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Claudio Ossani



 


 





      

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18 aprile 2005

>ERA DOMENICA 18 APRILE 1948

Nessuno se lo sarebbe aspettato, democristiani compresi che nel frattempo hanno mantenuto le loro abitudini. In ballo allora c’erano le velleità insurrezionali delle masse poi frenate dal Pci, i socialisti già divisi tra quelli di sinistra alleati del Fronte e quegli altri del sole smorto del Psli, gli interessi del nord garantiti da un certo trentino che in quattordici mesi aveva cambiato tre governi senza che nessuno ci trovasse qualcosa di male, repubblicani più coraggiosi che parlavano di terza forza ma che governavano con la Dc in nome dell’atlantismo, destra assortita con diversi problemi e diversi problemi assortiti di un Paese che era appena stato in guerra guidato dalla destra.

Oltre ad aver già offeso la sovranità della Repubblica e di un Parlamento eletto per la prima volta giustappunto e per la precisione 57 anni fa, oggi c’è chi fa tutto questo casino per aver perso tre o quattro presidenti di regione? Quando parlate di 18 aprile giornata decisiva poi almeno sciacquatevi la bocca.




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17 aprile 2005

>CON LA SPADA A PENSARE SOTTO LA LUNA

Si continua a guardare e riguardare, pardon, ad ammirare stupefatti la forza visiva di quella penisola, con paesaggi che qua sanno di esotico e che là sanno di storia, che di film storico si dovrebbe trattare e che il regista ha girato tra burroni, rocce e palazzi. E siccome nessuno si permette di svolazzare beato nell’aria, la sensazione di meraviglia è per tutto il contorno, con l’occhio che si perde tra le pieghe dei tessuti, tra le rifiniture e gli sguardi, prima di sgranarsi e di chiedersi se e quanto la violenza mostrata senza ritegno aggiunga valore al film, perlomeno cercando di non rendere proprio tranquillo il sonno del pubblico. Sbadigli, ecco, ce ne stanno parecchi, non perché il film sia lento o noioso, che pure è anche così, ma perché quella penisola lì, quella dei luoghi che qua sanno di esotico, c'ha sempre lo stesso sapore, dall’inizio alla fine, anche in tempo di sangue e di lutti. Il regista cerca l’eroe, c’è spazio per uno, o il samurai o l’ufficiale, amici di un tempo che più tornerà. E quando il sipario si chiude, quando il disperato duello dei due protagonisti giunge a soluzione, poco contano le lame e le spade che trapassano il corpo, e molto invece l’ammirazione per quelle immagini che continuano a rincorrersi, e che questa volta lasciano sapore amaro a chi liquida tutto pensando che solo di esotismo si tratti.

Sword in the moon (Cheongpung myeongwol, Corea del Sud, 2003, sala)
Regia di Kim Eui-suk




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15 aprile 2005

>MOLTO PROFONDO

Alla scuola elementare di gerarchie te ne spiegano tre. Quella del temutissimo direttore dell’istituto, quella della piramide feudale medioevale e quella della catena alimentare. Le prime due in realtà ben presto faranno poca paura e sarà la terza a continuare a frullare per la testa per tanto tempo ancora e per tanto tempo della tua vita. «Il pesce più grosso mangia quello più piccolo», ti dicono, e questa frase difficilmente si dimentica, perché a quell’età sei comunque un pesce più piccolo, e perché non basta crescere un po’ per essere subito quel pesce più grande che (mai possibile?) fa sempre quel che vuole e non se lo mangia nessuno. È che la catena alimentare te la spiegano sempre con la metafora marina e quando arriva il documentario che ti fa vedere delle bellissime orche assassine che giocano a tennis con quel povero cucciolo di leone marino ti accorgi che quello altro non è che lo spettacolo misterioso e tremendo della natura. E allora tanto vale immergersi nella bellezza delle acque e dei suoi abitanti, che purtroppo la pellicola lascia senza nome, pensando forse di invadere la poesia di uno stile asciutto, sorprendente e perfetto, che finisce per destare curiosità e stupore, ma anche per essere fin troppo poderoso e intellettuale. Che laggiù, la gerarchia, non c’è bisogno di spiegarla.

Profondo Blu (Deep Blue, Regno Unito/Germania, 2003, sala)
Regia di Andy Byatt e Alastair Fothergill




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14 aprile 2005

>GIÙ IL CAPPELLO, PASSA IL POPOLO

La prendono di petto i Francolini di Monte dell’Idaho. Loro non migrano, no, restano sempre in quella distesa disabitata e poi all’improvviso cominciano a squadrarsi a vicenda, si gonfiano, si gonfiano fino a scoppiare e si affrontano. Di petto, appunto. Lo Svasso dell’Ovest invece se ne sta comodo nell’Oregon, preferibilmente in un lago. Cammina sull’acqua, lui, e non come Gesù Cristo, ma molto, molto più veloce. Corre, corre velocissimo, con quelle zampine a mulinello e con un’eleganza eccezionale. Tra tutti quei meravigliosi e fenomenali uccelli che ogni anno volano per migliaia e migliaia di chilometri verso «il grande Nord delle origini», per poi tornare indietro facendo le stesse tappe, negli stessi luoghi, adottando gli stessi punti di riferimento, sfruttando sempre le correnti ascensionali, i Francolini e lo Svasso, ma poi ancora il Pinguino Imperatore, o i coloratissimi pappagalli dell’Amazzonia, sembrano meno nobili e belli, meno austeri, ma più buffi e simpatici, e impediscono che tutto il lavoro, immenso e magnifico, sia considerato un semplice documentario. Il guaio è che per questo serve l’effetto a sorpresa, inaspettato e imprevedibile della prima visione. Epperò Nick Cave è sempre magico anche per chi non conosce la musica, e le immagini sono di una bellezza suprema, assoluta. Un capolavoro.

Il Popolo Migratore (Le Peuple Migrateur, Francia/Italia/Germania/Spagna/Svizzera, 2001, dvd)
Regia di Jacques Perrin




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13 aprile 2005

>IN ITALIA INVECE TUTTO BENE

«In Iraq è iniziato anche il campionato di calcio, ma alcune squadre non hanno potuto giocare perché le tifoserie si affrontavano a colpi di kalashnikov». Maria Cuffaro.




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13 aprile 2005

>LA SHARK STORIELLA

Certo che in fondo all'oceano, laggiù dalle parti della barriera corallina, non essere né carne né pesce qualche problemino potrebbe anche darlo. Ma in casa Dreamworks non ci hanno pensato, orgogliosi giustamente come sono del nome e contenti di aver avuto un'idea che negli Stati Uniti sarebbe veramente piaciuta. Oltreoceano, invece, l'Atlantico, non quello popolato da pesci colorati e alla fine troppo scontatamente antropomorfi per essere credibili e realmente vivaci, si perde tutto lo spirito originario del progetto, e si finisce per essere contenti di riconoscere le voci di Laurenti e dei Pali e Dispari, perché per quanto riguarda l'animazione c'è poco da dire, è esattamente quella che sempre ci si aspetta. Niente di meno, lungi da noi la puzza sotto il naso, ma niente di più, eccezion fatta per il relitto del Titanic e covo del boss con tanto di ritratto della Winslet alla parete. Ma il punto è proprio questo: troppo articolato e cinefilo per il pubblico più giovane, troppo poco brillante e intrigante per un pubblico abituato ormai, dalle stesse case di animazione, ad essere esigente e chiedere prodotti ambiziosi. Si ride alla grande, ma col contagocce, si resta comunque estranei e indifferenti alla parabola di tolleranza di uno squalo gentile e di un
pesciotto che avrebbe preferito, appunto, nascere squalo.

Shark Tale (id., Stati Uniti, 2004, sala)
Regia di Bibo Bergeron, Vicky Jenson e Rob Letterman




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