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Claudio Ossani



 


 





      

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7 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 10

Mi ricordavo ancora il cazzo dentato di The Black Dahlia e così quanto Brian De Palma fa aprire il cassetto con i giocattolini erotici di Passion (venezia69) ho pensato subito a quanto il più dotato (e innamorato) nipotino dello zio Hitchcock sia invecchiato in questi ultimi anni. Robetta elegante, per carità, di vetro o cristallo o con dorature smaglianti, ma in definitiva dildi e attrezzi vari che possono stupire solo per la loro lunghezza e non per la loro fantasia. Va da sé che lo spartito è lo stesso, con il triangolo stavolta sullo sfondo di un’azienda di marketing, alle prese con la campagna di lancio del nuovo Panasonic Eluga. Il nuovo smartphone va pure sott’acqua, a Rachel McAdams e Noomi Rapace non sapremo quali rimproveri muovere e i cinefili oltre ad apprezzare il mestiere del montatore, sapranno valutare tutti i diversi mezzi con cui il regista cerca ancora di esprimere le virtù illusionistiche e mistificanti del cinema. I colpi sono di stile, la trama è scaltra, il balocco completamente gelido.




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6 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 9

Con Héritage (Inheritance) (giornate degli autori) siamo dalle parti della questione femminile, e da quelle che confermano che un grande attore, in tal caso attrice, può anche essere un regista medio. Hiam Abbas dirige un film che porta a casa la pagnotta e prende i suoi applausi, con un cast di donne bellissime e un conflitto culturale strisciante e permanente. C’è l’inglese da sposare, ma intorno alla sventurata già è un gran fare a cucirle addosso l’onta del disonore familiare. E dire che i suoi fratelli non se la passano affatto alla grande, mentre elicotteri e boati di missili giunti a destinazione calpestano la serenità di tutti gli abitanti di questa terra in cui il primo conflitto resta quello contro l’ordine sociale imposto e dominante. Dai maschi, la cui posizione non è aggravata né alleviata da questo film affatto inedito, per nulla originale, troppo convenzionale e persino con venature vagamente imitative.




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5 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 8

Preceduto dall’affezionatissima numerazione, la considerazione sorge spontanea. Pieta (venezia69) è il diciottesimo film di Kim Ki-duk, cioè, senza scomodare le numeralogie, quello della maggiore età. Dev’essere per questo che pur entusiasti del risultato scioccante di questo ritratto terribile e tragico (terribile nel senso etimologico della facilità e della spontaneità del fare, e tragico nel senso greco del termine) sulle rovine cui porta il denaro e sulle macerie a cui conducono gli affetti, prima della parola capolavoro viene in mente censimento. Perché questo diciottesimo orgoglioso titolo del coreano, storia di maternità e segreti svelati con protagonista un efferato riscossore di crediti usurai, che non esita a storpiare le sue vittime con macchinari ingegnosi e meccanici per riscuotere così i soldi dell’assicurazione, contiene tutto il grande cima di Kim visto in precedenza: sadismo, tortura e violenza, odio, vendetta e perdono, capitalismo, dipendenza e abbandono, vittime, carnefici e noi spettatori. Il risultato è forse migliore che altrove, ma il censimento, chiusa la pratica, è destinato all’archiviazione.

Spring Breakers (venezia69) è stato il fortunale che sotto la pioggia settembrina si è abbattuto sul lido. Un film di Harmony Korine, che avevamo lasciato a dirigere allegorici figuri mascherati da anziani a simulare atti sessuali completi con cassonetti e pali della luce. Un film di Harmony Korine, che ritroviamo a dirigere icone di Disney Channal mascherate da fighe a far simulare atti sessuali orali con mitra e pistole. Un film di Harmony Korine, che ritroviamo in concorso a una Mostra internazionale d’arte cinematografica con qualcosa di suo, che gli permette di godersi il concorso ora e di riguardarsi indietro poi senza avere nulla di cui pentirsi. Gli hanno dato tanti soldi quanti non ne ha mai avuti, non ha nemmeno saputo come fare a spenderli tutti, e questo è il limite produttivo del film, e lui si è inventato questo miraggio della trasgressione disperata e delinquente durante le vacanze di primavera, con un James Franco dalla dentatura tutta diamantata, strisce di cocaina sniffata sui seni, bikini fosforescenti, piscine, spiagge, culi di modelle e abbondanti culi di negre, armi vere, incubi che camminano e ricerca spirituale di gallinelle per cui «il segreto della vita è essere buoni»

Il regista cinese di Gaosu tamen, wo cheng baihe qu le (Fly With the Crane) (orizzonti) è nato nel 1983 e non ha mai raccontato così bene il suo paese vecchi. Lo scenario, mozzafiato nelle immagini arse e sature del film, è quello rurale di un villaggio, in cui il nonnetto vuol morire come tradizione comanda nonostante il nipotino, in una sosta idraulica comune, abbia chiarito: «Sei anziano, ma il tuo pene è ancora in forma, fa la pipì con agilità». Di mezzo ci sono i nuovi affari e le nuove normative sulla cremazione, quell’inesorabile tecnica di modernità che avanza mal tollerata nelle campagne. Il nonnetto vuole morire come tradizione comanda, e nonostante il nipotino subito non capisca, non è certo immune al fascino della leggenda. Serve una fossa, dunque, e poi il corpo potrà essere portato via dalla gru bianca. Bellissimi personaggi, colonna sonora come mai si era sentita prima in un film che batte bandiera della Repubblica popolare, e cinema girato prima con la memoria, e poi con il cuore e con la mente.

Bella addormentata (venezia69) di Marco Bellocchio è più storia di principi azzurri che di Eluana Englaro, è grande cinema, anche se non la scampa a certi dialoghi da copione italico, è una robusta macchina di immagini, ed è una convinta dichiarazione d’amore al complesso lavoro del regista. È buffo, buffissimo allora dover constatare che questa volta la precisione e perfezione formale, ma in realtà di sostanza, non era richiesta. No, questa volta, i famelici conservatori dei salotti buoni della sinistra volevano il dibattito, chiedevano la disputa, reclamavano la loro dose di polemica. Ed ecco invece servito un altro menù: il rumore del respiratore artificiale, i parlamentari che fanno il bagno turno prima della seduta in cui votare in materia di idratazione e alimentazione terapeutica, una tossicomane ricoverata in camera singola dopo essersi tagliata i polsi, viaggi a Udine di manifestanti di opposte fazioni fuori dalla clinica di Eluana, un documentario sugli ippopotami e un senatore berlusconiano ma ex socialista che anche se i polemici di professione non se ne sono accorti si chiama Uliano come Lenin di cognome. Non è il menù dei sogni e c’è molto altro di più, per un numero sufficiente di pietanze che basta a lasciare il tavolo a pancia piena.




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4 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 7

L’entusiasmo naturale è una brutta bestia. Anche Outrage Beyond (venezia69) è una brutta bestia. Ma l’entusiasmo naturale per Takeshi Kitano è la bestia più brutta di tutte. Hanabishi e Sanno, patti del sake, uomini d’onore e fratelli giurati, giacche, cravette, tavoli. E poi la potenza di fuoco. Un film yakuza ha regole chiare, ma a volte allo spettatore non è chiesto di saperle accettere, è chiesto di volerle riconoscere. Tutta forma, si dirà, mentre la sostanza creativa del maestro ha preso qualche altro momento di ferie. Sbagliato. Qui non ci sono solo i morti ammazzati. Qui c’è la polizia che chiede ai clan se hanno armi da fargli sequestrare e clan con un codice etico migliore di quello dei poliziotti. Qui c’è chi si piscia addosso per la paura e il tradimento che ha la stessa coerenza e (ir)ragionevolezza di una storia d’amore. Qui si compie si compie il capolavoro paradossale del Kitano più commerciale e meno ispirato: dove chiunque altro rimedierebbe facendosi malinconico e crepuscolare, Takeshi reagisce imperturbabile e premeditato.

Inaspettato sussidiario alla storiografia ufficiale, Terramatta – Il Novecento italiano di Vincenzo Rabitto analfabeta siciliano (giornate degli autori evento speciale) è molto più di un documentario, e in una Mostra che non volesse essere sempre e solo uguale a sé stessa dovrebbe essere molto di più anche rispetto a una apparizione collaterale in quello sgabuzzino che è la sala Pasinetti. Tra i tesori conservati nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano ci sono anche i quaderni di questo incredibile genio italiano, scritti dopo aver vissuto la sua «vita disonesta» (auto definizione), con ispirazione da grande romanziere e vocazione da prima firma di un grande quotidiano nazionale. Perché analfabeta sì, nato nel 1899 a Chiaromonte Gulfi, ma illetterato proprio no, tant’è che, ma neppure io lo sapevo, nel 2007 le sue pagine sono state stampate da Einaudi. La brava Costanza Quatriglio non svolazza pur rischiando di scimmiottare quel che a lei è piaciuto dei lavori dei colleghi, ma mostra visivamente e rende viva e ancor più saporita quella lingua inventata da Rabitto, con parole magari ortograficamente sbagliate ma di sicura forza e sincerità, e mette in fila tutte le perle di un’incredibile esistenza. La bestemmia in guerra come ciò che da più conforto e consolazione, la partecipazione alla tortura su una ragazza goriziana dopo le trincee della Grande Guerra, la tessera fascista, quella comunista per trovare un posto di lavoro, la nascita dei tre figli maschi, l’orgoglio finale per essere riuscito a superare l’esame di quinta elementare leggendo un libro sui pupi siciliani.

Non mi avete convinto (giornate degli autori evento speciale) ribadisce la sensibilità di Filippo Vendemmiati, che da Aldrovandi passa questa volta all’eresia lunga un secolo di Pietro Ingrao, che dal salotto di Lenola rivela: «Presumo di capire più di cinema che di politica». Lui, infatti, avrebbe voluto fare il regista, ma diventerà presidente della Camera e figura scomoda dentro alla disciplina di partito. Ammette gli errori, innanzi tutto quello commesso in appoggio ai carri armati sovietici, e si lamenta perché gli intervistatori lo fanno parlare troppo, senza avere troppe domande. Ligio alla cultura del dubbio, continua a spostare gli arredi nei salotti della sinistra, rammaricandosi che di sinistre ce ne sono ormai troppo, ma soprattutto affondando nel finale: «Indignarsi non basta, c’è un di più dove anch’io mi sono fermato». Vendemmiati mette tutto in scena inventandosi questo suo alter ego che mentre fa finta di studiare ascolta in realtà dalla radiolina l’intervento di Ingrao al congresso Pci dell’83. Il bandierone della Spal non impedisce l’eccezionale inchino a un gigante nella politica dei piccoli uomini.

I film migliori continuano ad arrivare dalla delegazione israeliana. Menatek Ha-Maim (The Cutoff Man) (orizzonti) è il disperato ma mai miserabile, l’affranto ma mai distrutto uomo che chiude la conduttura domestica dell’acqua potabile a chi non paga le bollette. Il lavoro l’ha trovato a mezza età rivolgendosi al collocamento, e siccome la paga è a cottimo, più tubi chiudi, più soldini guadagni, al primo giorno si gioca a pari e dispari con il collega la giornata d’interventi. Il figlio è il secondo portiere di una squadra di calcio non senza ambizioni, e deve partire per il servizio militare. L’inesorabile sguardo di questo (anti)eroe ai tempi della crisi si posa di noi a interrogarci mentre vediamo l’uomo costretto a chiamare le forze dell’ordine per compiere il suo lavoro al riparo da sputi, insulti, attacchi e aggressioni. È la democrazia, bellezza: infatti appena inizia la campagna elettorale, il comune stoppa i tagli dell’acqua fino a dopo il voto.

Capisci che il Portogallo è un Paese minore da Linhas de Wellington (venezia69), film sulla resistenza lusitana a Napoleone che diventa ben presto il Noi credevamo dei poveri. Siccome la progettualità è la stessa in tutto il mondo, e cioè anniversario a cifra tonda – richiesta della politica – studio storico sul passato che ha lasciato tracce fortissime nel presente – cinema – serie tv, va detto anche che Valeria Sarmiento a differenza di Martone non ha fatto poi molto per personalizzare e rendere sua la fulgida retorica patriottica necessaria a queste operazioni. Incastonato di presenze preziose (da Deneuve a Piccoli), il compitino del film in costume è svolto comunque egregiamente, anche se difficilmente potrà interessare, o magari solo coinvolgere (ma il cronometraggio fa fare alle lancette 150 giri), chi non è fortemente interessato all’argomento. Che poi, gran parte di quanto si vede, a teatralità diffusa, camicie bianche e melodramma un po’ artificioso, dipende in gran parte da alcuni grandi classici già sperimentati: preti rivoluzionari, mignotte solerti e maestre d’esistenza, mogli vedove in gravidanza, soldati che corteggiano mogli vedove in gravidanza, ragazze ricche un po’ mignotte e quindi anche loro solerti e maestre d’esistenza. John Malkovich interpreta Arthur Wellesley duca di Wellington che scarta disegni e quadri di guerra perché a suo dire mostrano troppi morti ammazzati.

L’intervallo (orizzonti) è una gomorrata talmente riuscita da essere a tratti sbalorditiva. Il ragazzo venditore di granite e la ragazza con dipendenza da reality show devono passare una giornata insieme, in uno spazio spettrale grande come un castello e luogo che sarebbe da premiare cinematograficamente inventandosi almeno un’Osella alla scenografia. All’inizio ci sono almeno dieci minuti di troppo, ma poi il film prende il volo come quei cardellini del giardino fuori dall’edificio abbandonato. Sappiamo che pioverà, perché Vincenzo spiega a Veronica che gli uccellini si stanno passando sul corpo l’olio che hanno sotto le ali, tipico dei cambiamenti repentini di tempo. Sappiamo che è difficile anche solo fare pipì, perché oltre a non esserci vasino lì, la sorveglianza dev’essere continua. Sappiamo che in errore ci è finita lei, e che lui è lì soltanto per controllare che non scappi. Sappiamo che a fine giornata arriverà il mafioso capetto di turno e finalmente avremo le spiegazioni che cerchiamo. Intanto ci godiamo Alessio Gallo e Francesca Riso, di quei nuovi attori rivelazione che sembrano più bravi e con le facce più giuste dei nuovi attori rivelazione battezzati la volta precedente. Leggere i sottotitoli del loro napoletano strettissimo non è mai stato tanto metaforico di una realtà pericolosa e oscura che non conosceremo mai fino alla fine.




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3 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 6

Giocano a pallavolo senza palla, perché così ha voluto Antonioni. Di Leones (orizzonti) basti questo, perché il resto è tutto ciò che al cinema non vorremmo mai vedere. Cinque sfigati ripresi di spalle si aggirano per boschi, si perdono, con tutte le accezioni e i significati che ha il vagare per ritrovarsi. Natura e destrutturazione degli schemi, spazio e tempo, essere o non essere, e la presenza più o meno metafisica del male. A dirigere c’è ovviamente la solita artista visuale, passaporto argentino che alla sua opera prima non si accorge che di come lei vuole insegnarci a stare al mondo a non frega un cazzo. Questa sarà pure arte cinematografica, ma puoi fuori dalla Mostra di cinematografico ci sono le sale. Che sono luoghi dati agli spettacoli, non a queste robe insopportabili.

I pirati somali hanno un mediatore. Nero, ottimo inglese, si rifiuta, si offende e si incattivisce se viene anche solo accostato alla gentaccia per cui lavora. È questa la prima sorpresa di Kapringen (A Hijacking) (orizzonti), che a borda della nave danese sequestrata nell’oceano indiano mostra anche scene di giubilo, soprattutto alla platessa pescata, e sequenze di socializzazione tra equipaggio e terroristi. In patria, nel frattempo, la trattativa per il riscatto è un business. Consulenti esterni, strategie, incontri con la stampa e i familiari. Passano quattro mesi, ma quando i pirati danno un cesso al cuoco di bordo, lui li ringrazia per la pisciata in tazza: «Meglio della gnocca». Violenze psicologiche e maltrattamenti, riunioni e telefonate satellitari. Mai visto ricostruire, gestire e reggere meglio contemporaneamente le insidie di scena, la tensione di sceneggiatura e il finale di film.

Al minuto uno, con il compasso incide sul banco una pasciuta A cerchiata, ma dopo dieci minuti è già lingua in bocca con una tipa a tettine scoperte. Après Mai (venezia69) è autobiografico, a Olivier Assayas va portato sempre rispetto, ma senza ancora essere iniziato conferma subito che le generazioni che hanno fatto il Sessantotto, il Settasette, e anche tutti gli anni nel mezzo, partecipavano ai movimenti soprattutto per avere una buona scusa che li avrebbe fatti scopare molto più che tutti i coetanei delle contestazioni successive. Il formidabili quegli anni del regista parigino dura due ore, ma se non fosse che la seconda parte è molto più ripetitiva, meno ricca e vivace della prima, il film si vedrebbe tutto d’un fiato. Lo schema però è sempre quello del filtro della contemplazione. Battute come «È controllato dai trotskisti» detta dalla biondina del liceo all’intervento del nostro eroe artista, o i siparietti sulla sintassi cinematografica corretta da proporre ai compagni proletari di tutto il mondo unitevi, sono riportate mediate e corrette dalle valutazioni dell’oggi, e riproposte dunque secondo uno schema di verità che ha già fatto le sue valutazioni, non che le sta costruendo. Anche perché oltre alla diffusione di varia stampa comunista e all’attacchinaggio manifesti abusivi, ci sono le botte, le indagini di polizia in corso, le fughe all’estero, le comuni, l’utilizzo di tutte le droghe. E neanche Assayas riesce a fare passi avanti nella revisione dell’estasi.

Con Disconnect (fuori concorso) è spuntato un altro Paul Haggis. Non è un bene, e questo Henry-Alex Rubin, oltre ad avere un trattino nel nemo, non è pure meno bravo, eppure il suo lamento sui social media è nitido, e soprattutto è un lavoro serio. Ci sono le cazzate che i bimbetti fanno su Facebook, con identità fittizie e scherzi ormonali ai compagnucci. Ci sono le identità rubate in chat, con carte di credito svuotate e pruriginose violazioni di privacy. Ci sono ragazze e ragazzi in vendita, mostrati non nell’attività artigianale dello spettacolino in chat dalla loro cameretta, ma rinchiusi in una palazzina industriale dove il magnaccia di turno assegna gli alloggi e preleva la sua parte direttamente alla fonte. Comprensibile e accessibile anche da chi per età o interessi è poco avvezzo alla tecnologia, il lato oscuro di internet emerge a montaggio alternato e a ricorrenze corali, i ragionamenti incrociati di sociologia riescono a non essere troppo spiccioli, e pure le facce del cast sono quelle giuste.

La nave dolce (fuori concorso proiezioni speciali) è il titolo degli scroscianti applausi ai 18-20mila albanesi che nell’estate ’91 arrivarono in stato giuridico di clandestina al porto di Bari, ma è soprattutto il titolo degli scroscianti applausi a Daniele Vicari che tempi televisivi, giusto sound e Kledi come icona dell’albanese ripulito che ci piace vedere fa trionfare il documentario. Sia chiaro, il successo è di quelli che aiuta tutti e che fa del bene al cinema italiano. Vicari, tra l’altro, bravo davvero lo è già e già da molti anni, diciamo da almeno sei, quando a Venezia portò il tema del lavoro e non ottenne gli stessi applausi. Il suo aggiornamento del lavoro commissionato dal presidente Eni (quando presidente dell’Eni era un certo Enrico Mattei) a Joris Ivens, raccontava le insufficienze industriali, le fonti d’energia alternative, i fallimenti delle strategie gestionali, l’avversione di comitati di cittadini comuni alla petrolchimica, oltre alle speranze dei viaggiatori italiani di un Trapani-Francoforte che poco aveva da invidiare alla Vlora. E tutto era preciso, sereno. Qui sfido chiunque di quelli che hanno reso scroscianti gli applausi a spiegare qual era l’esatto punto del contendere tra Cossiga e il sindaco Dalfino, collega di partito nella Democrazia cristiana. Perché a volte, a strizzare l’occhio al grande pubblico, si rischiano di vedere le cose con un occhio solo.




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2 settembre 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 5

Spostarsi quando c’è la neve è sempre stato difficile. Leone Tolstoj, ai tempi della slitta, ci ricordava quanto bastasse poco per sfiorare un dramma. Boxing Day (orizzonti) prende il suo testo e lo butta in mezzo alle nevi del Colorado ai tempi della crisi economica. «I soldi richiedono un pensiero dinamico e attivo» dice l’impresario che punta sugli immobili sbriciolati dai subprime per risollevare le sue sorti non solo economiche. Prende un autista, puntano il navigatore satellitare e partono. Un’arrampicata. In montagna, metafora del ghiaccio e degli specchi del destino incerto. Maschile, vigoroso, digitale. Bello.

Il film più coraggioso, da girare e selezionare in concorso, è di sicuro Lemale Et Ha’Chalal (Fill the Void) (venezia69) con ebrei ultraortodossi, promesse spose, matrimoni combinati e tanta sofferenza, di quella che si sa porta a essere più vicini a dio. Lo firma Rama Burshtein, ed è un’opera prima di speciale e singolare potenza, sia espressiva che contenutistica. Testimonianza culturale nell’accezione proprio di affermazione più schietta e credibile, ribalta ogni obiezione possibile su ruoli della donna, emancipazione femminile, autodeterminazione della moglie, e grazie alla limpidezza e alla serenità delle immagini inchioda i benpensanti alla libertà di questo mondo pazzesco, dove qualsiasi legge divina sarà vagliata dalla laicità del rabbino, e dove il matrimonio è l’asse portante di una identità isolata e orgogliosa, eletta, uno stendardo da difendere perché insegna dell’ingresso nella società dei grandi. Una bella lezione anche per chi non ha ben chiaro che cosa sia e significhi il cosiddetto tanto decantato politicamente scorretto.

Prima ancora dei fischi della Sala Darsena, e dei titoloni di Repubblica a enfatizzare un’ordinaria contestazione dell’iconoclastia contemporanea, ad appannare la stella di Terrence Malick è stato lui stesso. To the Wonder (venezia69) non è un Malick minore, è semplicemente il secondo film in due anni di un regista mitico anche per aver centellinato la sua arte con cinque titoli in oltre tre decenni di attività. Diventare estremamente prolifici con un’estetica così ricercata e sottile, significa limitare il proprio essere sofisticato, e buttarsi in pasto alle critica. Da questi parti ci si sottrae ai dibattiti con l’assoluta sincerità di una soglia d’attenzione alta per la prima mezz’ora. Forse anche troppo. La poesia fonde al primo campo di grano, Malick cola a tutti i suoi virtuosismi, di macchina, di luce, di spiritualità e grandezza, di rapporti ascetici, attoniti, di ricerca infinita. Io lo confesso, chi altro ammette di essere crollato nel sonno?

La sopravvaluta cronica Susanne Bier si è appostata al botteghino. Den skaldede frisør (Love is All You Need) (fuori concorso) mette insieme furbizie matrimoniali compiacenti e appassite al punto che persino io, noto zuccone, dopo cinque minuti sapevo esattamente quello che sarebbe successo. Ossia che dopo tante peripezie la tumorata dalla parrucca sexy sarebbe andata con il Pierce Brosnan a cui la morte della moglie aveva fatto fare la scelta di rinunciare alle donne, che il matrimonio dei loro figli sarebbe andato a monte il giorno dell’altare, con il futuro e mancato maritino a scoprirsi sedotto dal suo lato gay, e persino che il fratello della sposina, militare impegnato in una non meglio specificata missione all’estero, non sarebbe mancato alla cerimonia a cui invece aveva detto di non poter partecipare. Il tutto ambientato a Sorrento, così da cartolina che chi applaude entusiasta l’ha nemmeno riconosciuta, e parlato in danese, italiano e inglese, perché l’ex 007, chiamato solo per pemettere la miglior vendita del prodotto, lavora da talmente tanti anni a Copenaghen che non ha ancora imparato la lingua. A Natale distribuisce Teodora, e che per i cialtroni delle feste sarà costretta a doppiare tutto.

Küf (Mold) (settimana della critica) li mette tutti in fila. Un pianosequenza, pur a camera fissa, apre il film, con il padre protagonista a confronto con l’ispettore di polizia, poi la scena dell’incidente sul lavoro, poi quella in notturna, dall’albergo, con le finestre a vetri su Istanbul. Basri lavora per le ferrovie, controlla i binari. A piedi. Suo figlio però è stato prelevato dalla polizia per attività antigovernative. Diciott’anni fa. Lui lo cerca, il film è dirompente. Il regista ha trent’anni, trentuno, si chiama Ali Aydin. Se in Italia prima ancora della prima mondiale veneziana si è mosso Nanni Moretti con la Sacher, è probabile che si risenta parlare di lui. Che nel frattempo, alla sua opera prima, con una solidità tutta turca già conosciuta e apprezzata da queste parti in passate edizioni delle sezioni collaterali della Mostra, e un perfezionismo da manuale, insegna la new wave del film politico che ha cuore i suoi desaparecidos.




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