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10 novembre 2005

>RATATAPLAN RATATAPLAN RATATAPLAN

Un cartone animato in carne ed ossa si aggira correndo per Milano, cercando di arrivare a destinazione per servire un bicchiere d’acqua. Un cartone animato, sempre lo stesso, sempre in carne ed ossa, si sveglia al mattino con l’aroma di un caffè preparato in automatico dal macchinario più complicato geniale e divertente che un ingegnere può costruirsi in casa. Un cartone animato, sempre Maurizio Nichetti, regista e sceneggiatore alla sua opera d’esordio di impareggiabile grazia e simpatia, si costruisce un affascinante robot a propria immagine per conquistare la ragazza che abita al piano di sotto. La voglia di trasformarsi in quel cartone animato che tutti conosciamo, Maurizio Nichetti la nascondeva già nel 1979, quando giovane collaboratore di Bruno Bozzetto decide, pochi soldi ma buone idee che gli frullano nella testa, di girare una delle opere più importanti (anche per incassi al botteghino) di quella commedia all’italiana da rilanciare e che invece stava per morire. Tutto quanto rimanda alle regole dell’animazione, quella classica e quella muta, nell’universo quotidiano di un’Italia che scopriva di abitare in periferia, di essere disoccupata, di poter guarire credendo solo nei miracoli e di aver bisogno del lavoro in una baracchina ai margini della frenesia di una grande industria in crisi, annuncio di una nuova società che si presentava con impiegate carine ma poco gentili, e che ai test attitudinali si rivolgevano a grigi candidati privi di fantasia rigorosamente in lingua inglese. E allora spazio alla creatività di un Magic show e a un film che non ha bisogno di parole: questo è Cinema che ci arriva direttamente dalla lanterna magica.

Ratataplan (id., Italia, 1979, sala)
Regia di Maurizio Nichetti




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8 novembre 2005

>SLEALE

«La programmazione del film The Interpreter viene sospesa dal 5 novembre, qui come nella maggioranza delle multisale italiane, per protesta nei confronti della Eagle Pictures che dimostra di non valorizzare adeguatamente il prodotto cinematografico dequalificandolo con uscite pressoché contemporanee su mezzi come i videofonini. Ci scusiamo per l’inconveniente ed il disagio causato, ma siamo certi che per la difesa del cinema vero e proprio sia una decisione difficile ma obbligata».

Ma tu pensa. «La maggioranza delle multisale italiane», quelle che non riescono a programmare un film d’autore neanche al pomeriggio feriale, che prendono «decisioni difficili ma obbligate per la difesa del cinema vero e proprio». Ma tu pensa. «La maggioranza delle multisale italiane», quelle dalle poltroncine love seating con poggiatesta superlusso, dai maxischermi ultragiganti, dal Dolby surround, dal Dds, dall’Eds eccetera eccetera eccetera. Ma tu pensa. «La maggioranza delle multisale italiane» considera i videofonini (sì, proprio i videofonini) come concorrenza diretta.




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7 novembre 2005

>TELECAMERA NASCOSTA

Facciamo che qualcuno vuole farvi rivedere qualche spezzone della vostra vita quotidiana, di quella talmente uguale e talmente meccanica che nemmeno vi accorgete. Uscire di casa, prendere la macchina, rientrare in casa. Facciamo che le videocassette ve le impacchetta con disegni da bambini di bambini o di polli insanguinati. Facciamo che il vostro figlio maschio preferito, preferito perché unico e preferito perché non ve ne perdete una delle sue gare di nuoto, anche se poi per il resto non sapete nemmeno di averlo questo figlio, che cosa fa, dove va il lunedì pomeriggio, scompare all’improvviso e vi fa pensare che sia stato rapito. Facciamo che poi gli spezzoni in vhs compino il salto di qualità, e dalla vita quotidiana vostra passino ad una strada, che potete senza eccessive difficoltà identificare con il fermo immagine, ad un corridoio di un condominio popolare, fino all’ingresso di un appartamento. Tutto senza colonna sonora, che sono delle gran stupidate quelle che vi vogliono far credere che la quotidianità abbia una colonna sonora. La quotidianità è silenziosamente assordante, e se tutti questi video ci capitassero per davvero ci scoppierebbe la testa in zerodue. Senza contare le solite colpe dell’Occidente. Senza contare che quel che si fa da piccoli cresce nel senso di colpa fino all’età adulta. Facciamo che questo sia un film in cui ogni passaggio formale sia ben chiaro, mentre ogni sviluppo lo sia più o meno a seconda di un’interpretazione più o meno convincente. Ma soprattutto, terrorizzati fin dal principio: facciamo che all’uscita di un liceo dobbiate riconoscere solo due ragazzini. Un grandissimo film.

Niente da nascondere (Caché, Francia/Austria/Germania/Italia, 2005, sala)
Regia di Michael Haneke




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5 novembre 2005

>CAMERONTOWN

Essendo un film di Cameron Crowe sembra quasi un dovere scagliarcisi contro. Prendere le scene più facili e scriverci addosso le peggio cose. Come la lunghissima e impossibile telefonata tra i due protagonisti, che fatta al cellulare certo cuoce il cervello di entrambi, ma che tra uno che piscia e poi allontana il telefono dallo sciacquone del cesso, e un’altra che ne approfitta per darsi lo smalto alle unghie dei piedi, emana una bellissima e delicata e fragile dolcezza che se solo fosse stata scovata da un altro regista si sarebbe gridato persino agli occhioni lucidi. Ma questo è un film di Cameron Crowe, e quindi va da sé che non se ne possa parlare altro che male. Ha tratteggiato pure in maniera encomiabile tutti i personaggi secondari, dal cugino Jessie che muore dalla voglia di tornare a suonare, agli abitanti di questo piccolo paesino del Kentucky che accolgono Drew, tornato per la morte del padre, per il grande designer di scarpe sportive che dovrebbe essere, se non fosse stato appena cacciato dopo aver provocato un danno finanziario irreparabile alla sua azienda. Anche Chuck, lo sposino che festeggia le nozze all’hotel, è venuto fuori piuttosto bene, e i parenti costruiscono un contorno carino. Poi certo, è un film di Cameron Crowe, quindi mettete pure nel conto almeno un paio di passaggi noiosi, ma detto questo, qui, non avrete una critica in più per questo racconto che, dichiaratamente, vuole solo essere «scanzonato». Kirsten Dunst è bravissima, ma al solito non ci pare questa gran Venere, mentre Alec Baldwin è rimasto bello ingrassato e grandioso.

Elizabethtown (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Cameron Crowe




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4 novembre 2005

>GIORNO DELL'UNITÀ NAZIONALE

«Dove non è Patria, non è Patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l'egoismo degli interessi». Giuseppe Mazzini.

Come sempre, grazie Presidente!




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3 novembre 2005

>FARE LO SCOOP SU ANDREA GHIRA

L’11 aprile 2005 nella puntata della trasmissione tv Chi l'ha visto? si ricostruiscono i fatti del massacro al Circeo e delle trentasei ore di violenze nella villa della famiglia Ghira. Il 12 aprile, alle ore 9.01, la domestica che da anni lavora in casa Ghira telefona ad un’amica, non sapendo che gli investigatori stanno intercettando da marzo le apparecchiature dei familiari del latitante. La conversazione prende spunto dalla trasmissione di RaiTre andata in onda la sera prima e proprio durante questa conversazione gli investigatori sentono parlare della morte di Andrea Ghira, avvenuta in Spagna sotto falso nome. Di pochi giorni fa è invece la notizia della scoperta al cimitero di Melilla della lapide di Maximo Testa eccetera eccetera.

Questo caso, rispolverato dalla bravissima (e parecchio carina pure) Federica Sciarelli, ha destato talmente interesse che l’altra sera Bruno Vespa, con un ministro della Repubblica e un commissario dell’Unione europea in collegamento, un senatore a vita e un ambasciatore in studio, ha interrotto la puntata per essere il primo a mostrare un documento esclusivo, cioè un filmato del ’95 (dunque di un anno dopo la presunta morte di Ghira) in cui un individuo che corrisponde nei tratti all’identikit di Ghira esce da un bordello. La puntata di Porta a porta era incentrata sulle minacce di Ahmadinejad ad Israele.

Il massacro del Circeo è probabilmente uno di quegli eventi strettamente generazionali che destano in me così poco interesse e catturano invece la totale attenzione di mia mamma, all’epoca dei fatti una ragazza che si affacciava alla vita in mezzo ai moniti di chi le ricordava di stare attenta a tipacci come Ghira, ben vestiti, affabili, probabilmente simpatici e sicuramente ricchi. Ma il punto non è questo. Il massacro del Circeo ha mescolato fin da subito sesso, droga, violenza e morte a neofascismo e politica, e la lunghissima latitanza dell’assassino, che forse è definitivamente riuscito a non farsi prendere mai, è di certo stata resa possibile soltanto da appoggi e conoscenze in ambienti di potere molto alti.

La vicenda del Circeo allora desta in me e, chissà, magari in noi ventenni, così poco interesse perché episodio marginalizzato o assente non solo dai libri di storia delle superiori, dove (anche se a malapena e negli ultimissimi giorni prima della Maturità) i grandi misteri italiani si studiano e si discutono, ma anche dai ricordi dei nostri genitori che forse scossi mai ce ne hanno parlato e raccontato. E ora che i riflettori della cronaca e l’attenzione di giornali e televisioni sono tornati ad accendersi su questo episodio che non deve essere confinato, per implicazioni, sviluppi, tempi e modi, a misera cronaca nera, a parte la Sciarelli e il suo staff, conta solo, Vespa docet, arrivare per primi sull’ultimo sviluppo delle indagini riaperte.

Senza nessuno che si preoccupi di spiegarci perché in Italia, fino almeno al 1994 e poi il resto lo dirà l’esame del dna, c’era qualcuno che a livello politico aiutava una bestia schifosa assassina e neofascista a fuggire e a nascondersi.




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