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25 gennaio 2005

>GIORNO DELLA MEMORIA - 5

Io sono una stella

Solo bimbi speciali han sul petto una stella,
sin da lontano io sono vista per quella.
Mi han messo un marchio proprio sul cuore,
lo porterò fiera in tutte le ore.

La stella, si dice, è un premio, ma strano,
un uso che giunge da un tempo lontano.
Io so tutto quanto la stella rivela
e cercherò che essa diventi una vela.
Io sono una stella!

Papà mi diceva di scansare i guai,
ritorna presto ché non si sa mai.
Per me il giallo stella è come oro,
non voglio offenderlo e farne il mio alloro.

Ora sto qui eretta e orgogliosa,
urla, mia voce, ma silenziosa:
«Sono ancora persona in realtà,
mio è lo spirito, la volontà».
Io sono una stella!

Inge Auerbacher

(Nata a Kippenheim, in Germania, fu imprigionata dal 1942 al 1945 nel campo di concentramento di Terezin, in Cecoslavacchia, da quando aveva sette anni fino a dieci. La sua storia, «Io sono una stella - Una bambina dall'olocausto», è edita da Bompiani)




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24 gennaio 2005

>GIORNO DELLA MEMORIA - 4

È ricorrente, puntuale, ovvia, a tratti è scontata, banale, anch’essa retorica nonostante proprio contro la retorica si voglia scagliare. È legittima, giusta, consapevole, decisiva per una Memoria vera e autentica, come quella che questo blog sta cercando sommessamente di proporre.

È un'affermazione, la stessa da anni ormai, che avevo già sentito e che mi sono sentito rivolgere anche questa volta. Questa Memoria, mi è stato detto, è soltanto una formalità, un minestrone riscaldato delle solite patetiche frasi fatte, della solita inondazione retorica, delle solite foto sfumate del campo di concentramento.

La sostanza, forse, non è sbagliata, perché capita spesso che il formale rispetto di tutte quelle che sono le ricorrenze comandate scivoli, anche lentamente e impercettibilmente, verso una iterazione di gesti e di adempimenti sterili. Quello che questo blog sta cercando di fare, magari non riuscendoci, è di mantenere alto il profilo della conoscenza, dell’interrogarsi, della riflessione e della sollecitazione. Strumenti, individuali e collettivi, non per rievocare il passato, ma per restituirlo ad una nostra costante considerazione, rielaborarlo e quindi trasmetterlo, arricchendo progressivamente un patrimonio di emozioni, di sensazioni e, soprattutto, di informazioni.

Una legge italiana dell’anno 2000 stabilisce che il 27 gennaio sia celebrato il Giorno della Memoria. Indubbiamente esistono vari modi per farlo ed esistono le frasi fatte, l’inondazione retorica, le foto sfumate. A questo blog, come sottolinea una tool dove compaiono tutti quanti quegli orribili triangoli appiccicati alle divise degli internati, interessa soprattutto la negazione delle libertà e del diritto alla vita per milioni di persone, in quanto colpevoli di essere portatori di differenze etniche, politiche, ideologiche, religiose, comportamentali, di abilità sensoriale e intellettuale e di identità sessuale.

Si prova a fare questo. Contro i silenzi di chi doveva levare alta la voce contro la realizzazione di quel diabolico piano e non l’ha fatto e contro chi, oggi, vorrebbe farci credere che il ricordo di quanto è avvenuto è inutile e superato.




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23 gennaio 2005

>GIORNO DELLA MEMORIA - 3

Ora, pensate quello che volete e comportatevi di conseguenza. L’importante è soltanto che ci pensiate, e non che pensiate siano chiacchiere benpensanti e politically correct, affrettate e sconclusionate conclusioni. Di moda, peraltro, capisco davvero poco e nulla.

Capisco, di sicuro, quando un’immagine mi resta impressa, e quei due ragazzi, alti, robusti, ordinati, mi sono rimasti abbastanza impressi. Stavano fuori, nel parcheggio, poco lontano dalla pianta del campo. Rasati, pantaloni neri, numerati, scarpe New Balance, felpa Lonsdale, giubbotto nero.

La nostra guida, giovane e di Monaco, con un padre torinese che ci aveva tenuto troppo ad insegnargli l’italiano, ci spiegò subito che non poteva essere una coincidenza. Sullo zaino, verde militare, a pennarello nero avevano solertemente provveduto a scrivere «Juden raus» più qualcos’altro in tedesco che non so riportare ma che, tradotto, ci disse sempre la guida, voleva dire «La soluzione finale è in atto». No, non poteva davvero essere una coincidenza.

Il fatto è che il marchio della felpa è realizzato in modo tale che, a giubbotto aperto, risultino ben visibili le lettere nsda, in successione. Successione di lettere che, non può essere una coincidenza, è la stessa della sigla di NationalSozialistische Deutsche Arbeiter. Manca la p di Partei, partito, ma non credo per loro fosse un gran problema. Poi, i pantaloni numerati: 88, chiaro, e 18. Dove all’8 corrisponde l’ottava lettera dell’alfabeto e all’1 la prima. Heil Hitler e Adolf Hitler, senza dover dare tanto i numeri. «Gradiscono anche le combinazioni col 6 – continua la guida – che sarebbe la f e starebbe per fuhrer». Sulle scarpe poco da dire, con quella N uguale uguale a quella nazista per continuare a pensare fosse tutta una buffa coincidenza.

Tutto qui e niente di che in realtà. Solo un invito a diffondere l’informazione e a riflettere quando andiamo a fare shopping. Che di felpe e di numeri e di scarpe ce ne sono tante altre. E le coincidenze, questa volta, sarebbe meglio evitarle.




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21 gennaio 2005

>GIORNO DELLA MEMORIA - 2

La ragazza che compare nella ottava immagine della tool è il simbolo faentino nella tragedia delle persecuzioni razziali. Si chiama Amalia Fleischer e questa è la sua storia.

Come in certe sceneggiature, partiamo dalla fine. 25 gennaio 1944. Un inverno di guerra. Stazione ferroviaria di Castel Bolognese. Un carro bestiame, proveniente da Ravenna con destinazione Milano (San Vittore), è in sosta, pieno di ebrei. C’è anche un bambino di pochi mesi. Attorno indifferenza e paura, di chi guarda, ma non vede.

Da quel carro, un ferroviere non può ignorare una voce: «Mi chiamo Amalia Fleischer… per favore dica alle suore di Santa Chiara che mi ha visto e che mi portano via… Me le saluti…».

È l’ultimo messaggio di Amalia al mondo. Da Milano, con il convoglio Rsha, assieme a 604 persone, arriva ad Auschwitz il 6 febbraio 1944. Il suo nome non compare fra i 126 sopravvissuti e immatricolati al Campo. Si suppone che la sua morte sia avvenuta durante le bestiali condizioni di viaggio o nelle camere a gas, dopo la selezione iniziale. Come Amalia in quei momenti avrà visto scorrere le «sequenze» della sua vita, così faremo noi in rapidi flashback.

Nasce il 7 agosto 1885 a Vienna, capitale di un impero multietnico che si stava disgregando sotto le spinte nazionalistiche. Il padre Berthold, appartenente ad una famiglia dell’alta società ebraico viennese, è membro del corpo diplomatico e console a Merano (le sue partenze per le missioni diplomatiche sono salutate da un colpo di cannone). La mamma, Anna Michalup, viene dalla numerosa comunità ebraica di Rijeka, città con una forte componente filo italiana.

Berthold Fleischer, come certi personaggi rothiani, mal sopporta la fine della felix Austria, della patria (Heimat) cui era perfettamente assimilato, dei valori della tradizione famigliare. L’occupazione italiana di Merano, la confisca dei beni, la perdita della posizione sociale, l’opposizione della moglie al ritorno in Austria, lo conducono ad una morte improvvisa. La moglie lo seguirà poco dopo.

Anche per Amalia è finito un mondo. Si sente sola, sradicata, priva di solide certezze ed è in questo stato d’animo che fa breccia il cristianesimo. Nel 1925 accetta di essere battezzata come cattolica. Con una laurea in legge, una cultura enciclopedica, una predisposizione al disegno e un’ottima conoscenza delle lingue, si reca a Roma, dove lavora, in Vaticano, come archivista.

Nella capitale conosce la dottoressa Giovanna Canuti di Faenza. Anche su suggerimento della Canuti, di cui diviene amica, decide di sfruttare le sue conoscenze linguistiche nell’insegnamento e accetta una cattedra a Gaeta.

Il 23 settembre 1938, con il decreto legge n.1630, il governo fascista sospende dal servizio tutti gli insegnanti di origine ebraica. Essendo un provvedimento per la «difesa della razza» riguardava anche gli ebrei convertiti, come Amalia. L’amica Giovanna Canuti, preside dell’Istituto magistrale di Santa Chiara, con il benestare della Madre Abbadessa, suor Margherita Travaglino, la chiama a Faenza per impartire lezioni private alle allieve della scuola.

In mezzo all’indifferenza, di fronte a deboli reazioni, appoggiata da una forte campagna antisemita, la legislazione razziale prosegue il suo corso. Anche il Podestà di Faenza, il 20 dicembre 1938, fa affiggere un manifesto in cui si «Rende noto che l’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunciata ed annotata nei registri dello Stato Civile».

Amalia si denuncia, forse anche sollecitata dalla stessa dottoressa Canuti. Probabilmente non si rendevano conto che questo decreto era un ulteriore avvicinamento alla tragedia.

Intanto notizie, dalla Germania e dalla Francia, di rastrellamenti e deportazioni entrano a turbare la serenità del monastero. Amalia, che lì viveva assieme alle novizie, fu invitata da suor Margherita a lasciare la comunità e sistemarsi presso una vicina, in via Croce.

Il 30 novembre 1943 fu diramato, dalla Repubblica sociale italiana, un ordine di polizia, riportato con entusiastici commenti dal Resto del Carlino del giorno seguente: «Tutti gli ebrei devono essere inviati in appositi campi di concentramento». Così due questurini, forse in seguito ad una spiata, già la sera del 4 dicembre sono in via Croce. Incontrano per strada la Fleischer e l’arrestano. Le è consentito di tornare al Monastero per dare l’ultimo, rapido, saluto alle suore: «Madre, sono venuti a prendermi. Voglio chiedere perdono. Pregate per il mio popolo». Uscendo incontra una sua allieva. E’ incinta. Le mette in mano un prezioso, per quei tempi, accappatoio di spugna: «Tienilo, è per il tuo bambino. Dove vado io, certamente non mi servirà».

E’ rinchiusa nelle carceri di San Domenico e il 6 dicembre trasferita a Ravenna dove prenderà l’ultimo treno della sua esistenza.

(testo di Guido Zauli)




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20 gennaio 2005

>GIORNO DELLA MEMORIA - 1

(con questo post comincia il modesto contributo di  clos al Giorno della Memoria)

Non ci potevano essere ebrei nello spazio vitale tedesco. Nessuno. Né in Germania, né nei territori occupati, e dunque la politica di emigrazione forzata perseguita fino a quel punto dal Terzo Reich non era più sufficiente. Il problema, il problema ebraico, andava risolto alla radice. Gli ebrei, tutti quanti, andavano eliminati. Fisicamente.

Quel giorno la riunione era stata tenuta segretissima. Si restava a Berlino, zona sud occidentale della città, elegante quartiere residenziale di Wannsee, ricchi industriali soprattutto, adagiati lungo le sponde del laghetto omonimo, poco distanti da Potsdam. Am Grossen, numero civico 56. Presenti, i più alti funzionari dei principali ministeri tedeschi, la cancelleria del partito nazionalsocialista, la polizia, la polizia di sicurezza, oberführer e sturmbannführer delle SS. Più l’ufficio centrale per la razza e la colonizzazione. Organizzazione del generale Reinhard Heydrich, Ufficio centrale di sicurezza del Reich (l’Rsha), e del colonnello Adolf Eichmann, Ufficio questioni ebraiche della Gestapo, responsabile della caccia agli ebrei.

In discussione, il lato tecnico della questione. Bisognava trovare il sistema più veloce per l’uccisione e l’eliminazione dei corpi. Le fucilazioni di massa creavano problemi tra le truppe e i costi in fatto di munizioni erano eccessivi.

Voluto e impartito da Hitler, il protocollo di Wannsee prendeva il nome di endlosung, soluzione finale.

Era martedì 20 gennaio 1942.




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20 gennaio 2005

>CONFUSIONE, AUTOREFERENZIALITA', OPACITA', ACRIMONIA

Siccome pare siano aperte a tutti, sto valutando l’ipotesi di prendere parte alle primarie della Grande sfavillante e intrepida alleanza democratica. E siccome si chiede che in primo piano ci siano i contenuti, ho persino pronta una piccola bozza di programma.

Appena qualche appunto, sia chiaro, dove, non nutrendo io fobie berlusconiane, il nome del presidente del Consiglio non compare nemmeno una volta. Che se lui oggi governa male, lo fa perché qualcuno l’ha votato e la Grande autorevole e caparbia alleanza democratica dovrebbe tenere in considerazione la possibilità che qualcuno, giustamente, legittimamente e con onesta convinzione, lo possa fare di nuovo.

Del resto dall'altra parte c'è il mitico centrosinistra.




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