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14 maggio 2005

>CESTINATA

Dopo cinque anni in cui ho potuto sempre scrivere tutto ciò che volevo (a parte in una vecchissima intervista al segretario comunale della Margherita e in un pezzo su Benigno Zaccagnini, ma, si sa, sono io ad andare poco d’accordo con i democristiani), non è davvero il caso di urlare contro censure inesistenti. Però, ecco, le motivazioni per non pubblicare questa mia, per giunta nella pagina delle lettere, sono state tutto sommato un po’ debolucce.

Caro direttore,

meno male che Francesca Volpe, sulla pagina autogestita de il Ponte ospitata da sette sere, spiega a tutti come stanno veramente le cose. Meno male perché, personalmente, sentivo la mancanza di queste tesi che partono dalla ricca definizione data di Paul Wolfowitz, «Il più estremista falco neoconservatore», per affermare, ancora prima che cominci il mandato (prenderà il via all’inizio di giugno), che la sua presidenza rischia di «acutizzare i problemi legati alla povertà mondiale». Che, poco più sotto, Michela Mazzotti e Denis Gentilini imputano al debito, la cui cancellazione può fare piacere alle coscienze di noi occidentali, e di certo è eticamente giusta, ma potrebbe pure contribuire a creare paesi condannati a sopravvivere d’elemosina internazionale, senza preoccuparsi di affrontare questioni sempre legate a corruzione o alla presenza di dittatori, prima causa della povertà nel mondo. È che Wolfovitz, leggiamo, è «il responsabile morale della guerra criminale», «il padre della dottrina della guerra preventiva», ma, e questo non c’è scritto, dal ritiro della Siria in Libano alle libere elezioni per i comuni in Arabia Saudita, dai venti di libertà egiziani fino addirittura alla nascente democrazia palestinese, dall’Ucraina ai cambiamenti in tutti gli ex stati sovietici, effetti di varia natura ma tutti prodotti da quell’intervento militare, sembrano andare in una direzione ben precisa. Del resto, nonostante Wolfowitz sia «un uomo lontano dal riscuotere consenso popolare nella maggior parte del mondo», le sue idee liberatrici del Medio Oriente incontrano sempre più frequentemente e progressivamente (oggi pure Massimo D’Alema) il consenso di larga parte di quei settori che pure all’inizio lo contestarono.

Critica discutibile la mia? Certo, ma appunto discutibile, con modi e toni diversi da quelli dei ragazzi de il Ponte, che mentre chiedono se affideremmo i nostri risparmi «ad una simile persona», sembrano quasi disprezzare una prospettiva di democrazia liberale e di libera economia di mercato. Il che, mi pare, la dice lunga molto di più su di loro che su Wolfowitz.




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13 maggio 2005

>GIOCO DA POCO

Ci sono volte che i lanci pubblicitari dei film, quelli che (s)travolgono persino i titoli originali, finiscono per (s)travolgere tutti, offuscando le idee anche a chi, di solito, riesce a dare valutazioni più o meno corrette, più o meno condivisibili. Ad esempio ci piacerebbe sapere dove sono finite tutte queste scene di soffuso erotismo girate dalle due dive «che tornano al loro massimo splendore», quando si vede appena il paio di tette della Theron oppure Guy che le solleva la gonna per finire con la faccia lì dove non batte il sole. Che poi, tra l’altro, noi che crediamo oggettivamente che la Charlize sia una delle donne assolutamente più belle del mondo, ma che soggettivamente ci piace molto di più la Penelepe, denunciamo pure la balla delle due protagoniste assolute dato che la Cruz reciterà sì e no una mezz’oretta in tutto. Vabbè dai, salviamo la guerra di Spagna, la scenografia, la fotografia, ma per il resto non c’è nulla per cui valga la pena, per il semplice fatto che è un film senza nulla da dire, al di là naturalmente dei cachet degli attori, nonostante Townsend sembri costantemente la copia più famosa di Patrick del Grande fratello. Comunque la Moviemax del figlio di Dell’Utri conosce bene il basso valore del prodotto, e difatti il giornale del padre, spazi pubblicitari concessi esclusi, lo ha giustamente ignorato del tutto.

Gioco di Donna (Head in the Clouds, Stati Uniti/Regno Unito/Spagna/Canada, 2004, sala)
Regia di John Duigan




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12 maggio 2005

>GREAT BOY

C’è poco da fare, i ravioli fritti facciamo fatica a digerirli. Meglio il polipo, che magari mangiato in quel modo lava anche lo stomaco. E poi, scusate, non per offendere, ma bisogna essere un tantino feticisti. Non che qui non si apprezzi il valore assoluto del delirio autentico, ma questa volta siamo davvero su un altro pianeta. La trama è clamorosa, che si sarebbe inchinato persino Dumas, che lui sì che avrebbe voluto scrivere questo libro. La violenza invece, ma ripensandoci, ci pare più una nostra proiezione mentale, costretti, certo, dal miglior montaggio (questo è sicuro) visto in sala da tempi immemori. Vuole dire che il film funziona, perché è più violenta la rivisitazione del vuoto delle coscienze e degli oggetti, non crudele, ma vera, non farmacologica, o ipnotica, ma inarrestabile, e grandiosa, e terribilmente accorta. Finalmente sentimenti trasportanti e riflessivi, che più si sedimentano più ti graffiano lo stomaco come neanche i ravioli di cui sopra, finalmente nessuno che ti viene a rompere i coglioni con il perdono, ma che ti viene a rompere la faccia, la bocca, i denti, la vita, costringendoti in un gioco al massacro raccontato con quel disturbo illuminato che in Occidente se lo sognano. Non un capolavoro, e resistiamo su questa posizione, ma la più significativa e impressionante e consapevole e sensazionale esperienza visiva e cinematografica degli ultimi anni.

Old boy (id., Corea del Sud, 2003, sala)
Regia di Park Chan–wook




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11 maggio 2005

>STRISCIA, UNA ZEBRA ALLA DERIVA

Non la solita ragazzina americana soltanto perché non porta il cappellino e perché non va a fare shopping sulla Quinta avenue. È appena un tantino più agreste perché, si sa, in Kentucky funziona così, tra fattorie, allevamenti e forza che si misura a soldi e a successi all’ippodromo. Per il resto è la solita ragazzina americana orfana di madre e che vive in una casa immensa con il suo papà. Solo che putroppo il film continua. C’è la solita antagonista cattiva che fa la figura della deficiente e a cui qualcuno provvede a cagare dall’alto sopra a quel bel cappellino bianco, e ci sono i soliti cattivi di rincalzo, questa volta animali, che invidiano e picchiano. C’è la solita storia che ormai non è più nemmeno abusata, ma logora del tutto, del buono, cioè la povera zebra, che deve affrontare il cattivo in un qualche cosa, la gara all’ippodromo appunto, dove si sa alla perfezione che parte sfavoritissimo ma che con sacrifici e sforzi riuscirà a vincere per un pelo sul cavallo che naturalmente ammetterà di essersi sbagliato. Il tutto condito da una computer grafica su animali che nel doppiaggio originale hanno le voci di Whoopi Goldberg e Dustin Hoffman, e che in quello italiano parlano con gli accenti regionali, in cui la cadenza più settentrionale di tutte è quella della capra bolognese. Le due mosche, infine, dovrebbero fare la fine che meritano: merda o insetticida.

Striscia, una zebra alla riscossa (Racing Stripes, Sudafrica/Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Frederik Du Chau




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10 maggio 2005

>VERGOGNE NAZIONALPROVINCIALI

Semplicemente inspiegabile, ma il raddoppio delle province sarde mi era sfuggito. Tra l’altro anche con denominazione di toponimo territoriale, come Ogliastra, Medio Campidano, mamma mia, invece che di città capoluogo. D’altronde era stato così anche per Monza-Brianza, anche se in realtà in questo caso i nomi sono affiancati, e comunque nonostante la Regione Sardegna goda beata di autonomia e statuto speciale, le mie considerazioni restano quelle del giugno scorso, dopo la creazione dell’istituzione lombarda, di quella marchigiana di Fermo, e di quella pugliese persino una e trina di Barletta-Andria-Trani.

Cioè, invece di procedere nell’ottica di sempre maggiore efficienza degli enti pubblici e nella razionalizzazione delle risorse impiegate per il loro funzionamento, si decide di aumentare il numero degli enti locali in una logica che, davvero, non trova spiegazioni. Invece di premere, di scommettere e di puntare su una fusione tra i comuni con meno di 1000 abitanti, in questo povero Paese si inventano nuove divisioni provinciali. Tra l’altro il via libera a queste nuove istituzioni viene accordato trasversalmente sia da destra che da sinistra, segno evidentemente che quest’ultima non è poi così estranea ai tentativi demagogici e populisti di matrice leghista che denuncia un giorno sì e l’altro pure, segno evidente che quando c’è da accaparrarsi le simpatie degli elettori di alcune zone assecondandone le spinte localiste e autonomiste, cominciano a correre tutti, velocissimi, che ci sono poltrone nuove di pacca da rinnovare, torte da spartire, potere da gestire.

Mica dire invece quanto costerà a noi cittadini, guai, guai grossi. Piccolo è bello, ci raccontano, nascondendoci che con l’istituzione di nuove province si va inesorabilmente verso un inutile e dannoso raddoppiamento dei costi fissi di un ente locale, con il rischio di una vera e propria paralisi finanziaria dei neonati organismi di amministrazione pubblica, una paralisi a cui le neoprovince non possono fare fronte con la semplice acquisizione dalla provincia a cui erano in precedenza aggregate della quota di risorse corrispondente al proprio peso.

Badate bene, oltre al raddoppio delle assemblee elettive, e dei signori stipendi dei signori assessori, oltre al raddoppio della macchina amministrativa interna, oltre all'oltre, la creazione di una nuova provincia comporta ad esempio la predisposizione di una nuova Prefettura, di una nuova Questura, di un nuovo comando dei Carabinieri, di un nuovo comando dei Vigili del Fuoco, con connessi tutti i nuovi uffici di competenza.

Così, immagino, sarà lo Stato a dover sborsare i fondi per il sostentamento delle nuove province e in un momento di crisi economica generalizzata e di difficoltà finanziaria del Governo, mi pare come minimo del tutto sconveniente e inopportuno. Inopportuno soprattutto che questo processo venga appoggiato da parte di una sinistra che voglia proporsi come una credibile alternativa alla destra.

Ma intanto sono già diventate 29 le città che hanno fatto richiesta di diventare provincia, si sono già messe in coda, e aspettano il via libera da parte del Parlamento. Inoltre, vorrei capire, se la legge prevede che la popolazione a cui le istituzioni provinciali debbano fare capo sia non inferiore ai 200mila abitanti, come mai in 20 hanno una popolazione inferiore a questo numero, creando un precedente che contrasta con le funzioni stesse della provincia, le funzioni cioè di coordinamento su un’area vasta?




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6 maggio 2005

>AND NOW GOD SAVE THE BLAIR

Soffiava il vento di una nuova sinistra, quando Tony Blair andò ad abitare al numero 10 di Downing Street nel 1997, e non perché in Italia abitava a Palazzo Chigi Romano Prodi, ma perché l’anno prima negli Stati Uniti alla Casa Bianca era rimasto Bill Clinton, che personalmente continuo a ritenere uno dei migliori presidenti americani. Soffiava il vento della nuova sinistra, dunque, non più semplicemente Labour, ma New Labour, che nel Regno Unito la classe dirigente aveva imparato la lezione di Margaret, ossia l’estensione della cultura d’impresa alla gente comune come strumento di ascesa individuale, e capito che per governare una società in trasformazione tanto quella degli anni Ottanta, occorreva un nuovo modello di sinistra, e di sinistra moderna.

Soffiava, quel vento, e mentre i nostri giornali si esaltavano per la vittoria di Blair, come oggi si esaltano nelle critiche a quello che in realtà è a tutti gli effetti uno dei più grandi personaggi politici della storia europea, in Gran Bretagna c’era già chi diceva di no alla sua politica, o meglio, chi invitava il nuovo premier inglese, citando per l’ennesima volta il celeberrimo slogan di Nanni Moretti, a dire «Qualcosa di sinistra».

Per questo, all’indomani di un’elezione che saprà anche di sconfitta, che sarà anche stata combattuta e sofferta, che indebolisce la posizione del premier, ma che vittoria vera resta comunque, non è il New Labour a perdere la sua parte più intransigente, ma l’Old Labour a restare accecato dall’operazione militare irachena, e a non capire che gli obiettivi di Blair altro non sono che di spiccata tradizione socialdemocratica. Il New Labour punta ad un miglioramento dei servizi pubblici e ad una maggiore coesione sociale, punta a ridurre la discriminazione in ogni ambito della vita e a promuovere un capitalismo equo in cui le imprese rispettino più seriamente i loro obblighi nei confronti di lavoratori e clienti e incrementino il livello di produttività, ricerca e innovazione, punta alla realizzazione di una rete di protezione sociale più solida e, seppur in modo a tratti controverso ma di certo assolutamente deciso e decisivo nel panorama britannico, sostiene che il Regno Unito debba rivestire e investire in un ruolo attivo nell’Unione europea, creando una potenza continentale, e non solo un mercato, creando un dibattito politico, e non solo emanando norme e normative.

L’ho dichiarato poco più sotto, le mie simpatie vanno ai Libdems, posizione sulla guerra in Iraq esclusa, impelagati come sono stati anche loro nella logica improduttiva e così dannatamente poco terzista dell’atteggiamento pacifista e ignorante da opporre ad un unilateralismo pericoloso e distruttivo, ma questa mattina non posso non gioire della vittoria, anche fosse solo sussurrata, di un vero leader occidentale, europeo, dinamico e intelligente, che ha rischiato, creduto, lottato, che è inciampato, ha sbagliato, ammesso errori e conquistato meriti.

Perché a differenza di altri, accecati dalle bandierine arcobaleno o dall’arroganza della dottrina Bush, sento ancora fischiare nelle orecchie il flebile vento della nuova sinistra, liberale, laburista e progressista.




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