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27 luglio 2006

>LA TERZA VOLTA

I duecentoquarantaminuti d’Orizzonti di Spike Lee sull’uragano Katrina contro sessantotto italifrancesi pure in concorso ispirati da Cesare Pavese. Poi, certo, a parte il mix tra fantascienza e procreazione di Alfonso Azkaban Cuarón (ma almeno ci sono Julianne Moore e Michael Caine), a parte Jackie Chan poveretto già di suo e che si presenta con l’inaffrontabile titolo Rob-B-Hood, a parte Cage che invece di lasciare raddoppia con l’horrorino di mezzanotte tutto sceriffo, luogo misterioso, straniero e ricercato speciale (vabbè, per il Leone è con Oliver, non mi piacerà, già lo so, ma dirò comunque di sì, già lo so, tantopiù che Maria Bello e la sorella di Jake dei cowboy gay di anno scorso popolano ormai i miei sogni spinti da diverso tempo), a parte che ai vecchi come De Oliveira bisognerebbe spiegare che non si può proprio sempre essere annuali e che ad andare attorno ad uno dei migliori Buñuel c’è anche il rischio di farsi del male da soli, a parte il diavolo che veste Prada, a parte Ben Affleck diretto dal regista dei meglio serial sul Superman della tv, a parte che Stephen Frears mi piace perché lui è uno di quelli precisi ma al Lido va con qualcosa che anche solo evocando Diana Spencer diventa impensabile (poi c’è la coproduzione italiana), a parte che Amelio con Castellitto e con l’Italia già campione del mondo poo po po po pooo vuole vincere lui e a parte Hugh Jackman con Rachel Weisz anche loro un po’ sci-fi, questa sessantatreesima Mostra del cinema non ha mica un brutto programma.

Per esempio sappiamo tutti che sarà aperta da Brian De Palma con The Black Dahlia e che lì troveremo il ’47, le colline e soprattutto la divina SJ e la cavallina HS. Per esempio Crialese non so neppure chi sia e se proprio Undici settembre dev’essere (e per me dev’essere) già trepido per l’agente francese Binoche e il poeta psicopatico Turturro. Per esempio, e per tornare in concorso, ci sarà un certo Estevez che con Sharon Stone, Anthony Hopkins, Lindsay Lohan e Laurence Fishburne ci racconterà di Kennedy e della gente all’Ambassador. E poi per esempio c’è Tsai Ming-Liang che magari così capisco che c’ha di straordinario e Johnnie To che straordinario è ma che me lo dimentico spesso ma mi piace, sìssì. Per esempio Verhoeven, con uno di quei film che non mi perdo certamente. E per finire ci sono un Val Kilmer polacco, David Lynch di cui come appunto in carriera non capirò un cazzo, Ethan Hawke con Catalina Sandino Moreno, Laura Linney, Michelle Williams e di nuovo Truman Capote. Che però è troppo di moda e Branagh ha bisogno di due righe di attori come solo l’italiano già ahimè definito corale e Reitz, ma il tedescone lo sappiamo, e poi il documentario su Heimat ha la sua nicchia, i suoi spettatori, venghino venghino, venghino pure.

Ma soprattutto gli occhioni a cuore rimbalzanti di gioia mi sono venuti a vedere che Müller sta sempre attento attentissimo. Per Satoshi Kon tiro fuori le bandierine e per il figlio di Miyazaki hip hip urrà. Ma soprattutto, il ma soprattutto più vero, si chiama Mushi-shi ed è firmato Katsuhiro Ôtomo. Venezia, preparo le valigie.




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18 luglio 2006

>MANCA DI SPINA

Mai visto nulla di questo Guillermo Del Toro, uno che è passato in concorso all’ultimo Cannes. Il Dell’Utri figlio, già avvezzo alle vicende su sfondo franchista, ripesca cinque anni dopo un suo vecchio film, che ce lo mostra, il Del Toro regista, mestierante intelligente cresciuto con tanto del cinema migliore. A garantirlo sono uno stile quanto mai avvolgente e curato, il risultato complessivo ottenuto in rapporto ai mezzi relativamente modesti e la verità nell’interpretazione dei suoi personaggi adulti (i bambini, che volete, fanno quel che possono visto pure il doppiaggio loro imposto ai limiti del romanesco). Le virtù del messicano risaltano nella semplicità formale dell’impianto amalgamato però ad una notevole densità narrativa e ad una parecchio fine esattezza e qualità di disegno. Ma allora perché, alla fine, questo film convince poco? Forse, azzardiamo, è questione che in sceneggiatura confluisce un po’ di tutto, fino a zoppicare come la signora a capo del collegio in cui vengono scaricati per salvarli dalla guerra i figli dei rossi. Mentre lei si fa chiavare dal baldo giovane di turno in cerca d’oro, il marito, vecchio saggio ambiguo in barba bianca con laboratorio pieno di feti sotto formalina, prova a salvare dalle credulonerie popolari il protagonista Carlos che, curioso e temerario, interroga la bomba piantatasi nel cortile interno, si fa eroe non facendo mai la spia e non riesce più a trovare il tempo per leggersi Il Conte di Montecristo. Ma più di tutto, questa è una storia di fantasmi in senso classico, che ovviamente finisce in vasche d’acqua putrida, fuoco, fiamme e rivelazione. Confezione studiata e raffinata, deboluccio (con affetto) tutto quanto il resto.

La Spina del Diavolo (El Espinazo del Diablo, Spagna/Messico, 2001, sala)
Regia di Guillermo Del Toro




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17 luglio 2006

>UNITED 9/11

Padronissimo chi vuole di porre dubbi, inezie e dettagli. Qui si resta del parere che l’Undici settembre 2001 sia l’evento ancora in-deciso di apertura del secolo nuovo e forse per questo si ammira incondizionatamente un’avventura documentaria cinematografica di tale (assoluta) portata, sorta di ripresa in diretta della tragedia, tra un nastro da cui capire se davvero di plurale si tratta e la riunione che può cominciare tra le battutine di sempre perché ben più importante del presunto dirottamento in atto è calcolare il ritardo complessivo della giornata aerea di ieri. Il linguaggio della diretta comincia però dal metodo curato della ricerca minuziosa, vanta una costruzione che segue attentamente una narrazione filmica ma sfugge a tutte le sue regole principali. Nessuna formazione, nessun arco di sviluppo per i personaggi, nessuna presentazione al di là di quella ben più che sintetica del qui e ora. È la fine delle certezze insomma, quelle per cui se due «piccoli velivoli» hanno sbattuto contro le Torri gemelle, alla loro guida ci saranno stati per forza «allievi piloti», le stesse in fondo che ci mancano per capire perché gli altri aerei sì, a segno, e quello invece no, schiantato in aperta campagna. Ed è raggelante rivedere succedersi così credibili i fatti, i comportamenti, le decisioni del volo e a terra la convulsione delle notizie, delle impressioni, delle informazioni durante quella mattinata di «tempo sereno in tutto il Paese». Fuori dal coro della piccola e grande dietrologia e del sinistrismo mercificato di più di un grande nome, Paul Grengrass rende la diffusa sensazione di confusione, incredulità e inadeguatezza contro ogni tesi e controtesi complottistica. Di tutto questo, di questo film e di un film così sensazionale avevamo quasi bisogno.

United 93 (id., Stati Uniti/Regno Unito, 2006, sala)
Regia di Paul Grengrass




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11 luglio 2006

>FIGLIO DI UNA PUTTANA TERRORISTA

A me una volta, dalle tribune proprio di un campo da calcio, dissero di andare a scorreggiare nel borotalco.




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10 luglio 2006

>NOTTE AZZURRO MONDIALE



E 'fanculo a tutti gli stronzi incompetenti come me che a giugno non ci credevano.




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3 luglio 2006

>LE MIE DONNE PREFERITE - 9

A guardarci bene sotto quell’occhio il segno del sasso lanciato è ancora evidente. Io, alla fine di quella settimana, dopo quel lancio tutto sbagliato che l’aveva centrata praticamente in pieno, ero rimasto senza nessuno che mi riportasse a casa a Faenza. Lei, ancora con il livido fresco, non fece una piega, e come se niente fosse successo mi disse che potevo salire nella sua macchina, assicurandomi di fatto il passaggio prima che qualcun altro lo potesse fare al suo posto. E non mi disse né chiese mai nulla, nemmeno dopo, nemmeno poi. Nemmeno quando pensavo di meritarmi ben più di un nomaccio, per quel sasso, che accidenti proprio lei aveva colpito.

Chissà ora il ricordo che ha, perché a volte sulla sua memoria degli eventi passati bisogna un po’ lavorarci. E pensare che tra poco, sempre in attesa della crociera prossima ventura, tagliamo la soglia e il traguardo di vent’anni che ci si conosce, con il debutto alla sezione prima nella scuola materna via Laghi, in una classe cui il suo cognome venne naturalmente storpiato fin dal principio. Questione d’accento, così come sull’accento da dare a più di un avvenimento ci siamo trovati in disaccordo totale. Quasi vent’anni, vissuti una volta alla settimana, quei sabati in mezzo agli anni scolastici ma mai nello stesso identico gruppo, e alla fine loro che restavano in una stanzina di San Giuseppe e noi invece di corsa con le biciclette a casa sua, dove la Rita, mamma di lei, continuava con il catechismo di sempre.

Le estati invece, come quella del sasso, erano vissute di settimana in settimana. Rontana, dove mi eliminò a CapoSpia senza nemmeno lasciarmi giocare, Lenna, dove mi chiamò per completare la squadra di pallavolo, uno dei tanti Castelnuovo, dove si accorse per prima che se stavo da solo in mezzo alla discesa per il campo di sotto, qualcosa che non andava doveva pur esserci. E poi le feste del Ciao, l’Azione cattolica e il campo a Cignano, i posti a tavola prenotati per me e le combinazioni a sedere per farmi capitare come per casualità vicino a chi altrimenti non sarebbe stato possibile. Autorizzato per primo da lei a partecipare ad ogni riunione, e pure a tutti i raduni in cui si poteva sparlare degli altri, un giorno disse che era vero che parlavo parecchio, «Ma alla fine sei uno dei pochi che sai anche ascoltare».

Avvistata in versione sexy a Riccione, o a Ravenna in gran segreto di notte, prima a cedere nel cioccolatoso percorso a Perugia, juventina per caso e laziale per meno, non ha ancora ben chiara la differenza tra frappé, frullati, milkshake e gelati, e trova ancora qualche difficoltà nelle donazioni di sangue, in cui però mette tutta quanta la sua volontà. È lei la prima e da più tempo mia amica del cuore.




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