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18 novembre 2005

>OH, MARY

Giochiamo semplice e voliamo basso. L’evidente e grossolana, eppure precisa e convincente, presa per il culo de La Passione di Gibson, oramai scontata e acquisita, non è nemmeno l’elemento più stuzzicante del film. L’interesse vero va forse a tutte quante le (auto)citazioni che Abel Ferrara mette in piedi e lega per bene tra di loro. Quella de L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese è senza dubbio tra queste, ma alla fine nessuna va al di là di una superficie in equilibrio precario tra il mistico, l’originale e il piedistallo da cui tirarsela davvero fin troppo. È solo questo il grande difetto dell’ultima fatica a capitale italiano del regista newyorchese residente da tempo a Roma, perché le immagini, a cominciare da quella di un bambino quasi blu elettrico nell’incubatrice, moderna culla di un Cristo con cui nessuno «ha il filo diretto», sono veramente di rara bellezza. La storia racconta tre crisi (di un regista che vuole evitare domande scomode, di un’attrice pronta a lasciare tutto e di un anchorman televisivo -ma Whitaker non convince- che mette il lavoro prima della moglie incinta) sospese tra i pericoli dell'estremismo religioso e il bisogno di spiritualità dell'uomo contemporaneo. Tutto il film, a cominciare dalla contaminata e mischiata messa in scena formale, culmina ed esalta la forza dello strumento preghiera come ricerca dell’assoluto. Tutte le altre chiacchiere su un regista (autore) che però un po’ si ripete, sulla redenzione, il pentimento e il perdono, le lasciamo volentieri agli esperti. Si accettano dibattiti a pioggia, ma è pure logico possa non interessare.

Mary (id., Italia/Francia/Stati Uniti, 2005, venezia 62)
Regia di Abel Ferrara




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17 novembre 2005

>LA CLASSE NON È ACQUA

La commedia inglese è commedia politica spesso e volentieri, se poi come questa è tratta da una piece teatrale dei cosiddetti hungry young men, coloro che praticamente s’inventarono la satira moderna, allora proprio non c’è scampo, la commedia diventa ben presto esercizio cinematografico e virtuoso di un furore politico feroce e dispettoso. Qui si comincia addirittura dalla parodia di un giovane rampollo (per la precisione si chiama Jack Arnold Alexander Tancred, ed è il Quattordicesimo conte di Gurney) che dopo la morte del padre (suicida per impiccagione e per errore, e soprattutto suicida in tutù armato di fodero per la spada) torna per ereditarne i beni pensando di essere Gesù Cristo sceso in terra. La villona è popolata pure dagli zii e da un maggiordomo comunista che in una battuta definisce così gli inglesi: «Schiavi fin da subito perché sudditi, alla nascita invece che piangere cominciano a cantare God save the Queen». Guarito poi dalla pazzia, il giovane conte entra in Parlamento, accompagnandoci nelle sue teorie del terrore e pratiche omicide fino alle spiazzanti immagini che chiudono il film. Più tagliente di un rasoio, Peter Medak gira con genialità e incredibili intuizioni un film divertentissimo, bellissimo e pirotecnico, che attinge dall’horror e dal musical, e che purtroppo la distribuzione italiana distribuì più corto di mezz’ora andando a tagliare quasi tutti i scenografici balletti. Ma Peter O’Toole, bel ragazzo occhiceruleo con quel tanto di mollezza femminile, già Lawrence d’Arabia, carriera infinita davanti a sé e qui davvero in stato di grazia divina, ci regala una performance totale assolutamente irresistibile.

La Classe Dirigente (The Ruling Class, Regno Unito, 1972, sala)
Regia di Peter Medak




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14 novembre 2005

>CRASH - CONTATTO RIUSCITO

Le regole dei film americani post Undici settembre sono rigide: tanto volemose bbene, tanta morale del dialogo e correttezza a volontà. Poi però ognuno ci si muove dentro un po’ come vuole. E Paul Haggis è uno che ci si muove dentro piuttosto bene. Perlomeno, riuscendo a cadere in piedi. La sua opera prima vorrebbe essere un ritratto della Los Angeles di oggi, principalmente quella dei piccoli quartieri che quella dei grandi skyscrapers, non è un film del tutto nuovo perché prende tanto da maestri come l’immenso Robert Altman, ma la messinscena degli scontri e degli incontri di una quindicina di personaggi intrecciati in un qualche modo tra loro è sì poco credibile nella realtà, ma ancorata ad una sceneggiatura di ferro, ricca di colpi di scena, brillante e toccante al tempo stesso. Haggis lavora come un architetto tra due poliziotti, il padre di uno di loro, un detective (Don Cheadle, sempre più divo), sua madre, una famiglia iraniana, un regista televisivo che lascia che molestino la moglie (Thandie Newton, sexy da svenimento) pur di evitare il suo nome sul giornale, due ragazzi che rubano auto senza crederci troppo, un procuratore che deve farsi rieleggere, la sua mogliettina mantenuta senza mai un capello fuori posto (Sandra Bullock, bravissima e bellissima), e un giovanissimo installatore di serrature per il quale sua figlia è tutto e molto di più. Ognuno ha il suo colore della pelle, i suoi pregiudizi, le sue certezze. Il film invece ha il merito dei suoi difetti: fresche riverniciature di stereotipi comuni, frequenti rotture di tono, la vivacità della struttura corale, il montaggio veloce, la scelta del flash back in avvio, l’abuso dei giochi di luce. Forse imperdibile.

Crash - contatto fisico (Crash, Stati Uniti/Germania, 2004, sala)
Regia di Paul Haggis




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13 novembre 2005

>VAI, VIVI E DIVENTA

Bambino, ragazzo, uomo. Etiope, ebreo, israeliano. Schlomo ha anche tre madri, poca voglia di mangiare, e un padre adottivo, ebreo egiziano, che a tavola prova a metterlo subito a suo agio: «Noi siamo una famiglia di sinistra». Poi, ormai cresciuto, chiede alla sorella come dovrebbe vestirsi per andare alla festa di compleanno di una ragazza. «Maglietta e jeans», ma si mette giacca e cravatta, e si presenta con un gran regalo. Il padre della festeggiata, ebreo polacco, non ammette repliche: «Se suoni il campanello per la terza volta, ti spezzo quel dito». Poi il servizio militare, negli anni dell’intifada. Soccorre un piccolo palestinese e si fa dire, proprio lui, israeliano vero con origini etiopi e cristiane, finto jew dall’amore della madre naturale che vuole farlo sfuggire alla carestia, ma mai del tutto accettato dalla Terra promessa perché nero, «Ebreo di merda». Il nuovo film Radu Mihaileanu è il racconto (quasi) senza sbavature di una pagina di Storia inedita e della complessità e unicità di Israele, avanguardia di democrazia in Medio Oriente in cui si può manifestare contro il Governo, ma anche paese nel quale rabbini ultraortodossi pretendono di creare un nuovo ebreo perfetto prelevando sangue dal pene di un bambino di pelle scura. La patria allora, e l’identità, e il curioso intreccio che Schlomo porta dentro di sé (e fuori, in una sorta di assurdo razzismo endogeno tutto israeliano). Non manca nulla, dall’emozione della vita al sorriso che ogni tanto comunque affiora. Mihaileanu non sbaglia, sa bene come chiudere un lavoro intenso e difficile, e come firmare un capolavoro metafora di ogni integrazione umana.

Vai e vivrai (Va, vis et deviens, Francia/Belgio/Israele/Italia, 2005, sala)
Regia di Radu Mihaileanu




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12 novembre 2005

>A NOZZE CON PUPI

Non potrebbe essere più di Pupi Avati di così questa storia italiana dell’immediato dopoguerra che ha davvero qualcosa da raccontare, e che diverte per lo spirito di fondo e per le scelte narrative, e che vanta un montaggio curato ed ispirato, così come tutti i dettagli minimi e decisivi. La miglior opera italiana dell’ultima Mostra di Venezia è un film intelligente ed elegante, e senza inutili sprechi di denaro o banali sentimentalismi, tocca con dita leggere tanti tasti quotidianamente nascosti dai gesti. Pupi Avati è un signor regista che ha guidato i suoi attori mentre loro inghiottivano i personaggi della sua sceneggiatura, per poi restituirli al pubblico sotto forma di importanti interpretazioni. Nino Ricci (Neri Marcorè, ormai una garanzia) è un figlio disposto a vendersi mamma, oltre che a rubacchiare parecchia argenteria e a fregare chiunque riponga fiducia in lui. Secondo Giordano Ricci (Antonio Albanese, simpatia e mostruosa bravura) bonifica i campi pugliesi dai residui bellici, è innamorato come da ragazzo della donna di suo fratello e considerato un po’ picchiato dalla gente del suo villaggio. Avati affresca così e con maestria l’Italia che esce con le ossa rotte dalla Seconda guerra mondiale, quella dei furbi, delle mine, delle strade sterrate e del grande sogno del cinematografo, quella che dormiva nei vagoni ferroviari, quella del nord e del sud di un Paese spaccato, tra chi ha affrontato la Resistenza e chi si gode l’opulenza della natura e della cucina servita in tavola. C’è però qualcosa che non va: i bolognesi parlano con il loro accento, mentre Albanese trattiene tutto ed elimina il suo pugliese. Se ne può fare a meno, ma un po’ ci manca.

La seconda notte di nozze (id., Italia, 2005, venezia 62)
Regia di Pupi Avati




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11 novembre 2005

>LA ROSA DI JULIA, CON QUALCHE SPINA

Dispiace un sacco prenderne atto. Nonostante tutto purtroppo non è un film memorabile, decollando alla svelta precipita in caduta libera per tutta la seconda ora. In fondo Marc Rothemund tiene soli trentasette anni e di archivio prima di girare se ne è fatto tanto. Logico poi che quando prende in mano la macchina da presa voglia sfogarsi subito. I volantini appoggiati a pile un po’ in tutti gli angoli dell’università dai due fratelli Scholl, sono anticipati dai battiti dell’amplificatore dietro le orecchie dello spettatore, in una sorta di brano house. La colonna sonora stecca di brutto, regista e montatore si esprimono in quanto di più americano e da triste serial tv conoscano. In un film di bei dialoghi (ma bisognerebbe conoscere il tedesco lingua originale), costruito sul talento della protagonista e sulla solidità dei documenti di una vicenda la cui conoscenza deve essere obbligatoria subito, stona questa scena come parte del finale, quando affiora la retorica, specie quella degli affetti. L’interrogatorio dell’ispettore Mohr a Sophie Magdalena Scholl, colpevole di idee proprie e libertà nella Germania di Adolf Hitler, è quanto di più intenso, drammatico e vitale si sia visto negli ultimi tempi. E quando lei, giacchettina rossa e carisma impressionante, chiede di andare in bagno e si toglie la spilletta per capelli (ormai non le serve più «essere anonima») si arriva a vette davvero molto alte. Il confronto, così intellettualmente forte (in senso proprio etimologico) va avanti ancora un po’, con Sophie che continua a non cedere nulla pur respirando già odore di condanna. Julia Jentsch, a ventisette anni, può essere considerata tra le migliori attrici della vecchia Europa.

La Rosa Bianca - Sophie Scholl (Sophie Scholl - Die letzten Tage, Germania, 2005, sala)
Regia di Marc Rothemund




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