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25 dicembre 2005

>CORTI DI NATALE

Con più che era ovvio e che già lo si sapesse, con più che ci si piega a metà trascinati nella più irresistibile storia natalizia. The Madagascar Penguins in a Christmas Caper (id., Stati Uniti, 2005) non solo riprende il fantastico «Coccolosi, soldati», ma propone un Rico che vuole risolvere tutto con la dinamite e che poi inghiotte e spara a mitraglietta i cioccolatini delle feste, un portiere d'hotel che incassa i soldi da un pupazzo di neve e la parodia dei combattimenti di Matrix con un cagnetto fregato da un classico lecca lecca delle feste, quelli rossi e bianchi a bastoncino. Il corto della DreamWorks Animation Skg è il più lungo, il più divertente, il più approssimativo dal punto di vista grafico.
Gone Nutty (id., Stati Uniti, 2002) è più che altro un trailer scartato de L’era glaciale, con Scrat alle prese con la solita ghianda che questa volta, dopo la rottura definitiva dei ghiacci perenni e altri danni simpatici, provoca persino la deriva dei continenti. Pure il finale è sempre lo stesso: il povero roditore dopo tante fatiche se ne resta senza un bel nulla e l’ultima nocciolina gli si riduce in cenere che gli cade sulle zampe. Il corto della Blue Sky Studios è il più curato, il più semplice, il più stupido.
Jack-Jack Attack (id., Stati Uniti, 2005) rifulge in realtà più di luce riflessa che di luce propria ed inspiegabile è la scelta di mostrare i poteri del più piccolo degli Incredibili attraverso il racconto della sua baby sitter nella confessione ad un responsabile del programma di protezione della famiglia. Ma Jack-Jack che prende fuoco mentre impara a pronunciare i nomi con un mazzo di carte o la ragazza esausta su una sedia pronta con estintore e specchio, sono trovate che non tradiscono quel capolavoro che è il film maggiore. Il corto della Pixar è il più rapido, il più geniale, il più inutile.
(Sull’imbarazzante Wonderful Winter, sempre Disney, ci asteniamo da ogni commento ulteriore. E meno male che a salvare il salvabile, dopo Bambi che prende lezioni per stare in piedi sul ghiaccio dal leprotto Tippete, arriva Semola che sotto gli occhi increduli di Caio estrae la Spada nella Roccia).




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24 dicembre 2005

>KONG. KING KONG

La vedetta legge Cuore di tenebra. Ancora ad inizio film, proprio nel primo atto di uno spettacolo lungo tre ore, quello cioè dedicato al regista cinico e cialtrone (un Jack Black da ovazione), con pochi soldi ma a suo modo con coraggio e idee, il saggio e l’omaggio di Peter Jackson al grande cinema americano di inizio Novecento è già compiuto. Difficile d’ora in poi, evitare di scriverne banalità, in una celebrazione in cui invece è facile finire risucchiati da entusiasmo ed esaltazione. Perché quando il gorillone combatte con una mano sola contro tre tirannosauro e ad uno spacca la mascella e poi controlla se è davvero andata, la sequenza sta ben al di sopra di ogni aspettativa ed è chiaro ormai che la seconda parte è la lampante dimostrazione dell’azione più impetuosa e dell'avventura più avvincente mai stata proiettata. Si esageri pure anche con gli insettoni, tanto le promesse di devolvere gli incassi alle famiglie e la pellicola che disgraziatamente vede la luce garantiscono una sceneggiatura che raramente, salto pieno del viaggio di ritorno a parte, sbaglia un colpo. Alla fine c’è il tempo per quel «sciocco», commento sul comportamento umano, pronunciato da Adrien Brody allo spettacolo di Ann, prima ancora di un finale assoluto e indimenticabile, che toglie le parole e fa largo all’emozione dei sentimenti, lascia la commozione e completa l’intenso e immenso lavoro di continue letture e riletture. C’è davvero poco che non va nell’ultimo film di Peter Jackson (un paio di passaggi di regia un tantino visionari forse, i tasti della macchina da scrivere mentre si digita Skull Island, l’accoglienza degli indigeni), un blockbuster che non si rassegna affatto ad essere e rimanere tale. Siamo sbalorditi.

King Kong (id., Nuova Zelanda/Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Peter Jackson




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19 dicembre 2005

>DI VIOLENZA E DEL PASSATO CHE RITORNA

D’altronde il passato che ritorna lascia poche possibilità. Più lo si costringe nella piccola e quotidiana tranquillità di un pacifico paesino dell’Indiana, più la sua condanna si farà inesorabile. Tom Stall, per regolare i conti con il suo passato, deve farsi almeno novecento chilometri con un pick up riparato per l’occasione (prima non è in grado di percorrere nemmeno quel po’ di strada che un paio di giorni dopo coprirà, paura e amore, di corsa zoppicando sul piede pugnalato). Il passato che ritorna serve solo per girare attorno alle violenze in tutte le declinazioni. Che si diffondono, che covano, pubbliche, private, intime, criminali, familiari, d’onore, psicologiche, che ci circondano, con cui ci rapportiamo e un po’ che uno vuole. Cronenberg è un maestro impareggiabile. Ogni volta porta al cinema un tema più che interessante, ogni volta stupisce e colpisce con le sue scelte di regia, ogni volta lo spettatore esce leccandosi le ferite, più convinto della necessità di convincersi che la storia sia convincente di quanto il film possa davvero convincerlo, o di quanto lo possa fare un finale che, questa volta, perde il passo persino con la brutta sequenza in cui si lascia fare William Hurt, già ai limiti rispetto al debole epilogo complessivo, e che diventa inspiegabile al confronto non tanto con la superba e inarrivabile sequenza dei primi minuti, ma con l’azzeccata simbologia attraverso cui passerà il dolore: un’eliminazione al volo nel match di baseball ad educazione fisica, una divisa da ragazza pon pon, i gentili colleghi di una vita. Lo sceriffo capisce quasi tutto quasi subito, il pubblico attento anche, tra tutte le interpretazioni impeccabili la menzione va ad Ashton Holmes.

A History of Violence (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di David Cronenberg




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16 dicembre 2005

>ROSA ROTTO E FIORI PER METÀ

È un’emozione raggelata quella di Don Johnston, un signore che ha vissuto la giovinezza sfruttando spesso fascino e carisma e che ora, pensionato, guarda la tv sul divano vestito in tute sintetiche. È un’emozione raggelata anche quella della provincia americana, ed è un’emozione che si raggela ad ogni nuovo incontro, cercato ma improvvisato, di Don con le donne (fiamme amorose di un tempo) che con lui hanno condiviso un calore che fatica, dopo troppi anni, ad esprimersi nuovamente. Tutto scorre raggelato, non lento, scandito da un colore rosa (a partire da un biglietto anonimo che informa il protagonista di essere padre di un figlio ormai ventenne) che non potrebbe render meglio l’emozione che si agghiaccia fino ad annichilirsi. E allora, per un informatico che dopo aver fatto abbastanza soldi e aver trovato la sensazione di equilibrio in una villetta a fianco della casupola di un emigrato etiope con cinque figli che ha il vizio di nascondersi per fumarsi uno spinello e la passione per le investigazioni e la rete internet (l’incipit è davvero noioso e stupidotto), la faccia giusta poteva solo esser solo quella di Bill Murray, e la regia quella di un talento (anche tecnico) come Jarmusch, che incassa soprattutto la fiducia e le eccellenti interpretazioni di quattro splendide e importanti attrici. È un film sull’idea che di una famiglia abbiamo bisogno tutti, che cresce alla distanza con la forza dei sorrisi. Ma la stessa riflessione sull’invecchiamento, sulla solitudine e l’abbandono, la stessa apologia dell’amore filiale come scoperta maschile tardiva o dell’ultimo istante, l’aveva già raccontata (e raccontata meglio) il Wim Wenders di quest’anno.

Broken Flowers (id., Stati Uniti/Francia, 2005, sala)
Regia di Jim Jarmusch




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15 dicembre 2005

>UNA NOTTE DI TRIONFO

Tra il talento colto e poetico alla Charlie Chaplin e la geniale e inquieta follia scenica, i fratelli Marx scelgono la seconda. Ed è con loro che il lato buffonesco del comico si sposa con la satira di costume e il gusto dell’impossibile alla commedia dell’arte, alla scuola dei clown e ai balletti da music hall. Si integrano a vicenda intrecciando la pantomima all’invenzione verbale i tre fratelli e portano al cinema un’acutissima satira dell’alta società e del sentimentalismo tutto borghese. La storia è quella dell’impresa, anche clandestina, di fare esibire negli Stati Uniti una giovane coppia di cantanti lirici innamorati, al posto dell’arrogante tenore Rodolfo Lassparri. Con un ritmo straordinario, il film tocca le vette più alte dell’irriverenza e della burla all’ordine logico dei benpensanti e quando il poliziotto in borghese entra nella suite in cui i Marx stanno facendo colazione, intorno a lui, senza che se ne accorga, in un passaggio dal terrazzo alla camera da letto, tutto cambia per confonderlo, fino a fargli credere di aver sbagliato porta. Lo straordinario genio di questi tre fratelli, uno coi baffi e il sigaro, l’altro muto, candido e affamato e il terzo finto tonto e pure irresistibile sta proprio nel costruire tutto lo spettacolo sulle frasi senza senso (risate fino ai crampi nella scena della lettura del contratto), i sacchi in testa, le martellate alla sveglia, le gags pure e semplici, le cadute per le scale, gli inseguimenti sulle corde di un sipario e la celebrazione di una libertà fantastica, assoluta ed anticonformista che ha lo scopo di distruggere tutto ciò che si fonda sulla povera e semplice ragione. Un trionfo.

Una Notte all’Opera (A Night at the Opera, Stati Uniti, 1935, sala)
Regia di Sam Wood




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14 dicembre 2005

>COME RIDERE BENE TRA EBRAISMO E BERLINO

Tra i meriti indiscutibili del socialismo reale, uno andrebbe riconosciuto proprio a livello storico. Quello, ad anni di distanza dalla caduta del muro di Berlino, di aver generato la commedia tedesca di nostalgia per la Ddr che fu. Anche questa volta, dopo il bellissimo Good Bye Lenin!, si ride parecchio e di gusto, anche se poi tutto resta fine a se stesso e non raggiunge le profondità che l’opera di Wolfgang Becker toccava con leggerezza e convinzione. Tutto quanto è irresistibilmente sgangherato, proprio come chi famoso ricco e comunista prima, disgraziato disperato ma sempre comunista poi, è travolto da un capitalismo che accelera i tempi e che allunga troppo il passo. Dalla madre uscita dal coma a cui andava evitato lo shock della caduta del muro, alla defunta madre di Jackie, che poi sarebbe Jakob, ex cronista sportivo amico del regime e ora giocatore di biliardo impenitente e sull’orlo di una crisi irreparabile, e di Samuel, che poi sarebbe il figlio fuggito con lei a Francoforte e rimasto legato alla tradizione ebraica. Il testamento lascia in eredità un patrimonio di crediti e titoli di risparmio ad entrambi i suoi due figli, se solo questi accetteranno mai di passare insieme con e tra le loro famiglie i giorni del lutto dopo il funerale, nonostante anni e anni di totale assenza di rapporti, ormai definitivamente chiusi e lontani al punto di detestarsi. La galleria prevede manualetti per separare carne e latticini, contabilità in un bordello, omosessualità vere e presunte, infarti simulati, preghiere da recitare rigorosamente scossando e un inventario di battute da antologia.

Zucker! …come diventare Ebreo in 7 giorni (Alles auf Zucker!, Germania, 2004, sala)
Regia di Dani Levy




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