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13 dicembre 2005

>NO STRANIERI

A proposito di treni, giusto qualche altra riga (con tante grazie a chi ha la pazienza di fermarsi a leggere). La sempre brava Milena Gabanelli spiega su Io Donna di diverse settimane fa, il motivo per cui la Direzione trasporti Emilia-Romagna di Trenitalia ha cancellato, con i nuovi orari entrati in vigore domenica 11 dicembre, i treni Interregionali. Impedendo così ai passeggeri, tra le proteste di pendolari, quelli dell’orticello di cui ho scritto sotto, troppo impegnati a preoccuparsi solo della Faenza-Ravenna (dovreste averli sentiti nell’incontro ufficiale organizzato dalla Provincia), di raggiungere per esempio Milano o Ancona senza dover cambiare treno e con una spesa contenuta. È già, perché ora in Emilia-Romagna si viaggia da Piacenza a Rimini senza scendere, ma per uscire di regione o si sale su un’Intercity, che a Faenza ferma, ma non a Imola, tanto per dire, o si paga profumatamente il biglietto Eurostar (sempre in tema di uno Stato che incentiva la rottamazione delle auto ma di agevolare finanziariamente, almeno i giovani, non ci pensa proprio - tra l’altro in questi anni la Carta Verde di Trenitalia, riservata agli under 26, è aumentata di costo ed ha diminuito il suo sconto), o si cambia treno per l’appunto una volta arrivati ai confini di regione.

Ebbene, Milena Gabanelli scrive che «La regione Emilia-Romagna prevede, nel 2006, un bando di gara europeo per la gestione del trasporto ferroviario, fino a questo momento espletato da Trenitalia attraverso l’utilizzo di treni Interregionali per le medie distanze e Regionali per le brevi. È evidente che se un competitore straniero vincesse la gara creerebbe forte concorrenza a Trenitalia». Dal bando, continua l’articolo, sono esclusi gli Intercity e così l’azienda leader dei trasporti su rotaia ha trasformato tutti gli Interregionali proprio in Intercity, lasciando sul mercato solo i treni Regionali «Destinati - afferma la Gabanelli con il solito logoro pregiudizio italiano - a subire ritardi e soppressioni per consentire il transito dei colleghi più veloci (Intercity ed Eurostar) a loro volta in ritardo cronico. In questo modo il bando perde d’interesse e nessun concorrente straniero sbarcherà in Italia per un investimento così poco appetibile».

«Insomma - si chiude l’articolo - Trenitalia ha trovato il modo di aggirare la legge sulla concorrenza, garantendosi il monopolio, al grido di Non passa lo straniero. Alla fine la qualità del servizio non sarà migliorata, ma l’italianità del servizio sarà stata difesa. Evviva!».

Beata la Gabanelli che può permettersi di insultare le Ferrovie dello Stato senza prendersela invece e piuttosto con la mia regione Emilia-Romagna (dopotutto l’idea del bando europeo viene da lì) che come tutti gli enti di questo Paese si rifiuta di promuovere la cultura del mezzo pubblico. Beata la Gabanelli che può permettersi di insultare Trenitalia entusiasmandosi invece e piuttosto per i servizi ferroviari degli altri paesi. Davvero beata lei.




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13 dicembre 2005

>SÌ TAV

Come si può essere assolutamente favorevoli alle linee veloci ferroviarie, lasciando perdere le ragioni di comitati formati spesso da intere comunità, sindaci, assessori, persone comuni? Si può se se come me si viaggia in treno il più possibile, anche per coprire brevi distanze e anche se questo significa magari un’ora in più per tornare a casa. Che tanto il vero tempo perso è guidare la macchina lungo strade solitamente ben trafficate, poco illuminate, scarsamente sicure. In mezzo alla fretta, allo stress, alla tensione di tutti gli altri automobilisti. Senza poter leggere, studiare, scrivere. Poi, certo, come mi dicono, «Se tu a casa avessi figli o moglie che ti aspettano, vorresti tornarci il prima possibile. O se avessi la morosa non ci credo ti metti ad aspettare un treno in ritardo di venti minuti».

Non solo il treno. Spesso mi capita di dover fare un’integrazione di percorso con un autobus o una corriera di linea. E quindi di aspettare ancora. Ma semplicemente non è questo il punto. Ognuno viaggia come meglio crede e a me il solo pensiero di dovermi fare un’ora chiuso in un abitacolo con le mani sul volante, concentrato ai massimi livelli, impegnato a cambiare marce, frenare, premere la frizione, regolare le luci, mantenere la distanza di sicurezza, spannare il lunotto di dietro, accendere il riscaldamento, abbassare il riscaldamento, spegnere il riscaldamento, riaccendere il riscaldamento, sorpassare, curvare, fermarmi, ripartire, abbassare il riscaldamento, mi mette parecchia ansia. E con l’ansia, come con alcool e droghe, non va bene guidare.

È che in questo Paese manca la cultura del mezzo pubblico, e mi stupisco sempre del fatto che i servizi trasporti delle regioni del centro nord (lo scrivo perché ne sono certo e ne sono certo perché li ho provati) sono qualitativamente molto buoni. Ovunque sono stato (Piemonte, Lombardia, Trentino, Alto Adige, Veneto, naturalmente la mia Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio) non ho mai avuto da lamentarmi. E ovunque sono stato con il treno (Giulianova, Orvieto, Verona Porta Nuova, Bolzano, Torino, Bellano Tartavalle Terme, Milano, Roma, senza considerare le infinite tratte locali nella mia Emilia-Romagna) ho sempre goduto di un più che sufficiente servizio ferroviario. E tutti i discorsi che sento di ritardi colossali, condizioni tremende di carrozze, scompartimenti e stazioni, mi sembrano sinceramente solo leggende.

Quello che è vero (altrochè urlare che «Le ferrovie sono la vergogna del nostro Paese» come ho sentito in televisione ieri in occasione dello sciopero sacrosanto del personale Trenitalia), è che manca una cultura del mezzo pubblico. Il che, si badi bene, non significa che gli italiani non sono capaci di viaggiare su treni o autobus, ma vuol dire che in Italia ogni investimento del comparto trasporti va sulla gomma. Vuol dire che dal dopoguerra in avanti non si è fatto altro che costruire strade e autostrade e aggiungere e moltiplicare corsie. Vuol dire che lo Stato agevola comunque e sempre e soltanto la macchina, introducendone gli incentivi per la rottamazione in Finanziaria e favorendone l’acquisto di una nuova con tassi d’interesse agevolati. Vuol dire che le discoteche della riviera, da Ravenna a Pesaro, e chissà quanto ancora più a sud, attirano clienti scrivendo nei loro inviti o nelle loro pubblicità, «parcheggio gratuito», piuttosto che proponendo un ingresso fortemente scontato a chi alla cassa presenta il biglietto del treno o quello dell’autobus (l’estate, in Romagna, qualsiasi locale si raggiunge benissimo e comodamente con tutti i mezzi pubblici, e ora a Rimini costruiscono pure la metropolitana di superficie per un migliore servizio notturno).

Per questo l’alta velocità in Val di Susa, come in qualsiasi altro luogo d’Italia, mi entusiasma tantissimo. Perché finalmente si scommette forte sul ferro, sulla rotaia, si destinano risorse al trasporto pubblico e a quello merci ferroviario, si resta lontani da strade, bretelle, circonvallazioni, autostrade, macchine e gomme che è decenni che succhiano soldi tra le gioia degli automobilisti e poi vengono fatte bersaglio di grida e insulti dai parenti che vedono i loro famigliari morire disgraziatamente in incidenti stradali.

Ma del resto in Italia sono tutti occupati a guardare esclusivamente il proprio orticello e a lamentarsi per i cambiamenti di orario di un treno, o per l’autosostituzione di una linea o per un ritardo di cinque minuti. Infatti in macchina arrivate sempre perfettamente puntuali. Complimenti.




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6 dicembre 2005

>DEDICATO A UMBERTO BOSSI

Per far fuori Berlusconi si è passati dall'attacco con il treppiede all'attacco a tre punte.




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5 dicembre 2005

>MI SONO PERSO QUALCOSA(?)

Nemmeno una parola su Angela Merkel, nuova Cancelliere di una Germania di cui l’Europa non può fare a meno, chiamata a risolvere la questione del cosiddetto paradigma perduto. Perché se è da tempo che i tedeschi non si sentono più obbligati a comportarsi come cittadini europei modello (per smentire il sospetto di nutrire ancora sogni egemonici sul continente), oggi la loro sfida è tra decidere di mantenere, e quindi in realtà ritrovare, il ruolo di motore economico dell’Unione europea, o proporsi come forza trainante autenticamente politica dell’Europa, perseguendo nuovi obiettivi riformisti. Credo che Angela Merkel abbia accettato il compromesso della Große koalition per poter far parlare di sé. E non perché donna nata dell’ex Ddr e a capo ora del Governo federale di Germania.

Nemmeno una parola sulle rivolte nelle periferie di Parigi, evento di prove generali per l’ascesa definitiva della nuova destra di Sarkozy, una destra che piace alla Tocqueville italiana solo perché (forse) con lui l’élite amministrativa francese finirà di considerare positivo per la Repubblica ciò che è negativo per gli Stati Uniti d’America. Ma gli anni di Jacques Chirac sono stati essenzialmente anni di frustrazione nei confronti delle relazioni che Washington ha saputo intrattenere con tutti i minori partner europei, sia quelli della «vecchia Europa» che quelli emergenti non più comunisti, e ci vorrà parecchio tempo prima che la Francia si liberi dell’amara eredità degli infelici commenti di Chirac sui nuovi paesi membri Ue dell’Europa orientale e centrale.

E a proposito di Unione europea, nemmeno una parola sull’ingresso della Turchia, che continuo a sostenere a gran voce in quanto unico vero sistema economico che, pur con uno sviluppo certamente inferiore, segue il modello di Cina e India, e che dal punto di vista politico rappresenta un’opportunità molto più importante e dirompente: il percorso democratico e capitalistico di un grande paese islamico. Una sfida all’impossibilità di libertà e democrazia del mondo musulmano dunque, decisivo per un’Europa che vede proprio gli ex paesi dell’orbita sovietica incapaci di risollevarsi dal precipizio morale in cui sono finiti. La Polonia dei gemelli Kaczynski, dove a votare va il quaranta percento degli aventi diritto e il tema principale della campagna elettorale è la pena di morte, mi fa molta più paura dell’ingresso nella Ue della Turchia di Erdogan.

E poi, venendo in Italia, nemmeno una parola sulla nuova legge elettorale, talmente piena di sbarramenti diversi, coalizioni, conteggi per il riparto dei seggi, tutela di minoranze linguistiche, programmi elettorali unici, liste bloccate e capilista, che fatico a definirla proporzionale e che non vorrei mi facesse rimpiangere il mio voto chiaro e limpido che, almeno, il Mattarellum mi garantiva e permetteva di esprimere.

Nemmeno una parola sulla devolution, che non vedevo l’ora venisse approvata per smettere finalmente di condividere con i padani la ricchezza della mia Emilia-Romagna, la qualità dei servizi d’eccellenza della mia Emilia-Romagna, la sanità della mia Emilia-Romagna, la sicurezza della mia Emilia-Romagna e tutto ciò di buono che la mia Emilia-Romagna mi permette di avere.

Nemmeno una parola sulla legalità bolognese. Che promossa da Sergio Cofferati evidentemente fa più notizia che se applicata, con risultati visibili anche al turista di passaggio, dal sindaco di Torino, nel silenzio dell’informazione e nel rumore delle manifestazioni di protesta che pure ci sono state, in vista dell’impegno olimpico del prossimo febbraio. Sergio Chiamparino ha risollevato ed elevato una città che però non può vantare Romano Prodi, il suo entourage e l’arroganza di credersi sempre e comunque la migliore. E proprio per questo Torino fa meno notizia.

Nemmeno una parola sulle dichiarazioni di chi «l’astensione al referendum non è assolutamente il primo passo per rivedere la 194», sulla pillola Ru486, sulla nuova strategia di comunicazione della Chiesa cattolica, sulla revisione del Concordato, sui consultori, sull’otto permille, sugli insegnanti di religione scelti dalla Curia e pagati dallo Stato, sulle esenzioni Ici, sui volontari del Movimento per la vita, sui preservativi, sulla laicità, sul laicismo e sulle ingerenze varie e assortite. Nemmeno una parola sui crocefissi nei luoghi pubblici, che tanto quel pezzettino di plastica attaccato a del compensato, non cambia di una virgola la funzione dell’edificio o del luogo in cui è appeso.

Un mese intero di masturbazioni sul cinema. Nemmeno una parola su letture, opinioni, storia. Che cazzo di blog è mai questo?




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4 dicembre 2005

>GRIMLIAM

Confuso e felice. Confuso specie nella seconda parte, quella del boschetto, di Mercurio Cavaldi imperversante, del rospetto pervertito (gli piace da morire essere leccato) e dell’Angelica di poche parole. Finisce in noia anche l’incerta semina delle tracce di fiabe quasi mai intrecciate con pazienza, ma appiccicate alla peggio come nel caso della lunga e stucchevole sequenza dell’omino di marzapane nero e fangoso. Con la fretta di un principiante Terry Gilliam catapulta subito lo spettatore nella storia, si muove in mezzo a piccoli accenni dell’occupazione napoleonica e tenta di parlare di storie e favole incantevoli, riflettendo (non a caso come in uno specchio) l’eterno confronto non solo tra verità e immaginazione, ma soprattutto tra la nostra memoria ingenua e innocente di bambini che alle favole credono senza storie, e la menzogna inevitabile di una narrazione favolistica che di quelle storie è l’unica memoria. Finisce che si fa scappare di mano tutto, rimediando con la classica impresa delle mille e una difficoltà, nella notte di eclissi totale lunare, alla ricerca di uno scioglimento definitivo che prima o poi (nel suo caso purtroppo poi) dovrà arrivare e per forza chiudere. Il felice talento dell’immagnifico regista sta nel rapporto tra i due diversi caratteri dei fratelli, in costumi e scene che impressionano per bellezza e forza visiva, nella direzione della recitazione di protagonisti e semplici comparse. Le cattiverie non mancano e anche se la paura e l’atmosfera restano più di una volta nelle intenzioni, non c’è pericolo: Monica Bellucci, con quel corsetto, negli occhi non la guarda proprio nessuno.

I Fratelli Grimm e l’Incantevole Strega (The Brothers Grimm, Repubblica Ceca/Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Terry Gilliam




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2 dicembre 2005

>MEZZA NOTTE

Non c’è che dire. Una sequenza infinita di cifre in cui ogni numero è uguale alla somma dei due precedenti è qualcosa che di sicuro da dà pensare, ammirevole anche, per certi versi pure logicamente magico, ma di cui è fatica capirne e trovarne la bellezza. Poi, ecco, questa sequenza di numeri si fa rossa e accesa e scorre in verticale con un lettering alternativo e curioso, a mo’ di messaggio in sovrimpressione. Dentro la Mole, la Mole Antonelliana, quella dei due centesimi di euro, per cui «non si capisce se i torinesi debbano essere soddisfatti», c’è un giovane custode tanto solitario quanto impegnato a ripercorrere le gesta di un certo Buster Keaton, che in uno di quei minuscoli appartamenti d'oggi saprebbe bene come organizzare, razionalizzare e utilizzare gli spazi senza farsi mancare quasi nulla. Una tipa che prima lavorava in un fast food e che poi ha lanciato un po’ di olio bollente addosso al suo datore di lavoro si nasconde proprio dentro Museo del Cinema e i due, naturalmente, s'innamorano un pochettino. Del resto è così, i film sono tutte «storie d’amore e spari», e questo tutto quanto digitale nella bellissima Torino è riuscito particolarmente specie in fase di scrittura e di montaggio, accanto alle felici idee piazza un bel po’ di triste ideologia (e caspita che originalità ridere su o di Silvio Berlusconi, caspita che fantasia, degna proprio del cinema muto, accidenti) e si trascina fino in fondo con la voce narrante fuori campo, che fa finta di spiegare su tutto quanto fa cinema e tenta di far poesia. Chiaro poi che ancora oggi il treno dei Lumiere o il bianco e nero di inizio secolo emozionino più del seno della Inaudi e della simpatica malinconia di Pasotti.

Dopo mezzanotte (id., Italia, 2004, dvd)
Regia di Davide Ferrario




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