursore: l’oggetto Italia, in termini politico-culturali moderni, è invenzione sua. In secondo luogo suggerisce cautele circa l’effettiva diffusione di un modello statal-nazionale predominante nella fase anteriore al 1848. Non c’è dubbio che Mazzini abbia avuto un’idea molto precisa dell’Italia da realizzare, almeno nei suoi tratti essenziali («Una, libera, repubblicana», secondo la nota formula); è meno sicuro che la percezione del suo messaggio sia stata altrettanto chiara nelle varie periferie del Paese, soggette a disturbi di ricezione, per così dire, indotti da interferenze culturali e sociali locali, spesso molto forti. In terzo luogo mette in luce la natura concentrica dell’itinerario mazziniano: il giro largo è la nazione, poi si entra in un giro più stretto –Repubblica, Democrazia e i relativi corollari politico-sociali– ; infine c’è la religione, cioè l’approdo definitivo al «Progetto umanitario». Via via che i cerchi si stringono, i seguaci di Mazzini si riducono progressivamente.

Il disegno nazionale ha un successo colossale, al punto che, alla fine, l’Italia si farà sul serio, ed effettivamente offre al suo autore una visibilità ed una centralità politica inusitate. Già intorno al nodo democratico-repubblicano, le schiere si assottigliano, e molti patrioti manifestano idee diverse ancor prima del ’48. Poi le diaspore continuano, negli anni Cinquanta e nel decennio successivo, fino all’ultima emorragia, quella del 1871, a vantaggio dell’Internazionale socialista.

Giuseppe Mazzini sembra spesso ermetico, il suo disegno sfugge, la sua democrazia pare troppo blanda, ora addirittura misticheggiante, con il persistente riferimento a Dio, con l’idea di un governo dei migliori al di sopra delle parti, quasi un sacerdozio civile a tutela del «fuoco sacro» dei valori condivisi. Non la si riesce a stabilizzare e quando lo si fa ecco che il sistema fa acqua da diverse parti. Il punto fermo è l’umanità, ma stranamente nessuno di coloro che si occupano della traduzione politica del fenomeno Mazzini, lui vivente, prende sul serio questo problema.

Perché? Perché il nodo dell’umanità non è solubile politicamente; ci vuole, per affrontarlo, un respiro esistenziale, una predisposizione anteriore alla politica, che molti interlocutori non percepiscono.

Qui l’intelluttuale genovese patisce un autentico scacco. E non perché la Repubblica, in Italia, non si realizza, ma perché molti esponenti di quella comunità in cerca della democrazia, decidono di tirarsi indietro. (2.fine)

Roberto Balzani




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22 giugno 2005

>IL COMPLEANNO DI PIPPO - 3



In famiglia lo chiamavano Pippo, soprannome che gli rimase anche presso gli amici più cari. E forse proprio per la suggestione di questo nomignolo scelse, negli anni successivi, il suo nome di copertura, Filippo Strozzi, con il quale firmò articoli e libelli.

A Genova, dove nacque, Pippo è il diminutivo di Giuseppe.
Venne alla luce sabato 22 giugno 1805 alle ore 7.




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