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17 febbraio 2005

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO - 5

È giusto celebrare la Repubblica Romana perché essa è stata una grande esperienza democratica. La Repubblica affermò infatti che «La sovranità è per diritto eterno nel popolo e che il popolo dello Stato romano è costituito in Repubblica democratica». Si affermò inoltre anche il principio moderno dell’uguaglianza: «Il regime democratico ha per regola la uguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o di casta».

È giusto celebrare la Repubblica Romana perché essa fu una lotta coraggiosa per la libertà laica ed è giusto celebrarla ancora proprio oggi per ricordare che la Repubblica Romana decretò l’abbattimento dei cancelli del ghetto ebraico e scrisse nella sua Costituzione che «La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l’italiana».

Tutto questo vuole però essere in realtà una commemorazione piuttosto che una celebrazione, perché commemorare vuole dire ricordare insieme ad altri, e vuole dire sottrarre al tempo, fare rivivere eventi, donne, uomini e ideali. Diversamente dalla commemorazione religiosa, che si svolge sempre uguale e ripetitiva secondo la parola sacra ed è sostenuta dalla fede, la commemorazione laica, come questa, deve riuscire a fare rivivere il passato con il solo aiuto della parola e della scrittura, sole armi per sconfiggere il tempo.

Una vera commemorazione non ha bisogno di parole che esaltino la grandezza dell’eroe, o la purezza del cuore del martire; e neppure è fatta di parole che evocano la grandiosità dell’evento, che ci riempiono di stupore e ammirazione per le persone che commemoriamo; e neppure ci deve far sentire orgogliosi per qualcosa che altri hanno fatto. No, la vera commemorazione laica, la commemorazione civile, è quella che fa nascere in noi o rafforza il sentimento di un obbligo morale: l’obbligo, morale di capire e far vivere gli ideali per i quali hanno dato la vita gli uomini e le donne che commemoriamo. È questo il solo modo di impedire che essi siano dimenticati e quindi spariscono per sempre dalla storia umana.
(1.continua)

Maurizio Viroli




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16 febbraio 2005

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO - 4

«La storia della cultura delle nazioni non è fatta soltanto di memorie di vincitori e governanti, ma anche del ricordo scritto e pubblicato di aspirazioni, passioni, programmi, speranze, tentativi non riusciti, ma non per questo meno rispondenti a bisogni e a problemi reali, forse ancora non maturi per una soluzione, ma già percepiti, sentiti o rozzamente espressi, e non meno vivi perché condannati a lungo silenzio dal conformismo storiografico».

La riflessione di Delio Cantimori mi pare molto precisa e azzeccata proprio ora che il dibattito politico, culturale e storiografico sta tornando sull’interpretazione della nostra identità nazionale, rassegnandosi a volte allo scontro ideologico che riduce quest’Italia ad una repubblica dalla memoria corta e parziale.

Se vogliamo davvero, come sento dire, tornare a scoprire la vera memoria storica, il filo conduttore del nostro essere nazione, se vogliamo come popolo una nostra identità comune dovremo partire dal fatto che l’identità italiana, che per secoli è stata di lingua e di geografia, ha trovato un suo vero comune denominatore solo a partire dal Risorgimento nazionale.

A cominciare esattamente da quella Repubblica Romana che, per la prima volta, parlava a tutti gli italiani con una Costituzione democratica e liberale che fissava diritti e doveri per tutti i cittadini. Una Costituzione che nei suoi principi fondamentali aveva la sovranità del popolo, il regime democratico che ha per regola l’uguaglianza, la libertà e la fraternità, la promozione del miglioramento morale e materiale di tutti i cittadini, l’autonomia del Comune, la libertà religiosa, i diritti inviolabili per gli individui e la proprietà.

Rileggendo i testi di quella straordinaria esperienza, comprendendo i principi e i valori che essi esprimono, possiamo renderci conto di come il nostro secolo avrebbe potuto avere svolgimento assai diverso, lontano da guerre e da tragedie, e con una crescita ben maggiore di civiltà, se solo si fosse data attuazione a quei principi, a quei valori che ancora oggi esprimono tutta la loro positiva pregnanza.

Quella della Repubblica Romana è una storia che non ha affatto bisogno di revisionismi e di autocritiche. È una storia che ha bisogno soltanto di essere ricordata e raccontata, perché sia da monito a coloro che la vogliono cancellare dalla memoria storica del popolo italiano e a coloro che vogliono nuovamente ricercare scorciatoie e soluzioni nelle messianiche illusioni.




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15 febbraio 2005

>HOT LINE

Il passaggio estemporaneo nel salotto domenicale Rai si è concluso assai velocemente. Si parlava di televisione, bambini, bambini davanti alla televisione credo. Mi è bastata una battuta della grande moglie dell’ex grande sindaco della capitale: «Il problema non sono Rai e Mediaset, è che nei canali dopo l’otto o il nove, già alle undici di sera, ci sono donne che offrono sesso a pagamento». Silvia Rocca comunque era di fianco a lei già a quell’ora, su uno sgabello e con le gambe accavallate.




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15 febbraio 2005

>DEL SUCCESSO OTTENUTO E MANTENUTO

A memoria, era dal ’93. A memoria, perché quando si è ammalati ci si ricorda sempre l’ultima volta come la peggiore, come la più terribile, come quella in cui si è stati peggio e si è stati costretti alle rinunce, di impegni, progetti e programmi, più grandi e più importanti. Magari non è vero, ma immobile e infreddolito e muto e insomma influenzato come nello scorso fine settimana, ero stato poche altre volte. Posso anche essere orgoglioso di aver beccato il virus influenzale nello stesso giro del Papa e di Berlusconi, in effetti io, il Papa e Berlusconi ammalati tutti e tre e ammalati tutti insieme abbiamo fatto trepidare abbastanza il mondo. E poi, qui, dopo diversi giorni, non ho perso nemmeno un preferito. Allora si riparte, che questo era soltanto un pit stop.




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9 febbraio 2005

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO - 3

Assemblea Costituente Romana

Decreto fondamentale

Art. 1 – Il Papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano.

Art. 2 – Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per la indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale.

Art. 3 – La forma del governo dello statuto romano sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.

Art. 4 – La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune.

9. Febraro 1849.
1. ora del mattino




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8 febbraio 2005

>REPUBBLICA ROMANA, MIRACOLO LAICO - 2

Nel febbraio del 1947, in seguito al voto con il quale il popolo italiano aveva cacciato la monarchia ed eletto la sua Assemblea costituente, la cosiddetta Commissione dei 75 presentò il progetto di Costituzione che dall’1 gennaio dell’anno seguente sarebbe diventato la Carta fondamentale della Repubblica. Nella relazione introduttiva solo un nome era ripetutamente citato, per l’esattezza cinque volte: quello di Giuseppe Mazzini.

Sin dalle prime battute il presidente Meuccio Ruini ricordò infatti che «Per la prima volta nella sua storia il popolo italiano, riunito a Stato nazionale, si dava direttamente e democraticamente la propria Costituzione, eccetto una luminosa eccezione, la Costituzione romana di Mazzini alla quale noi ci vogliamo idealmente ricongiungere».

Bastano queste circostanze a definire l’importanza della Repubblica Romana, non tanto come ricordo storico, ma come ispirazione della vita contemporanea. Giuseppe Mazzini, chiamato a Roma da Goffredo Mameli la sera stessa della proclamazione della Repubblica, arrivò lunedì 5 marzo e, nominato triumviro insieme a Saffi e Armellini, riassunse il programma di governo con queste parole, che sembrano delineare un programma per l’oggi: «Poche e caute leggi, ma vigilanza decisa sull’esecuzione. Ordine e severità di verificazione e censura nella sfera finanziaria, limitazione di spese, guerra a ogni prodigalità, attribuzione di ogni denaro del paese all’utile del paese, esigenza inviolabile d’ogni sacrificio ovunque le necessità del paese lo impongano».

La «rivoluzione repubblicana romana», come la definì con rispetto Karl Marx, fissò i principi a cui si ispirò la Repubblica italiana, ma i costituenti del 1946–1947 non seppero elevarsi allo stessa altezza sul problema capitale dello Stato moderno, quello dei rapporti con la chiesa, che i costituenti romani avevano invece lapidariamente stabilito all’articolo VII dei principi fondamentali: «Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici». L’analogo articolo VII della Costituzione italiana viceversa, grazie al voto congiunto di comunisti e democristiani, sancì l’abdicazione dello Stato accogliendo il regolamento fissato dai Patti lateranensi di Pio XI e Benito Mussolini.

Ammiriamo la grandezza della Repubblica Romana e dei suoi otto principi fondamentali, assolutamente e schiettamente mazziniani come la sovranità popolare, il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini, la fratellanza dei popoli e il rispetto di tutte le nazionalità, le autonomie locali, la libertà religiosa. I sessantanove articoli in cui si sviluppava la Costituzione prevedevano poi già tutti i fondamenti dello Stato moderno, come il consolato o la presidenza collegiale eletta dall’assemblea a maggioranza qualificata, la divisione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, il rispetto dei diritti individuali fondamentali, l’abolizione della pena di morte.

Un miracolo laico, che non si cancella.




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