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31 agosto 2006

>MOSTRA DI VENEZIA 2006 - 2

In The Black Dahlia (venezia 63) l’incontro di boxe ha i ralenty e un canino che finisce sullo score e lo inzuppa di sangue. C’è tanta atmosfera e anche tanto seppiato. Gli uomini hanno le bretelle e le donne le mutande dell’epoca. Brian De Palma, inutile negarlo, ci sa fare parecchio, e il giallo a tinte forti e a tinte spinte come le luci rosse è un susseguirsi riflessivo veloce e costante di vaie morbosità e diversi colpi di scena. Mentre diventa sempre più evidente che Scarlett Johansson si fa surclassare senza se e senza ma da quella puledra di Hilary Swank, ci si chiede quanto in realtà l’evento di apertura della Mostra, quarto film a stelle strisce aggiunto ad elenco già compilato e che infrange la regola aurea di non più tre opere per nazione, emozioni davvero o, su un piano diverso, stupisca sinceramente da lasciar la mandibola cadere. Molto bello, ma anche niente di più.

L’udienza è aperta (giornate degli autori) comincia spiegando che il documentario non è sui processi di mafia che occupano i calendari dei tribunali di Napoli e dintorni, e finisce con una presa d’atto amara (non sapremo mai se le dichiarazioni del pentito sono risultate attendibili, metafora non solo dell’eccessiva lunghezza del processo penale) del sistema giustizia in Italia passando attraverso uno spassosissimo ritratto minimo e partenopeo di un giudice maschilista, di una magistrato che tiene la sua rubrica telefonica sul muro e di un celebre avvocato del capoluogo campano. Irresistibile quando l’uomo dal gessato racconta delle pugnalate e la discussione sul ruolo femminile dopo il «rito del saluto» (un pranzo da crepapelle preparato dalla giuria popolare per salutare, dopo due anni anziché un paio di mesi, il presidente della Corte d’appello). Bravo Vincenzo Marra.

Sang sattawat (Syndromes and a Century) (venezia 63) è uno di quei film orientali a telecamera fissa. Qui certamente si sono fatti sentire tutti quanti i miei limiti, ma reggerlo fino alla fine è stato un’impresa. Il magico mondo della medicina visto da quella Thailandia paese capofila nella decisione di occidentalizzarsi, il tempo e l’amore, monaci arancioni che sognano (la notte) di rompere le gambe ai polli e sognano (da giovani) di diventare dj, un gioco di parole sulla sigla del ddt che mi piacerebbe capire come funziona con l’alfabeto indocinese, sequenze da cui non manca certo la luce e quando finalmente i due riescono a baciarsi a lei gli sudano le mani e a lui invece diventa duro il pisello. La canzone sui titoli di coda è una tardiva botta di vita.

Quasi peggio rischiava di andare con WWW, What a Wonderful World (giornate degli autori), dove almeno si spara e muore qualcuno. Costretto ad essere metropolitano e confuso altrettanto, l’applicazione e il gioco di tutti i linguaggi possibili (c’è persino il cinema muto con tanto di cornice d’epoca su sfondo nero) è messa a dura prova dalla sfilacciatura eccessiva del trama e dalla vena poetica di un regista che affresca coreografie di traffico automobilistico attorno ad una grande rotonda.




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30 agosto 2006

>MOSTRA DI VENEZIA 2006 - 1

All’inizio di Khadak (giornate degli autori) sembra di stare ne La storia del cammello che piange, ma questo solo perché nel frattempo non hanno cambiato il paesaggio desertico della Mongolia. Anche le tende e gli inquilini delle tende non gli hanno cambiati e gli animali sono malati. Mezz’ora di umorismo un po’ surreale (suonano lo scacciapensieri come lo suonerei io) e poi un film pieno zeppo di simboli. Il re del mercato nero, per salvare la sorella, arriva con un cofano stracarico di pesci gigante.

Il cortometraggio David 50 (eventi speciali) vanta persino l’alto patronato del presidente della Repubblica, oltre alla sua galleria di grandi del cinema che vanno a ritirare la statuetta di Donatello. Di Marlon Brando si capisce subito che era una gran chiavatore e infatti l’unico divertimento di questa clip che ha il difetto di voler far la simpatica sta nel mettere in luce chi ha un certo carisma e a chi invece è rimasto soltanto un nome famoso. In un angolino per un attimino appare anche Harry Potter e ovviamente sono Benigni e Almodovar a riscuotere il maggiore successo.

L’etoile du soldat (giornate degli autori) è la storia di un ragazzo sovietico che sembra un vecchio ma che vive con i suoi genitori, che non si sa se ama i Beatles e i Rolling Stones e nulla nemmeno delle canzoni che canta e che ad un certo punto fu chiamato in Afghanistan. Lui non sparerebbe a nessuno, chiaramente si comincia dall’Undici di settembre, a raccontare tutto c’è la voce fuori campo che a volte è del reporter e altre volte è onnisciente, si dice che i russi hanno sparso il germe della guerra civile e poi si specifica subito che la Cia finanzia gli islamici più radicali. Il soldato che diceva che il suo paese «è la musica» viene rapito dai mujaheddin, incontra il fotografo e questo gli appunta di «Non scordare mai da dove viene». Il film insegna che in Afghanistan si ripete sempre la stessa storia ma che magari «Un giorno ci saranno così tante stelle che la notte sparirà dal nostro mondo».

Tecnicamente The U.S. vs. John Lennon (orizzonti) è il solito biografilm montato per bene, patinato e ricco d’archivio che ormai chiunque regista abbia un po’ di soldi e pazienza riesce a confezionare. Non si capisce perché il titolo debba prendere di mezzo un intero paese, quando semmai contro John Lennon si misero l’amministrazione Nixon, l’Fbi e al massimo l’ufficio immigrazione. Paese tra l’altro che Lennon lo adorava e che a Nixon fece fare il secondo mandato. Ma questo naturalmente a Leaf e Scheinfeld interessa ben poco, tanto è vero che l’artista morto ammazzato anni e anni dopo, non viene nettamente separato dal resto della vicenda raccontata ma utilizzato come finale. Alla fine, tra un santino e l’altro di John, Yoko Ono che fa Yoko Ono con gli occhiali da sole sulla punta del naso e il basco bianco sopra i capelli, ci si fa pure qualche risata e si ha piacere di risparmiare gli applausi per roba politicamente un po’ meno corretta e film di denuncia meno smagosi di un peace and love tutto griffato.




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29 agosto 2006

>MOSTRA DI VENEZIA 2006 - 0

Vedremo alla fine se avrà vinto veramente Gianni. Un po’ perché Rai, un po’ perché deve battere cassa dal 2004, un po’ perché è bravo. Ma soprattutto perché in mezzo ad una Mostra con tanti film orientali, il suo film parte dalla pole position della nazionalità italiana per raccontare una fetta d’Oriente. E poi c’è Sergio, figurarsi. Già mi sembra di sentirli i discorsi sulla riscossa del grande schermo nostrano. La differenza, ora e qui, è che a leggerne e a vederne le immagini patinate date in pasto ai giornali, La stella che non c’è pare per fortuna evocare più Lamerica che Le chiavi di casa, che in fondo era tutta una roba a metà tra fiction, road movie e pubblicità progresso.

Vedremo, allora. I nomi in giuria mi danno l’idea di una di quelle classi in cui sono tutti più secchioni, ognuno la sa lunga più dell’altro e alla fine finiscono per farsi anche i più dispetti. Più di tutti temo quelli di Placido, perché anche le sorprese, come le ovvietà, sono ormai cosa scontata. Per ora c’è che la predisposizione degli allestimenti, qua al Lido, prosegue di gran corsa, ma sono ancora piuttosto indietro. Le bandiere sul palazzo del Cinema, invece, già piuttosto belle. Il primo film in cui mi sono imbattuto, cioè il primo cartellone pubblicitario che mi si è parato innanzi, è stato quello del Fallen di Barbara Albert, che chissà perchè in italiano diventa progressivo e in sala si intitolerà Falling e che nonostante il Locarnogate della regista avevo già dimenticato e rischiavo di ignorare.

Vedremo, dunque. Cioè vedremo i film. Che questa era solo una prova. Uno, due. Si comincia.




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28 agosto 2006

>VIACARS

Alla fine abbiamo dimenticato di farci caso. Di controllare cioè se per via dei ventiquattro fotogrammi al secondo anche le ruote delle macchinine parlanti Walt Disney sembrano girare all’incontrario. Comunque frequentano motel dalla forma di coni antitraffico, hanno incredibilmente bisogno di dormire o fare benzina e poi ad ognuna il proprio mestiere. Per esempio, il protagonista fa le corse. Le corse delle macchine, ovviamente. Ma capita anche che l’asfaltatrice sia l’unico mezzo non dotato di bocca e occhi sul vetro, e vada trainata per bene quando dopo un processo sommario si deve ricostruire la via per Radiator Springs, città sulla statale tagliata fuori dalla nuova autostrada «per risparmiare dieci minuti». Invece del facile affondo natura-paesaggio-deturpazione, Lasseter tesse l’elogio del piacere della guida, e quindi del percorso, ribaltando la visione della meta e del risultato con quella della crescita, di quello che è stato e si è pure imparato: «Una volta il bello non era arrivare, il bello era viaggiare». Ora, i bambini si divertono perché probabilmente capiscono qualcosa dopo gli anni in cui i supercartoon non avevano proprio nulla da dirgli. Come grandi bambini, invece, ce la spassiamo nei campi a ribaltare trattori, ammiriamo a bocca spalancata come l’animazione riesca sempre a spostarsi più avanti la soglia, e rischiamo davvero di emozionarci per una straordinaria favola della velocità narrata con la classicità e la semplicità delle quattro ruote e delle tre dimensioni. Quello che è strano, è che nessuno accusi lo schifo per quel verde personaggio (appunto) cattivo, che in pista scende con l’86, cifra affezionata della numerologia nazista e radiatore non a caso conciato come i baffetti di Hitler.

Cars - Motori Ruggenti (Cars, Stati Uniti, 2006, sala)
Regia di John Lasseter (e Joe Ranft)




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27 agosto 2006

>LE MIE DONNE PREFERITE - 10

Capelli biondi, occhi azzurri e cuore granata. Non capivo che avesse di così eccezionale, quella, per farsi eleggere tutte le volte rappresentante di classe. Banco nell’ultima fila, costantemente imbrattato nonostante sembrasse sempre assonnata, se non proprio smaronata del tutto. Qualcosa da sgranocchiare ai distributori, soprannomi per tutti e una superficialità a tratti anche difficile da sopportare. Frivola, insomma, eppure in lei restava sempre quell’aria da bambina al primo giorno al ginnasio, occhialini sul naso, silenziosa solo per definizione, accompagnata fino a Natale al portone di casa a quasi ogni uscita da scuola.

Fino al liceo pochi ricordi, e poche anche le cose da dirsi. Pochissimi i momenti insieme, almeno fino a quando le elezioni dei rappresentanti di classe non mi affiancarono a lei. Poi, però, arrivarono i film. I film in videocassetta, del Corriere della sera. L’operazione stava nel farsi compilare la lista, dopodiché servizio e consegna gratuiti. Anche a domicilio, una volta, quando varcato quel portone di casa ormai straconosciuto ed entrato in camera sua, ci pensò lei a cancellare quell’aria di bambina al primo giorno al ginnasio, jeans a vita bassa, bianca canottiera e capelli biondi appena lavati.

Infine la sala, e il grande schermo. Si cominciò con Salvatores quasi per caso, poi ancora Fellini, Clooney, Allen e i fratelli Dardenne. Sukorov, Fulci, quel Tsai che non resse e quel Sorrentino ancora scolpito. Robert Altman, un preziosissimo libro dalla prima capitale del cinema italiano e grandiosa città europea, di cui lei, bionda, azzurra e granata, colta, elegante e raffinata compagna di cinema, in una sorta di coincidenza squisita, ha le radici d’affetto, le origini e lo stile perfetto. E allora Portala al cinema diventa quasi un motto orgoglioso, oltre a un regalo ancora silenzioso per un compleanno da festeggiare prima o poi alla Mostra del Lido.

Scoperta degli ultimi anni, per lei in fondo, conto aggiornato, garantiva la classe alle medie. Premurosa e gentile, sensibile al punto da avvertirmi strano persino attraverso un banale messaggio, impeccabile in ogni ospitalità, dalla piazza festante per i Campioni del mondo fino alla sua estiva dimora, entusiasta, trascinante e vincente, forse è rimasta la stessa di un tempo, ma chiarendo proprio col tempo, senza lasciare né dubbi né ombre, quel che solo io non riuscivo a capire. In effetti, di eccezionale, ha davvero parecchio.




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24 agosto 2006

>DOMINO O PUZZLE?

Tamarro come il peggior pezzo passato su Mtv, traboccante come la sua fotografia, stroncato a piedi pari da tutti, l’ultimo film di Tony Scott, il fratello meno furbo di Ridley, racconta di una modella «finita nel buco del culo del deserto del Nevada» a fare la cacciatrice di taglie. La storia sarebbe «più o meno» vera, visto il proposito di raccontare l’avventura di Domino Harvey, ed è qui che chi si avvicina alla pellicola pensando si tratti di un biopic tradizionale, resterà deluso da immagini sbracate e irritato da quello che potrebbe soltanto sembrare un tuffo di autocompiacimento per un prodotto più che altro appariscente. Perché guardando quest’opera totalmente privi di pregiudizi e informazioni sulla protagonista, disposti ad un’esperienza visiva solamente diversa, in fondo il lavoro di Scott si riduce ad un tradizionale ed affascinante thriller a puzzle, che comincia come tante volte dalla deposizione finale alla polizia e in cui sta allo spettatore rimettere al posto giusto tutte le tesserine. Dalla comicità della «proposta progressista di riassetto razziale» fino alla critica ai reality trash, dal «non investire troppi sentimenti su qualcuno» ai poteri forti della città di Los Angeles, fino alle case e alle chiese, il miscuglio si nutre di una coralità di personaggi esteticamente sporchi e cattivi (perfino Sinatra lo diventa nel riecheggiare delle immagini in tv) e interiormente combattuti. Ipercinetico e underground, il film è soprattutto un cast sorprendente, che comprende David e Steve di Beverly Hills 90210 nella parte di loro stessi dotati di una piacevole autoironia, ed un Christopher Walken che interpreta con inerzia e delizia il suo consueto ruolo secondario. Secondo noi, il miglior film americano con Keira Knightley, tra l’altro, perlomeno fisicamente, in stato di grazia.

Domino (id., Francia/Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di Tony Scott




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