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Claudio Ossani



 


 





      

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31 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 3

Ci ho messo un pochetto a entrare in At Any Price (venezia69). Preso troppo sul serio il business dei semi naturali, di quelli ogm e del loro riuso, e la conquista commerciale dei mercati di contea in Iowa, all’inizio ho pensato pure pensato che Dennis Quaid nemmeno fosse adatto per indossare la camicia a maniche corte dell’agricoltore moderno. Ramin Bahrani è avveduto, e sveglio: con la scusa della provincia americana profonda ecco che piazza invece gli stati generali dell’umanità, quella totale, completa, abissale, quella che non vogliamo vedere, per paura che già sia la nostra. Già, paura. Quella che ti fa alzare il piede dall’acceleratore alla prima gara su pista, dopo essere stato campione assoluto di Figure 8 e a cui l’amore di mamma ha portato in dote 15mila dollarini per correre. Lotta, abbandono, affari, silenzio, patria e morte. E un ruolo della donna che le femmine di Se non ora, quando dovrebbero studiarsi a lungo. C’è il cuore, che è quello dell’America, e quindi di questo mondo, per modello di competizione globale o più semplicemente per modello di sopravvivenza. Applausi.

Paradies: Glaube (Paradise: Faith) (venezia69) è il secondo capitolo di una trilogia iniziata a Cannes. No problem, tanto Ulrich Seidl continua a rifare sempre e solo sé stesso, poca fatica e molto presto anche pochissimo gusto. La tipa dice a Cristo che è il più bell’uomo che conosca, poi si flagella la schiena a tette scoperte. Con la statua della madonnina in mano gira le case dell’Austria come fosse una Testimone di Geova e va a vedere l’orgia nel parco di notte. Mette il cilicio e pregando gira inginocchiata tutta la casa. Poi torna il marito islamico ridotto su una sedia a rotella e il tempo libero della signora sarà molto meno e molto diverso. Sarebbe una barzelletta fetish e funesta sul fondamentalismo cattolico, ma Seidl è uno totalmente incapace di ironia, e abile solo con quel disprezzo più simile all’alterigia che non al cinismo. Ma siccome tanto ormai non sa nemmeno più fare a girare con la camera fissa, se vuole essere davvero figo e politicamente scorretto alloro il suo conflitto tra adorazione cieca e amore cristiano lo giri come prodotto da multiplex per il sabato sera.

Sfiorando il muro (fuori concorso proiezioni speciali) ha il senso del sollievo, e il valore della condivisione. Silvia Giralucci quelli delle Brigate Rosse hanno ammazzato il padre neofascista, nella Padova degli anni Settanta capitale degli opposti estremismi. Lei ammette subito che da piccola aveva una vaga paura delle persone con in capelli lunghi e nel suo viaggio per cercare il perché e il percome sia potuto succedere finisce in Francia a bere il caffè nella cucina tugurio di ex eroiname, scappato tra le braccia di Mitterand per fuggire al reato di banda armata. Il titolo evoca le scritte di guerre, le k, i boia e i compagni fuori dalle galere. A parlare di documentari, la voce fuori campo è troppo scritta e troppo letta, e la musichetta di sottofondo è già abusata al primo giro. A parlare di storia c’è quella intima e personale si fa collettiva con i soliti schemi. A parlare di politica c’è che i cuori neri di oggi, per gran parte schifoso marciume in orbita Forza Nuova, vengono mostrati nella procedura cerimoniale della fiaccolata con disciplina militare, pardon, cameratesca, con Silvia ai margini ma pronta a dire nel suo film che per il padre non le sembra poi questo il ricordo migliore. Si può quindi parlare solo di famiglia e di ricordi, e inserire con rispetto una nuova tesserina al mosaico della memoria di quelle generazioni che hanno abbracciato l’ideologia per morire sparati.

Welcome Home (settimana della critica) è il tipico caso di film–catalogo–alla–mano, per farsi suggerire da note di regia e commenti del comitato di selezione quegli spunti che proprio non si sono visti né trovati. Così, mentre sullo schermo vediamo soprattutto gente che scopa, spinelli in auto prima di una festa giacca e camicia, un iraniano di ritorno in città e la stessa ragazza che scopa poi investita dall’auto di quelli che fumano erba e infine in ospedale al reparto di terapia intensiva, sul libretto magico leggiamo robe tipo «Bruxelles e i suoi abitanti sono una fonte inesauribile di ispirazione» e «il film tratta delle difficoltà che essi affrontano entrando in relazione», oppure che si passa «con naturalezza dai momenti di intimità agli spazi sociali» o che «il prezzo della modernità» è lo stesso, «sia per una grande città che per una donna». Suvvia, siamo seri: questi sono i giovani d’oggi, infelici e irrisolti, rampanti e penosi come la saccenza autoriale di un declamatorio film belga.

Il colpaccio con cui Luigi Lo Cascio riguadagna all’istante tutti i punti che aveva perso s’intitola La città ideale (settimana della critica) e prima di scomodare Kafka o iniziare le critiche, bene sarebbe fermarsi a valutare lo sforzo produttivo completamente nuovo che il cinema italiano si è regalato con questo film. Sull’inesplorato territorio onirico, l’opera prima dell’attore che interpretò Peppino Impastato racconta la storia di un architetto siciliano immigrato a Siena, ecologista praticante, sincero nelle sue piccole e grandi manie (lavarsi con acqua piovana, raccogliere cartacce e mozziconi per terra, tenere al freddo i colleghi dell’ufficio) fedele al motto «Buio ai consumi, notte agli sprechi». Una sera prende la macchina elettrica di un amichetto, trovando sulla sua strada a terra investito un pezzo grosso della Siena che conta. «Lei è inumano» gli dirà il procuratore che aprirà un fascicolo penale sull’incidente, «perché tutti vogliono vincere, lei vuole la verità». Ovvio che la città del Palio è solo una scusa per portarsi a casa i soldi del Monte, che il titolo c’entra poco e che non è tutto oro ciò che luccica, ma l’approccio ad una commedia degli equivoci che si fa sempre più black comedy e poi via via stravagante racconto di una deliziosa, umanissima, alienazione, funzione fino al finale pure troppo veloce.

Queen of Montreuil (giornate degli autori) non è il solito coniglio dal cilindro pescato con buona frequenza dalle commedie nelle rassegne collaterali della Mostra. Il materiale è sufficiente per qualche risata e il senso dello stare insieme viene sviluppato da una sceneggiatura che lavora bene sui suoi personaggi, e li porta a recitare con un’otaria superstar. La storia è quella di una giovane sposa che torna in Francia con le ceneri del marito. Con lei due islandesi, madre e figlio, la compagnia aerea che avrebbe dovuto riportarli nella terra del ghiaccio è fallita, e così cercano lavoretti di fortuna, lei su una gru che le permette di guardarsi monumenti come fosse a Parigi, lui in una lavanderia a gettoni che ha appena installato wifi e postazioni informatiche per i clienti in attesa del bucato. Qualche trovata singolare, spruzzi di originalità sparsi e onestà intellettuale fanno passare l’ora e mezza senza mai dover sbuffare.




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30 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 2

Il best of di Izmena (Betrayal) (venezia69) comprende: un suv che si sfracella contro la fermata di un autobus, riducendo così ancor di più la platea di quanti si rivolgono ai mezzi pubblici; una cardiologa che rimedia con un ditalino al piacere non datole dal marito fedifrago; un uomo che scopre durante un checkup di controllo dalla cardiologa di cui sopra che la propria moglie viene bombata dal marito fedifrago sempre di cui sopra; lo stesso uomo di cui sopra che picchia il figlio che da due mesi marina la scuola senza che nessuno se ne accorgesse; la cardiologa di cui sopra che porta l’uomo di cui sopra alla statua del cervo in ferro battuto presso cui si incontrerebbero i loro rispettivi consorti; i loro rispettivi consorti di cui sopra che ovviamente per chiavare di nascosto vanno in albergo alla camera 769; gli altri due di cui sopra che allora diventano amanti continuandosi però a darsi del lei; i loro rispettivi consorti che dalla camera 769 cadono giù dal balcone mentre durante un allegro rapporto sessuale; la cardiologa di cui sopra che si presenta al funerale del consorte con una camicetta nera trasparente e senza reggiseno. Ce n’è abbastanza. Discesa agli inferi dell’adulterio e ritorno, ma soprattutto fuffa russa solo andata in un esercizio di stile per salotto Antonioni.

Pinocchio (giornate degli autori) è l’unico squarcio di animazione concesso in questa Mostra, sperando che Barbera voglia invece prossimamente recuperarne l’attenzione del precedente direttore. Dire che i disegni di Lorenzo Mattotti siano belli e colorati significa esattamente descrivere il sensato stupore non del tutto fanciullesco che coglie fin dall’inizio del bel film che Lucky Red schiererà sotto il prossimo albero di Natale, ma non coglie invece il lavoro difficile e delicato con cui tutti i registri delle favole che amiamo e conosciamo vengono alternati con sapienza e precisione. Nero quando serve, sempre rutilante, comico e divertente, drammatico e poi didattico, scanzonato, liberatorio, sorridente e rilassato, a riproporre con questa disinvoltura il capolavoro di Collodi poteva essere solo mago D’Alò, sullo spartito del grande Lucio Dalla e con l’amore che l’ha sempre contraddistinto per il tratto colto, eppure così popolare. La coppia dei manigoldi, con l’intuizione di fare del gatto un laido sciocco e della volpe un’acuta e violenta lestofante femminile, è la migliore intuizione di un titolo dedicato al babbo e «a tutti i babbi babbini del mondo».

Superstar (venezia69) è la bella storia di un anonimo signore che di mestiere recupera e ricicla materiali di vecchi computer in un’azienda ad alta occupazione di persone con piccoli handicap mentali, ma che all’improvviso e sua insaputa si trova imprigionato nella chiave del film, basso tasso di verosimiglianza ma alto gradimento per la credibile messa in scena. E cioè: diventare famoso senza sapere come e perché, ingranaggio di una mediatizzazione dei tempi che corrono, in cui un video postato su YouTube detta l’agenda della notorietà. L’apparizione tv in uno studio di produttori e autori senza scrupoli, anche qui, per numero e ruoli tratteggiata a beneficio di un pubblico di principianti che deve essere preso per mano, è solo l’inizio di una vicenda surreale che mira forte all’isteria collettiva, prima ancora che al turbamento del protagonista. E allora tutto bene, perché Xavier Giannoli ha scelto alla grandissima il suo cast (Kad Merad che si scrolla di dosso gli ultimi granelli della polvere che lo vorrebbero un po’ sopravvalutato, Cécile De France per cui ormai non ci sono parole, e persino il travestito Alberto Sorbelli) e senza farsi prendere la mano ha continuato a raccontare anche quando qualcun altro avrebbe iniziato l’analisi del testo. E però in fin dei conti il suo film si erge a gran censore dell’illusione mediatica, con un moralismo folcloristico più lenitivo che stimolante.

The Iceman (fuori concorso) è il thrilleraccio noir che scommette sull’America cupa e dolente della mafia in New Jersey tra gli anni Sessanta e Sessanta, quella del clan Gambino e dei corrieri della droga, quella delle pistole e degli omicidi a sangue freddo, quella delle macchine squadrate a tre volumi e dei lunghi colloqui esistenziali tra boss della mala in giacca e cravatta. Ispirato alla storia vera di Richard «sono un polacco, lavoro per tutti» Kuklinski, spietato killer con l’unico valore di proteggere la propria famiglia, il regista Ariel Vromen non si fa mancare nessuno dei tratti distintivi del genere. Allo spettatore è richiesta un po’ di pazienza, ricompensata a dire il vero più dalla prestazione di un Michael Shannon che parla con lo stesso timbro vocale dei doppiatori italiani di Batman e Bane, che dal pathos violento e magnetico dell’antieroe. L’effetto collaterale dei rimandi estetici a tutti gli autori fuoriclasse che già se ne sono occupati, produce infatti una solo pratica e molto professionale efficienza cinematografica.

Per realizzare il film collettivoWater (settimana della critica evento speciale), da intendersi al plurale Acque, hanno messo i soldini l’ambasciata degli Stati Uniti e la fondazione per le arti della Yehoshua Rabinovich. L’idea era dell’università di Tel Aviv e il risultato finale dei sette assemblaggi può dirsi significativo. Registi ebrei e palestinesi hanno lavorato insieme fidandosi più dell’approccio contemporaneo che di quello equo e solidale, e bagnando letteralmente l’approccio al conflitto di Terra santa. L’episodio più bello è quello sulla Memoria, con la vecchina fondatrice dello Stato di Israele a cui serve il collirio e che confonde il giovane attore teatrale con il padre. Ci sono poi i documentari sul venditore d’acqua di Betlemme con la sua autocisterna e quello dello zio d’America, tornato da Chicago per gestire una piscina frequentata da famiglie palestinesi che tra check point e recinzioni non hanno accesso al mare. Anche quando arriveranno i coloni cattivi non si scadrà mai in retorica di circostanza, così pure per gli episodi sui pregiudizi, quello della coppietta in camporella al fiume all’arrivo di lavoratori arabi e quello dell’idraulico chiamato ad un intervento domestico ma costretto a comunicare con la ragazza di casa attraverso una porta chiusa. E metà c’è pure un’asina da domesticare in un luogo di conflitto.




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29 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 1

Shokuzai (Penance) (fuori concorso) ha ottenuto la deroga. Visto solo nelle patrie tv, la confezione di lutto e di lusso è stata sufficiente per dribblare l’obbligatorietà dalla prima mondiale e per far approdare al Lido questo serial drama di femmine giappo. Cinque episodi, quattro ore e mezza, una bambina ammazzata dopo aver abbandonato le sue amichette per seguire il losco figuro. Quindici anni dopo è tutta una roba di elaborazione, vendetta, espiazione, horror delle anime e ogni tanto un tantino anche dei corpi. C’è quella che zitta e ferma immobile deve comportarsi da bambola per il suo uomo, la maestra fortissima nel kendo che assale pazzi aggressori, i fratelli che prendono ordini dall’orso, la fiorista incinta che vuole il marito della sorella. E poi la mamma della povera assassinata finalmente sulle tracce dell’omicida. Tutto molto doloroso e così eccezionalmente fotografato che ho cercato di mantenere all’altezza anche l’eleganza del mio distacco.

Il nome scientifico dello squalo bianco è carcharodon carcharias, grazie a un allora bambino di Pieve Cesato io lo so dall’estate 1993, ma il nuovo film con gli squali assassini e affamati si chiama Bait 3D (fuori concorso) ed è una produzione Australia/Singapore. Ah, già. C’è anche lo tsunami che devasta tutto. Il supermercato è allagato. Per questo entrano gli squali, sia al piano scaffali, sia nel parcheggio. Tra i nostri eroi c’è anche un rapinatore impazzito, una tipina il cui unico obiettivo è stare alla moda, il suo cagnolino e un bagnino del soccorso surfisti. Qualcuno verrà maciullato ben bene. Il busto appeso senza più le gambe è sempre un bel vedere. Il regista dichiara addirittura di «aver creato il nuovo rinascimento del sangue», ma in realtà è molto meglio l’invenzione della muta con il cestino della spesa. Va riconosciuto che lo sforzo produttivo è sufficientemente iconografico e mediamente ironico. Detto questo, si salvi chi può.

Enzo Avitabile Music Life (fuori concorso) è una ninna nanna napoletana involontaria. Cose che capitano anche se ti chiami Jonathan Demme quando il tuo biografilm pensa al senso della vita, ai confini della musica o a tutti i Sud del mondo invece che spiegare a noi ignorantoni chi sarebbe questo popò di personaggione. «Avevo una duplice possibilità: o fare il musicista, o accomodare i tubi del cesso» dice l'oggetto documentaristico prima di lanciarsi in un’esegesi del rapporto tra jazz e tecnologia. Non manca nemmeno il passaggio sulla sua turbolenta coscienza, tre cambi di religione per poi come al solito decidere che la migliore è quella cattolica, «ma a modo io». Dev’essere per questo che quando compone si ispira ai fatti degli immigrati di Castel Volturno o dedica la sua opera alla bandierina della pace di Vittorio Arrigoni. Per il resto, io ho visto solo grandi artistoni che strimpellano con chitarrine di varie fogge e dimensioni. Gli onori a questa roba invendibile fateli voi intelligentoni. Vedete un po’ se riuscite a non dire «ritratto umano». Sarete più convincenti.

Mira Nair ha appena appoggiato il suo The Reluctant Fundamentalist (fuori concorso) alla mensolina dell’Undici settembre, che già il film ha preso la polvere. «Ero un soldato nel vostro esercito dell’economia», poi buttano giù le Torri gemelle e nella nuova giostra dei controlli antiterrorismo al ragazzo prodigio del più grande studio di analisti finanziari perquisiscono (letteralmente) anche il buco del culo. Lui allora si fa crescere la barba e torna in Pakistan. La storia d’amore con l’artistoide di turno (una Kate Hudson morona e in versione tortellino) se l’era già fatta, e ora eccolo a raccontarla al giornalista arruolato dai servizi segreti (uno Liev Schreiber mai così poco bravo). Nel 2012, il tentativo finale di farne un thriller con messaggio fa tenerezza. Però è ammirevole come un film che non abbia mai nulla da dire, si impegni tanto sulla banalità del normale.

La scomunica lanciata dal nuovo direttore si era abbattuta sulla Mostra fin dalla conferenza stampa di luglio. «Il film sorpresa non sarà cinese», e subito applausi della stampa che si fa popolino piccolo piccolo. Ma dopo aver screditato l’ottimo lavoro di Müller, ecco che Barbera offre la vetrina della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia a Tai Chi 0 (fuori concorso), fumettone buffone di arti marziali. Con campioni veri, camei celebri e i costumi dell’Ottocento locale, tante botte e acrobazie pensate per gli adolescenti contemporanei nei multiplex di Pechino e Shanghai. Sarà una trilogia, con tanti omaggi ai film gongfu di ogni tempo e un po' di spazio per le riflessioni filosofiche sull’energia dello spirito.




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28 agosto 2012

>MOSTRA DI VENEZIA 2012 - 0

Il numero è erotico, il nuovo direttore un po’ meno, ma la sua civile sfrontatezza è sufficientemente sensuale. La libidine vera, va da sé, è però quella di essere tornato, e quasi annulla l’anno di pausa. Sarà inevitabile non riuscire a nascondere qualche buco, a proposito dell’erotismo rampante di questa 69esima edizione, ma le mancanze e lacune ci rendono migliorabili, e il buco più grande di tutti è proprio lì a dimostrarlo. Oddio, il cratere del futuro palazzo si è trasformato parzialmente in un’area dal design alla Milano Marittima, sedute bianche, tavolini e finte aiuole comprese, ma si può sempre optare per l’efficace semplicità dell’area ancora cantierata, visibile e inaccessibile, ordinata e coperta con dignitosi teloni.

Il numero è erotico, il nuovo direttore un po’ meno, ma il suo menù è ben più che afrodisiaco. Kitano, Kim Ki-duk ed Harmony Korine, se proprio dovessi schierarmi subito in curva ultras. Paul Thomas Anderson, Ramin Bahrani e Urlich Seidl se invece trovassi posto in tribuna distinti. E poi Malick, Assayas, Bellocchio e De Palma, circondati da un’altra manciata di autori che promettono sorprese, dentro e fuori concorso, chi in zona gol, chi nelle azioni di fino. La verità è che un anno di distanza rende superflui canoni e consuetudini, procedure consolidate e riti quasi superstiziosi. Arrivando al Casino, prima di salire le scale, e dopo essere già stati a svuotare la vescica all’Excelsior (anche perché per ora la disponibilità di cessi non è ancora a pieno regime) nessuna locandina mi si è parata di fronte. Fine del gioco. In sette anni, quel primo film visto nella sua rappresentazione da cartellone si è rivelato essere un comprimario per ben quattro volte, ma nei miei primi due anni alla Mostra e nell’ultimo prima dello stop and go, trovò la cabala per andarsi a prendere il primo, dorato, ambito, Leone.

Il numero è erotico, il nuovo direttore un po’ meno, ma con lui, e grazie a lui, si ricomincia da capo. Lasciatemi solo le bottigliette d’acqua fresche nel frigorifero di sala stampa, e poi anch’io sarò pronto. Perché in fondo non c’è niente di più eccitante che iniziare di nuovo la stessa splendida, incantevole, storia di cinema e amore.




permalink | inviato da clos il 28/8/2012 alle 21:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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