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30 settembre 2005

>LA FABBRICA BURTONIANA A CONDUZIONE FAMILIARE

Una prima riflessione non ha proprio nulla da suggerire. È Tim Burton al cento percento e forse anche di più, esattamente quel regista che mescola un bambino povero come Charlie ad un grande ascensore di cristallo, un rarissimo biglietto d’oro da trovarsi in barrette di cioccolato ad una neve che così non s’era mai vista, una giornata nella fabbrica guidati dal cioccolataio Willy Wonka ai colori più bizzarri e dark possibili e immaginabili. In questo senso il regista non sbaglia un film da anni, e ultimamente (La Sposa Cadavere sarà pure meglio) non gli riescono altro che opere memorabili. Così, sempre ad una prima occhiata, appare stravinta pure la sfida del remake ed impressionante è la continua reinvenzione originale che il regista dà delle tante sospirate atmosfere gotiche, e, in definitiva, di quello spazio che ormai può essere definito solamente burtoniano. Funziona alla perfezione anche il cambiamento del finale rispetto al libro (per il resto l’aderenza è quasi totale) e la parabola delle personalità, delle diversità, e, soprattutto, delle solitudini, stupisce a affascina con forza e brillantezza. Eppure una seconda riflessione suggerisce che quel Charlie è assai poco burtoniano nel suo ruolo di bambino perfetto e di bambino modello, e che solo l’ultimo dei balletti degli Umpa-Lumpa è efficace e convincente (e meravigliosamente pauroso), e che non basta avere in scena quel fenomeno di Johnny Depp per evitare tonfi di ritmo e di tensione. E quando anche la morale è più edificante di quella di Roald Dahl, allora è chiaro che se anche Burton non delude mai e mai, il suo cioccolato esce da una fabbrica a conduzione troppo familiare.

La Fabbrica di Cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory, Stati Uniti/Regno Unito/Australia, 2005, sala)
Regia di Tim Burton




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28 settembre 2005

>NON HO TROVATO LE ALI

Io dico che se sei cotto e devi lavorare fino alle tre e mezza, la Red Bull non conta un cazzo.




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26 settembre 2005

>ERANO RE, UN PO' DI RISPETTO

L’aria condizionata in albergo che funziona al venti percento, la folla sugli spalti che urla «Alì, uccidilo!» e tutti impegnati a fiancheggiare il dittatore Mobutu nel suo investimento (dieci milioni di dollari del ‘74). E poi la musica dei cantanti neri d’America, parentesi soul inserite alla meno peggio (ma questo è uno dei primi convincenti documentari cinematografici di Hollywood, che alla fine tutti hanno copiato correggendo gli errori) per raccontare anche il concerto tenuto in occasione della sfida per il titolo tra il redivivo e immenso Cassius Clay, sempre e comunque Muhammad Alì, e George Foreman, che non vince solo perché non aveva nessuna ragione per farlo. Gast non lesina l’incenso: la dignità, la coscienza, la rabbia, le origini e la Memoria dei neri, l’incontro tra gli afroamericani e gli africani veri, un po’ di pugilato, un po’ di impegno e tanto, tanto tantissimo del carattere a tratti mitologico del protagonista, del quale continuamente ci viene ricordata la minore forza fisica solo per farci ammirare quella dirompente e travolgente della sua determinazione, dei suoi comizi in sala stampa, del suo essere smargiasso dalla parte dei buoni di oggi (esce nel ‘96) ma dei cattivi di ieri. Alla fine quello che salta fuori è però un quadretto che ripete sempre e solo sé stesso, come se qualcuno avesse bisogno di conferme sulla grandezza dell'uomo. «Era bello, sapeva parlare, era divertente e in più spaccava tutto» commenta Spike Lee prima di ricordarci che Alì non ha mai pensato alla carriera (quel titolo lo vinse, ma un altro lo perse per renitenza alla leva). In effetti lui era un po’ meno scontato.

Quando Eravamo Re (When We Were Kings, Stati Uniti, 1996, dvd)
Regia di Leon Gast




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25 settembre 2005

>CENSURA, LA MALFA E MAZZINI

Riferire di due giornate di lavori sarebbe un po’ impossibile, specie poi quando la presidenza decide di tagliare il pomeriggio del secondo giorno senza tagliare però il numero di relazioni e costringendo di fatto ad un’attenzione che inevitabilmente mi è crollata. Comunque il dettaglio della censura nei singoli Stati preunitari italiani è un argomento anche piuttosto divertente, non solo perché evidenzia le differenze culturali profonde tra i singoli governi, ma perché alla fine mostra come il reale luogo del potere di oscuramento non fosse la commissione di censura, che dava di volta in volta un parere o impartiva la decisione assunta, ma bensì la polizia, che quel divieto a quel libro o a quel periodico o quel volantino lo doveva applicare. E quindi poi anche nel Risorgimento tra il dire e il fare… Comunque, sia chiaro, erano anni ben bui, di grande esplosione di idee, e di grande persecuzione di quelle idee soprattutto, sai che novità, nello Stato pontificio, dove le commissioni di censura erano quattro, fino a quella suprema del Sant’Uffizio. In Toscana invece, Granducato illuminato, come al solito si era un po’ più intelligenti: intanto i libri che non erano censurati negli stati esteri, e che dunque potevano entrare nel territorio dall’esterno, finivano per essere stampati, che il mercato è il mercato, e l’industria di stampa dello Stato portava guadagno, e bisognava metterla in concorrenza, e guai lasciare un’esclusiva alle stamperie fuori Toscana; poi i libri che in teoria avrebbero dovuto subire la mannaia della censura ma il cui costo di copertina sarebbe stato piuttosto alto una volta messi in commercio, ottenevano comunque il via libera, perché mai sarebbero finiti nelle mani del popolino, l’unico che si temeva potesse essere traviato da idee contrarie al potere.

Del resto, e questo forse è parecchio interessante, il convegno di studi Potere e circolazione delle idee: stampa, accademie e censura nel Risorgimento italiano (1814-1861), sotto l’Altro patronato del presidente della Repubblica, ha messo le cose in chiaro: quello della mancata partecipazione popolare al grande processo storico dell’Unità d’Italia è uno stereotipo bello e buono. Certo, non fu una partecipazione corale, ma il Risorgimento italiano, a differenza di quello di altri paesi europei, deve moltissimo all’entusiasmo di larghi settori di cittadinanza e vide soprattutto la grande partecipazione volontaria dei giovani.

Ma il convegno era dedicato a Giuseppe Mazzini, ed inserito negli eventi di celebrazione del bicentenario della sua nascita. Visto il titolo delle due giornate la prospettiva è stata soprattutto quella del Mazzini giornalista, o del suo rapporto con la stampa, o del suo ruolo nella formazione dell’opinione democratica nel Risorgimento. E poi eccezionale e trascinante è stata la prolusione di Giorgio La Malfa (che in questa sede ammiro e basta) che ha ricordato la collocazione del genovese «Tra il liberalismo inglese e il socialismo nascente, una posizione in grado di cogliere libertà e uguaglianza che parla all’oggi. Un ideale di lotta contro lo spirito del nazionalismo, per creare una nazione italiana tra le nazioni europee nel rispetto di quella fratellanza indispensabile per la sicurezza». E poi l’economia, Mitterand, un continente «Vecchio al confronto con Stati Uniti, Cina e India, ancorato ancora alle sue gloriose e vecchie università», e poi ancora Mazzini, l’unità e la libertà: «Aveva chiaro che l’unità fosse impossibile farla dal basso solamente con i diritti, occorreva piuttosto raggiungerla dall’alto puntando sui doveri di ogni individuo».

Perché Mazzini non fu solo agitatore politico, rivoluzionario, apostolo dell’unità italiana, padre della Patria od educatore. Fu soprattutto un uomo che a costo di qualsiasi sacrificio testimoniò Pensiero e Azione, e con la sua vita la verità che insegnava, restando fino in fondo fedele alla propria missione. Ed esattamente per questo ci sarà sempre chi lo amerà e lo prenderà proprio Maestro.




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23 settembre 2005

>GOOD GEORGE, EVEN IF...

Che bello il giornalismo libero e liberal. Che belli questi cronisti impeccabili, ben vestiti, pacati, altezzosi, fumatori di un’America anni Cinquanta che le sigarette le pubblicizzava in tv in una sorta di invito e conferma alla superiorità, morale e intellettuale, dello spettatore che dallo spot «non si lascia convincere». Che bello il film di Clooney con David Strathairn nei panni di Ed Murrow, conduttore del settimanale Cbs che ad un certo punto prese a denunciare i misfatti del senatore McCarthy, quello dell’anticomunismo feroce e brutale, della persecuzione, dell’intolleranza politica, dell’antitesi alla libertà nella terra che della libertà dovrebbe (e vorrebbe) essere. Che belli i film politicamente impegnati, che ognuno valuterà poi alla luce delle proprie convinzioni. Senza dimenticare, però, che questo McCarthy dei filmati originali innestato splendidamente in un montaggio e in una sceneggiatura che documentano senza la formalità del documentario, e raccontano senza la finzione del romanzo, è forse più potente e più serio di quello che fu in realtà, e che questo manipolo di giornalisti forse più convinto che la televisione deve formare, piuttosto che informare. Salvo poi, nei dieci minuti finali, venirsene fuori con dubbi, perplessità, «avremo combattuto dalla parte giusta?», «McCarthy lottava per il bene comune», o frasi di rimedio del tipo «anche voi alla fine avete fatto censura» per non trasformare completamente questi eroi in miti irraggiungibili, in santini del libero pensiero. Ma insomma, questo film rasenta davvero il capolavoro, interpretato e diretto com’è alla perfezione, accompagnato da un unico brano di jazz, studiato nei dettagli di un bianco e nero colto e mai inutile. E allora bando alle riserve sui parallelismi tra l’ieri e l’oggi: che bello, bello davvero.

Good Night, And Good Luck. (id., Stati Uniti, 2005, sala)
Regia di George Clooney




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23 settembre 2005

>UN ANNO INTERO DI CLOSSATE

Mantieni il tuo blog dal 23 Settembre 2004.
Hai scritto 352 post.
Il tuo blog è stato visitato quasi (molto quasi) 20000 volte.
Hai recensito 105 film.
Hai scritto di 131 film e di 7 corti.
Hai goduto come un porco.




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