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Claudio Ossani



 


 





      

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31 agosto 2005

>A WILD BUNCH IN VENICE

Non conosco le reali possibilità del cinema italiano di tornare a casa dalla Laguna con qualche premio di rilievo. Ad occhio e croce, però, non credo siano tantissime.

Dopo che l’anno scorso la giuria della Mostra di Venezia ha dribblato ogni previsione spiazzando i pronostici degli esperti e lasciando per fortuna a bocca asciutta la bellissima fiction di Gianni Amelio, qualcuno aveva ipotizzato un festival costruito su misura per le pellicole nostrane. E invece, ma sempre ad occhio croce, Pupi Avati, Cristina Comencini, Roberto Faenza perlomeno non mi sembrano partire in pole position.

Certo è, ma siamo sempre nel campo di sensazioni personali mie senza cognizione di causa (o meglio, senza visione di film), che i lavori in corsa siano tali da piacere sia al grande pubblico delle (multi)sale, sia ai palati più o meno fini di chi quei film sarà chiamato a valutarli per poi premiarli. E proprio il saldamento degli spettatori con la critica potrebbe essere la cifra di un festival che comunque si spera riserverà sorprese grosse, senza paura alcuna di scontrarsi con le polemiche che al botteghino premieranno come al solito i film sconfitti.

La 62. Mostra internazionale d’arte cinematografica sarà per tutto questo seguita da un valido manipolo di cinelidobloggers, ossia quella categoria che si colloca a metà tra le grandi masse cresciute a blockbuster e le grandi firme cresciute nell’autostima personale, rifiutando compromessi e patti di non belligeranza, e scrivendo sempre e solo di quel che hanno visto.

Si accettano scommesse. Buona visione.

______
UPDATE:
come i più attenti avranno già notato, questo post, scritto in fretta e per pubblicizzare lidobloggers.splinder.com, il luogo della rete, oltre a questo, su cui (spero) da lunedì di riuscire a pubblicare le impressioni a caldo dei film visti a Venezia, è finito pubblicato dritto dritto sulla piattaforma blog di Libero, con tanto di bella forzatura nel titolo e di poca attenzione nella firma del pezzo (Cinemio è il nome della rubrica che sul mio blog ospita il post, non il nome di chi l'ha scritto). Tutto questo non significa che sono bravo o molto bravo, ma che quelli di Libero, che non ringrazierò mai abbastanza, hanno apprezzato queste due stronzate in cui parlo essenzialmente di quello che non so.




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30 agosto 2005

>RICOMINCIO DALLA FINE - 3

Che la cupola del Santuario di Vicoforte sia la sesta più grande del mondo e la prima per la sua caratteristica forma ad ellissi, in realtà mi importa poco. Decisivo, soprattutto per un laico come me, è invece il pellegrinaggio che si è sviluppato a partire dalla fine del Cinquecento, pellegrinaggio a cui non crederei mai se non l’avessi visto con i miei occhi. Perché se ci fosse stato un miracolo, uno di quelli veri come a Lourdes, allora mi farei da parte, che materia religiosa è, e materia religiosa deve rimanere. Ma visto che qui c’è stato solamente un fortuito colpo d’archibugio, quelle centinaia e centinaia di persone il giorno di Ferragosto sono state capaci di stupirmi.

Il Santuario, poi, è meraviglioso, così come l’Assunzione di Maria, quinto mistero glorioso di un rosario che è possibile percorrere dal vivo a piedi in un bellissimo sentiero di pochi chilometri che partendo da Mondovì si snoda in quindici stazioni tra cappelle seicentesche, affreschi e più moderne croci in acciaio luccicante.

Dentro alla Casa «Regina Montis Regalis», dotata di ogni comfort e con qualche lusso non proprio Cistercense, sembrava di stare in albergo, unica nota stridente di questa settimana di seminario storico e filosofico su quello snodo di storia fondamentale che ha rappresentato per l’Europa la Belle Epoque. Docenti Gianni Oliva, assessore alle politiche culturali della nuova Giunta piemontese, Massimo Cacciari, che non ha bisogno di presentazioni, e Fra’ Marco Salvioli, un domenicano di soli 28 anni così bravo che me lo sarei voluto portare a casa in vista degli esami di estetica, filosofia teoretica e morale che mi attendono l’anno prossimo.




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29 agosto 2005

>RIDING CINEMA

È difficile anche solo capire come si fa a restare in equilibrio perfetto sulla schiuma possente di onde magnifiche, figuriamoci riuscire a comprendere il vero rischio di un surf che mica è estremo, è solo voglia di misurarsi con la forza della natura fino a riuscire a vivere in simbiosi con lei. Non è risibile moda new age, perché questi ragazzoni intanto sono consapevoli che l’utilizzo della tavola in acqua li avrebbe allontanati da canoni di una società americana tutta mazze, mete o palloni a spicchi, e poi sono loro i primi a parlare di «sottocultura». Cavalcare le grandi onde hawaiane o quelle al nord della costa californiana è innanzi tutto una sfida di testa. C’è da studiare l’angolo giusto per tagliare quel terribile muro d’acqua che si innalza per oltre una decina di metri, c’è da imparare la posizione delle gambe, il piegamento delle ginocchia, l’utilizzo delle braccia, c’è da progettare una tavola che meglio si adatti all’impresa da compiere. C’è da rischiare la vita, come l’ha rischiata e persa Mark Foo, membro di quella tribù di cui Peralta monta immagini ed interviste in un documentario-tributo che come un’onda nasce, s’increspa e si rovescia in tutta la sua forza lasciando ammirati i ragazzi sul molo. Perché il regista, come noi, è convinto che al cinema ci siano storie di amicizia, adrenalina e coraggio che possano essere raccontate solamente con l’incoscienza della realtà.

Riding Giants (id., Stati Uniti/Francia, 2004, sala)
Regia di Stacy Peralta




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29 agosto 2005

>UN TOCCO DI LIEVITO

Ora, un film che in un qualche modo prova a raccontare anche la cucina mediorientale, quella di Costantinopoli in cui, tanto per dire, la melanzana dal fruttivendolo, prima di acquistarla, non solo va guardata e toccata, ma pure agitata di fianco all’orecchio, proprio per essere sicuri di quel che si metterà sulla tavola, un film così, si diceva, che si fa patrocinare dalla Coca-Cola, oltre che indicare il segno dei tempi, si qualifica da solo. Tanto più che iniziare con un seno in primissimo piano, con tanto di neonato che comincia ad assaggiare sapori e a gustare il primo vero cibo che una creatura di questa Terra ha la possibilità di conoscere, e poi continuare allargando lo zoom in panoramiche su Istanbul assurdamente digitalizzate, non aiuta certo il pubblico a capire dove il regista vorrebbe parare. La politica è importante, ma poi nella seconda parte si dissolve come se non contasse più, e il rapporto conflittuale tra turchi e greci non è nemmeno più lo sfondo. Si aspetta il nonno, dall’inizio alla fine, dall’infanzia all’età adulta del protagonista, quando va in stazione per una scena già vista troppe e troppe volte per poterla apprezzare anche cucinata in un'altra pentola. Un film sincero che scorre semplice e leggero, aiutato nel doppiaggio italiano da un Pedicini che è sempre uno spettacolo stare ad ascoltare, ma indeciso al punto tale da restare bello sgonfio. Tra tutte quelle spezie, chissà, forse mancava solo un po’ di lievito.

Un tocco di Zenzero (Politiki kouzina, Grecia/Turchia, 2003, sala)
Regia di Tassos Boulmetis




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28 agosto 2005

>PICCOLISSIMA LOLA

Bertrand Tavernier è un raffinato critico cinematografico, oltre che uno studioso di cinema americano, oltre che un regista, oltre che il padre dell’autrice del romanzo da cui è tratto questo film. Bertrand Tavernier è troppe cose tutte insieme, e il sospetto si fa largo e si fa realtà anche in questa sorta di viaggio-inchiesta che si mantiene sempre lontano dai binari documentaristici e anzi che affronta anche un buono studio in sceneggiatura per avere personaggi che personaggi di una vicenda lo siano realmente. Anche troppo. Geraldine, che si registra tutte le sue sensazioni di questo soggiorno in Cambogia alla ricerca e nel tentativo di un figlio da adottare, e Pierre, naso buffo e propensione alla lingua inglese un po’ sospetta per un medico della collina di Francia, e tutte quante le loro conoscenze, coppie anche loro in Indocina alla ricerca di quel figlio che in tanto tempo mai è arrivato, all’inizio sono pure simpatici e carini, ma dopo poco sembrano solamente macchiette buffe e tanto stupide. Tanto più che la fatica per espletare le pratiche di un’adozione che sia davvero tale e non una combinazione di mazzette nel modo di famiglie americane e deputati del parlamento francese, stanca perché incapace di fornire allo spettatore un senso valido che riesca a spingersi anche oltre alla trafila infinita nella quale Tavernier per primo finisce per perdersi completamente.

La piccola Lola (Holy Lola, Francia, 2004, sala)
Regia di Bertrand Tavernier




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28 agosto 2005

>RICOMINCIO DALLA FINE - 2

Non è tanto questione di battere record presunti o reali, di dimezzare indicazioni fornite a famiglie capitate all’imbocco del sentiero quasi per caso, con tempi di percorrenza così abbondanti e dilatati da risultare incredibili pure per il bambino più piccolo, in genere il più sveglio del gruppo. Non è tanto questione di dimostrare chissachè a chissachì, o chissacosa, chissacome e chissaquando. Mi piace un sacco camminare, tutto qui, e come sempre quando «piace un sacco» si finisce per esagerare.

Per di più io, in quelle meravigliose e succulente montagne che si chiamano Dolomiti, che se ne stanno lì a guardarti come fossero una bellissima donna, di quelle che sembra sempre si concedano da un momento all’altro ma poi, appena ci credi, ecco che subito ti fregano, in quelle strepitose e magiche montagne, è come se ci fossi cresciuto, tanto il tempo delle mie estati è stato scandito da una vacanza, vuoi nella Val Gardena mia preferita, vuoi nella più pura Val Venosta, vuoi nella più attrezzata Val di Fassa.

E allora quest’anno, in pochi giorni e per giunta dimezzati dal maltempo, son salito fino ai 2496 metri del Rifugio Antermoia partendo a piedi dai 1372 di Mazzin. Due ore circa contro le tre e mezza della previsione, in una passeggiata di una bellezza frastornante. Arrivati a destinazione, però, non era ancora finita. C’era il passo Principe da raggiungere, e allora ancora su fino a 2769 metri con gli occhi che bruciano dal sudore e la schiena che suda e puzza di soddisfazione. Il giorno dopo, per restare in clima di novità, dal parcheggio del lago Fedaia (2050 metri) ho affrontato i massi lisci e levigati della Marmolada, per salire su, fino all’arrivo delle telecabine scoperte (2685) e poi più su (poco) ancora fino alla Capanna del Ghiaccio, alle pendici di una neve perenne che è stato bello inseguire in mezzo al vento e ai rivoli d’acqua che da lei nascevano e sempre giù scendevano come la gioia della vita. Per salutare, infine, per salutarci, la madre di tutte le escursioni, quel giro del Sassolungo già assemblato in vari pezzi ma mai svolto con metodo e criterio. Il rimpianto è di essere salito dal passo Sella al Toni Demetz (2214-2685) e di aver chiuso il cerchio passando per Vicenza (2256 slm) ed Emilio Comici (2140 slm). Maestoso e fiabesco a tratti, sia chiaro, ma non impegnativo come sarebbe il giro stesso ma al contrario.

E allora, come sempre quando qualcuno il tuo tempo lo scandisce, la fine ha il solo sapore di chi presto vuol tornare. A camminare, in salita, un passo dopo l’altro, senza fermarsi, con un fiatone che ti distrugge, senza cedere al fascino di quella donna che ti guarda e che ti ha già conquistato, che vuole che ti fermi a guardarla per farti penare ancor di più, per poi arrivare, battito a mille ed emozione nel cuore, a dichiararti ai suoi piedi, ad ammettere la superiorità della montagna, che puoi scalare e salire quanto vuoi, migliorando la tua respirazione e migliorandoti nella tua prestazione, ma che a te lancerà sempre un’occhiata sensuale che non potrai fare a meno di inseguire, ancora, senza mai riuscire a farla tua.




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